La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Oggi il romanzo Stanno uccidendo i notai viene segnalato dal blog AgenzieImmobiliari.it:

Devo riconoscere che anch’io, vittima dei pregiudizi e degli stereotipi, tanta fantasia non me l’aspettavo in un notaio.

Un altro bel commento viene inserito da Skizotonic su Anobii.

Leggi il post su AgenzieImmobiliari.it

Vai alla scheda di Stanno uccidendo i notai, su Anobii



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Dalla recensione apparsa sullo scorso numero di Giudizio Universale:

1) Perché, se i voti sono da 1 a 10, gli insegnanti non danno mai né l’1 né il 10?
2) Perché dare tanta importanza all’interrogazione orale, che costringe gli studenti a trascorrere ore di noia ascoltando i due o tre sfortunati del giorno?
3) Perché si assegnano tanti compiti se questi poi non vengono sempre corretti, riconsegnati e spiegati?
4) Perché persino gli insegnanti di educazione fisica ci tengono a far passare la loro lezione come se fosse una disciplina accademica (esame con domande dettagliatissime sulle dimensione del campo di pallacanestro, sport che mia figlia detesta)?
5) Perché gli insegnanti sono quasi interamente donne, mentre tanti presidi sono uomini?
6) Perché non ci sono sanzioni serie per i cattivi comportamenti?
7) Perché le lezioni iniziano così presto la mattina, come se i ragazzi di oggi andassero ancora a dormire al calar del sole?
8 ) Perché all’università è consentito agli studenti rifiutare il voto dell’esame e riprovarci (una pratica sconosciuta nel mondo anglosassone), e perché hanno tante occasioni di rifare l’esame, talvolta fino a sette appelli all’anno?
9) Come mai in Italia si è riusciti a mantenere lo studio del latino e del greco classico come materie obbligatorie nei licei mentre il resto dell’Europa le ha (stupidamente) abbandonate?
10) Perché gli insegnanti sono pagati così poco? E perché, pagati così poco, ci sono ancora oggi tanti ottimi insegnanti nella scuola italiana?

Per quanto riguarda il punto 6, sembra che l’attuale ministero abbia dato nel frattempo la sua risposta ripristinando il voto di condotta: come già si diceva nell’intervista a La7 a proposito del decreto sicurezza, l’Italia di oggi cerca di riempire con l’autorità il vuoto di autorevolezza.

Nel frattempo, il blog Far Finta di Essere Sani dà queste risposte alle domande di Parks:

1) Forse una volta. Ora si danno. Io do sia gli 1 che i 10, ovviamente in casi rari (come è logico che sia, rispetto alla frequenza dei voti intermedi).

2) L’interrogazione orale è un esercizio importante. Parks ha ragione circa la poca economicità della gestione della cosa in relazione al monte ore della classe (e della disciplina).

3) Ma in che scuola manda le sue figlie Parks? Ogni compito viene corretto in classe, ci mancherebbe solo (e la tempistica deve essere rigorosa, come da prescrizioni del Collegio Docenti).

4) Su questa si dovrebbero aprire gli X Files.

5) Ora non più. Nel mio liceo ci sono parecchi insegnanti maschi, direi poco meno della metà. E tutte le presidi che ho avuto da quando sono di ruolo sono donne.

6) Credo la situazione vari molto da scuola a scuola. E poi c’è la cosa della misericordia cattolica di cui scrive lo stesso Parks.

7) Perché, checchè ne dica chicchessìa, se non si cominciasse la scuola alle 8 bisognerebbe continuare dopo pranzo, e non dico altro.

8 ) Su questa non sono competente a commentare.

9) Perché talvolta noi italiani facciamo le cose per bene.

10) Questa è la domanda da cento milioni di dollari. La risposta alla seconda parte è, credo, perché nella vita non contano solo i soldi. Contano anche, per dire, la soddisfazione di fare le cose a modo e il divertimento che si prova a fare ciò che si è capaci di fare bene. Sulla prima parte ho già dato altre volte. Riassumo: ci vorrebbe la metà degli insegnanti, pagata il doppio.



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Al telegiornale delle 20, ieri sera. Il primo argomento di cui si parla è la notizia principale della giornata, ovvero le nuove misure per la sicurezza che portano l’esercito a pattugliare le strade. Come in altre recenti questioni italiane, il problema chiave è la mancanza di autorevolezza: che si cerca, invano, di risolvere con il ripristino dell’autorità.

E la mancanza di autorevolezza, con la scomparsa delle norme condivise, è anche uno dei temi più importanti in Stanno uccidendo i notai. In un mondo dove tutte le regole vanno allo sfascio, figurarsi infatti cosa può succedere tra i criminali propriamente detti: che possono perfino ritrovarsi ad avere bisogno di un notaio…

Infine un altro dei casi del giorno, ovvero la squalifica di Andrea Baldini dalle Olimpiadi. E’ la prima volta fra l’altro che si parla di doping nella scherma, anche perché in questo sport occorrerebbe “doparsi il cervello” per migliorare le prestazioni. Ecco il terzo e ultimo estratto dal telegiornale di ieri:



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Il quotidiano diretto da Mario Giordano segnala Contro il target il 20 aprile 2008. Il pezzo si intitola “Il marketing come ultima ideologia” ed è di Filippo M.Battaglia.

Leggi l’articolo da Il Giornale.



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Il quotidiano di Rifondazione Comunista recensisce Contro il target il 6 maggio 2008. Il pezzo è di Vittorio Bonanni a pagina 14, e si intitola “Incubo target, liberiamocene”.

Leggi la recensione.



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Il libro viene presentato il 7 giugno 2008 dal supplemento culturale del Tg2. Purtroppo il video non è più disponibile, ma si può leggere la scheda della puntata.



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Viene dal blog La Barricata il 16 maggio, e dà vita ad un entusiastico dibattito nei commenti. In particolare, suscita interesse la proposta del link come strumento per detargettizzare la società. Riportiamo il post per intero:

Il recente libro di Remo Bassetti analizza, nelle sue conseguenze sociali, lo strumento principale dell’onnipresente e pervasivo marketing: il target.

Lungi dall’essere un mero mezzo tecnico a disposizione delle aziende, il target, secondo la condivisibile tesi dell’autore, è alla base della cristallizzazione sociale, delle continua riconferma nella percezione di sè delle persone e di segmenti della società.

Uno strumento de-emancipatore, quindi, volto ad incasellare, controllare e fermare l’identità percepita (anch’essa lungi dall’essere una ricerca personale): il consumatore è invitato continuamente a non cambiare.

E anche i partiti ragionano in termini di target? Certamente, nel momento stesso in cui si limitano a “comprendere l’orientamento” in atto nella società, rinunciando allo storico ruolo di fornire strumenti per orientare.

Come sfuggire al meccanismo? L’autore abbozza alcune soluzioni e, tra queste, la più interessante, anche alla luce dell’ambiente in cui ci troviamo, è quella di un modello sociale radicalmente innovativo e basato sul “linkaggio“.

Già, perchè nel web la pratica del link è ciò che più sfugge alla logica del target: con un solo link si possono incrociare stili diversi, passioni ed opinioni, ciò che è più lontano da noi, senza che la meta del viaggio sia decisa in partenza.

Consiglio la lettura (è anche breve)



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Il 26 giugno 2008, Rosanna Sisti analizza Contro il Target sul quotidiano Avvenire. L’articolo, a pagina 31, si intitola “La società divisa per target”:

Se, piuttosto che filosofo, Platone fos­se stato un uomo di marketing il mi­to della caverna avrebbe aperto ben altri scenari. Con la loro parete di fondo a­dibita a megaschermo delle ombre, quegli individui prigionieri a vita sarebbero di­ventati un target molto interessante. Una fetta di mercato da coltivare, dove piazza­re decoder, riscuotere un canone, rilevare dati auditel, collocare prodotti che otti­mizzano la vita al buio. E chissà, forse un partito, un sindacato o un’associazione di consumatori avrebbero riunito quei fana­tici delle ombre sotto le proprie bandiere teorizzando valori e diritti su misura. In versione aggiornata e ironica il mito pla­tonico ci dice che un posto nel target non si nega a nessuno. Chiunque oggi volesse far partire una rivista, una collana di libri, una trasmissione tv o radiofonica e pen­sasse a un pubblico indistinto, immagi­nando di allargare la base d’interesse e proponendo addirittura quell’iniziativa culturale come un ponte tra persone e sensibilità diverse, non troverebbe spazi d’impresa né sponsor, insomma nessuno disposto a rischiare. L’illuso dovrebbe pre­ventivamente trovarsi un target. Perché senza, dice il marketing, non si va lonta­no. Individuato un target, l’azienda lavora per offrire ai suoi consumatori prodotti e servizi conformi. Non tanto ciò che desi­derano ma ciò che sono. Logico che il marketing d’impresa lavori perché la loro personalità non si evolva, perché ciascu­no resti quel che è. Nel mercato e anche oltre. Notaio di professione, giornalista e polemista per passione, direttore del mensile Giudizio Universale, Remo Bas­setti è autore di un saggio intitolato Con­tro il target (Bollati Boringhieri; pagg.126, 12 euro) in cui affronta la detargettizza­zione del mondo. Un problema che ci toc­ca da vicino e non solo perché tutti fre­quentiamo negozi e supermercati, tutti siamo bombardati da pubblicità e offerte speciali. «Il fatto è – spiega Bassetti – che la logica del target ha travalicato i confini del marketing d’impresa e ha abbracciato tut­ti gli altri campi: la politica, l’informazio­ne, persino la cultura. Succede in politica dove – continua – al tradizionale compito di orientare la comprensione della realtà, è subentrato quello di comprendere l’o­rientamento, tastare gli umori delle perso­ne per farne l’indirizzo della propria poli­tica. Succede nell’informazione dove i principali quotidiani si sono costruiti un pubblico su misura che riconfermano continuamente nelle opinioni che già possiede. Ma il risultato è sconfortante.

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L’8 aprile 2008, il blog Alta Tolleranza riporta la recensione del semiologo Gianfranco Marrone dedicata a Contro il target:

Un tempo, in guerra, si mirava a un obiettivo: strategie militari. Adesso, nel commercio, si individua un consumatore-tipo: strategie di marketing. Due mondi separati, due epoche diverse? Assolutamente no, per il semplice motivo che entrambi i sistemi usano i medesimi metodi e ragionamenti. Ma soprattutto perché tutti e due fanno riferimento a uno stesso oggetto: il target. Target, letteralmente, è il bersaglio da colpire, sia esso un obiettivo militare o un consumatore tipico. E non è un caso che a studiare oggi Della guerra di von Clausewitz non siano tanto i generali quanto gli uomini di marketing, impegnati a colpire il consumatore con procedimenti che rispecchiano la finezza e la determinazione dei grandi condottieri d’un tempo.

Il problema è che, come segnala Remo Bassetti nel suo argomentato pamphlet Contro il target (Bollati Boringhieri, pp. 125, € 12,00), il marketing non sta più soltanto nel mercato, non riguarda unicamente il commercio ma ogni aspetto e momento dell’esperienza umana e sociale: dal giornalismo alla politica, dalla cultura allo spettacolo allo sport. Viviamo in una società targettizzata. La collettività viene divisa in categorie non tanto sulla base delle esigenze, dei desideri e della progettualità degli individui, quanto a seconda dell’appartenenza a questo o a quel campione di persone, finalizzato alla vendita o alla pubblicizzazione di una qualche merce. Accade che l’attività politica finisca non più per orientare la comprensione della gente ma per comprenderne l’orientamento e agire di conseguenza. E nel mondo dell’editoria i giornali sono progettati su misura sui propri lettori, in modo da dir loro quel che vogliono sentirsi dire, senza alcuna dialettica. Non a caso, non spostano manco un voto. Insomma, la targettizzazione produce stasi, blocco dell’azione e del pensiero. Divisa in classi preconfezionate, la gente resta sempre com’è. E dato che le si propongono messaggi e prodotti che rispondono alle sue esigenze di sempre, essa non può che esserne contenta.

Detargettizzare la società è, per Bassetti, un compito civile di una certa urgenza. E per farlo occorre mettere in contatto mondi autonomi ed eterodiretti, lanciare collegamenti, proporre relazioni inattese, costringere a far propria la parola dell’altro. Due possibili vie di fuga contro il target sono, per l’autore, il link (che in Internet mette in collegamento un sito a un altro) e la metropolitana (mezzo di trasporto interclassista che raggiunge zone della città altrimenti senza alcun contatto fra loro).
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L’autore del blog Sindaco Spa dedica un post a Contro il target il primo luglio 2008, dove in particolare riflette sul legame sempre più stretto tra marketing e politica. Riportiamo per intero:

Le analogie tra marketing industriale e dei servizi da un lato, e marketing politico dall’altro sono molte. Consulenti e analisti si occupano molto di trasferire modelli e pratiche da un campo all’altro. Spesso con entusiasmo, e molto spesso senza alcuna preoccupazione critica. Però a un certo punto le analogie si fermano e cominciano le differenze. Da molto tempo mi ronza in testa un abbozzo di concetto: se il marketing di un prodotto ha successo con la vendita del prodotto stesso (i più avveduti arrivano a pianificare una soddisfacente “post-sales experience”), si può dire che la politica termina con il successo elettorale? Se la politica si limita a promettere quello che il target vuole già, mietendo consensi così come un prodotto che “incontra i gusti del pubblico”, non sta rinunciando a una funzione … come chiamarla? d’avanguardia? pedagogica? ecco, sul pedagogico penso al maoismo, rabbrividisco, e smetto di concettualizzare. Poi ho trovato sullo scaffale di una libreria “Contro il target”, di Remo Bassetti, pubblicato da Bollati Boringhieri: “Nella politica, al tradizionale compito del partito di orientare la comprensione (cercare di indirizzare le persone a un’ideologia attraverso la persuasione) è subentrato quello di comprendere l’orientamento (carpire gli umori delle persone, per farne l’indirizzo della propria azione politica).” Ecco, questa cosa qui lui la spiega proprio bene. E spiega anche che su questo piano, della rinuncia a immaginare, proporre e sostenere qualcosa di nuovo rispetto alle attese del target, Forza Italia (e tutti i suoi emuli nello spazio politico) e la Repubblica sono uguali.



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(disegno originale di Guido Scarabottolo)