La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Qualche settimana fa sono stato ospite di “Le Storie – Diario Italiano”, il programma di Corrado Augias in onda ogni giorno su Raitre poco prima di pranzo.
Si è parlato certo di alcuni casi trattati nel nuovo libro, “La Storia In Dieci Processi”, con alcuni inevitabili rimandi all’attualità come il rapporto fra democrazia e populismo.
Ecco il video della parte finale della trasmissione:
Ma l’asso nella manica che lo scienziato presumeva di possedere a dimostrazione della sua posizione, la teoria delle maree, era clamorosamente sbagliato. Galileo, e per lui Salviati, deduceva che le maree fossero la conseguenza della rotazione della Terra anziché frutto (come invece già correttamente Keplero aveva scritto) dell’attrazione della Luna. Si trattava di un’opinione che cozzava contro gli studi astronomici più recenti ed entrava in contraddizione persino con le nozioni di meccanica dello stesso autore. Insomma, il libro che avrebbe nei secoli tramandato l’ignoranza di chi lo avversava era in realtà totalmente infondato sul piano scientifico.
La violenza del primo conflitto mondiale indusse gli Stati a sottoscrivere, nel 1928 a Parigi, un documento di straordinaria importanza simbolica: il patto Briand-Kellogg, con il quale i sessantatré firmatari condannavano il ricorso alla guerra come mezzo per la risoluzione delle divergenze internazionali e rinunciavano a farne uno strumento di politica nazionale nelle loro relazioni reciproche. Era una grande svolta culturale, ma sul piano pratico la minaccia delle armi continuava a incombere sul mondo poiché le nazioni mantenevano il diritto alla legittima difesa e la discrezionalità per valutare autonomamente quando si fossero verificate le condizioni che lo facevano scattare.
La Prima guerra mondiale contribuì ovunque a porre le donne in una luce diversa dal passato, poiché per rimpiazzare i mariti partiti per il fronte esse dovettero avviarsi in massa al lavoro, e proprio in Francia per due terzi, tra il ‘14 e il ‘18, erano loro che mantenevano la famiglia. In Francia c’era però qualcosa che trascendeva il dato storico contingente: una misteriosa corrente elettrica che spingeva la donna a impadronirsi del proprio destino e a misurarsi con l’uomo.
[...] il giorno successivo all’assoluzione, il grande scrittore Émile Zola pubblica un documentato e puntiglioso articolo sull’Aurore: lo chiama “Lettera aperta a Félix Faure, presidente della Repubblica”, ma con felice intuizione giornalistica il direttore Clemenceau ne cambia il titolo in “J’accuse“. Si tratta del primo prototipo di giornalismo d’inchiesta e di opinione.
Si tratterebbe comunque di processi quasi routinari, nell’ambito della cosiddetta operazione Mani pulite, se non fosse per la particolare qualifica assunta dall’imputato durante le indagini.
Molto spesso, viene da chiedersi come mai la grande maggioranza degli stupri avvenga a volto scoperto, con il violentatore che, terminato l’abuso, avverte la donna: “E adesso guai a te se parli”. Se non venisse lanciata questa sfida, sarebbero molti di più gli stupri che rimarrebbero impuniti. Per garantirsi la sicurezza, converrebbe certo al maniaco rendersi variamente irriconoscibile. Ma nel possesso violento della donna, lo stupratore afferma in modo distorto la sua virilità: il suo desiderio intimo è che alla vittima, alla fin fine, tutto questo piaccia, che lo ricordi per sempre come un grande amatore, riconoscendo per eccellente proprio quella virilità fragile e insicura che è alla radice dell’aggressione. Per questo egli non può rassegnarsi all’anonimato.
L’insigne penalista Carnelutti diceva che ogni assoluzione è l’ammissione di un errore giudiziario. Salvatore Satta ha scritto che il vero innocente non è colui che viene assolto bensì colui che passa nella vita senza giudizio. E’ vero che il processo dovrebbe risolversi nel giudizio sopra un fatto e non sulla persona nel suo complesso. Sarebbe in gioco, insomma, un fare e non un essere. Senonché la persona che ha commesso un fatto è quella che subisce il processo, e la sua posizione nella comunità, come di riflesso la sua identità, viene assorbita in questa etichetta.
La fase del processo pilotato dalla folla appare, sul piano della verosimiglianza psicologica, la maggiore falla del racconto della Passione. Visto che l’ostilità dell’aristocrazia ebraica nei confronti di Gesù sarebbe nata dall’adorazione che le folle nutrivano verso di lui, tanto che l’arresto fu eseguito di notte per timore di una sommossa, non si capisce come mai nel volgere di poche ore il quadro fosse talmente mutato da indurre quegli stessi fan a reclamarne a tutti i costi la morte (alle otto del mattino, quando si presumeva che ognuno fosse a casa propria, a preparare il pranzo pasquale).
La mediaticità dei processi contiene, invero, anche degli elementi positivi. Una delle controindicazioni della tecnicizzazione del diritto penale, che ne fa una questione circoscritta a una struttura tecnocratica (magistratura, avvocatura, polizia giudiziaria, organismi ausiliari), è che il singolo cittadino viene totalmente esautorato dalla partecipazione a uno dei momenti fondanti della comunità sociale.

