La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Due nuove segnalazioni su Stanno Uccidendo i Notai: mentre il blog indiejunkies gli assegna una “menzione d’onore” fra i libri letti nel 2008, Lidia Gualdoni lo recensisce qui:

[...] dimostra originalità, una buona dose di ironia e di autoironia, grande padronanza dell’argomento e innegabili capacità affabulatorie che si concretizzano, innazitutto, nell’organizzazione di una trama piuttosto articolata ma sempre godibilissima, e, in secondo luogo, nell’utilizzo di diversi registri espressivi, scelti, di volta in volta, a seconda delle situazioni descritte – dagli esilaranti e sguaiati litigi in napoletano fra marito e moglie, alle colte digressioni sull’arte e sulla letteratura dedicate, nel corso della storia, ai notai; dal linguaggio erudito e formale usato durante la stipula di un atto o le trattative preliminari, alle espressioni tipiche dell’ambiente investigativo o criminale, solo per fare qualche esempio.
Ecco allora che Stanno uccidendo i notai non può essere semplicemente definito un giallo: sempre in bilico fra un ironico distacco ed una partecipe attenzione al comune sentire, fra un serio disincanto e l’obiettiva difesa di alcune categorie umane, Remo Bassetti riesce a comporre un affresco impietoso, a tratti surreale, ma sempre molto divertente, della nostra società, della sua innegabile decadenza di valori, dei suoi vizi e incomprensioni, debolezze e imbrogli.
E’ così che il mondo descritto con leggerezza, ma senza rinunciare alla coerenza, dal protagonista fornisce al lettore più di una lezione.
Una per tutte (o, almeno, quella che mi è sembrato di poter cogliere e che io preferisco): “dove non si può arrivare con la virtù, ci si accontenti perlomeno di sfuggire il vizio”.



*



Nel filmato qui sopra Giulio Ferroni, critico letterario e firma di Giudizio Universale, recensisce “Stanno uccidendo i notai”.



*



Inizia così una nuova recensione di Stanno uccidendo i notai sul Sole 24 Ore online, ad opera di Giovanni Canzi. Gli accostamenti sono lusinghieri:

Dopo i chimici (Primo Levi), gli ingegneri (Carlo Emilio Gadda), gli architetti (Gianni Biondillo) e i magistrati (Gianrico Carofiglio), oggi anche i notai indossano i panni dello scrittore, dando prova di una insospettata creatività. Insospettata perché se l’opinione comune li vuole ricchi, indifferenti e noiosi, la letteratura o li ha trascurati, o li ha descritti come piccoli uomini grassi “dalla maschera gonfia, vana e untuosa” (Honorè de Balzac).

E a proposito del protagonista – voce di chi “non teme il male, ma i grigi” – il recensore scrive:

[...] soprattutto Capasso è onesto. Talmente onesto che il Consorzio della notte – un’associazione che riunisce i migliori fuorilegge della città – lo sceglie per certificare la validità dei crimini più disparati. Dagli accordi fra una prostituta e il suo cliente a una messa nera fino ai furti nelle abitazioni. Se, infatti, il mondo che sta fuori – quello onesto per intenderci – ha ormai perso qualsiasi credibilità, figurarsi cosa può accadere fra chi bazzica la malavita. Nessuno rispetta più le regole e la parola data. Dunque urge un paladino
con cui correre ai ripari. A questo punto avrete già capito che Bassetti ama talmente il paradosso (e la metafora), da sceglierlo come registro su cui ritmare l’intero spartito di un romanzo che si fa via via più grottesco e divertente. Un funambolico gioco che mette sotto sopra la realtà – per offrirne una lettura più penetrante –, dove non mancano una serie di omicidi, in cui il povero Capasso si trova coinvolto. Per fortuna può contare su Valentina, fidata praticante, affetta da un grave disturbo che le impedisce di vivere qualsiasi emozione e dunque perfetta inquilina del mondo notarile.

Leggi la recensione sul Sole 24 Ore online.

*

Un aggiornamento anche su Contro il target: il 28 ottobre presenterò il libro al Circolo dei Lettori di Torino, nell’ambito del ciclo “Creativi non si nasce, si diventa”. Il 12 novembre ci sarà invece Annamaria Testa.

Vai al sito del Circolo dei lettori.

Leggi il programma degli incontri (in formato .pdf)

*

E sempre in relazione ai temi di Contro il target: da leggere il pezzo di Francesco Morace sul Marketing illuminista (dove si ipotizzano le ricadute di un approccio neo-illuminista sul marketing); e quello di Andrea Ganzaroli che sostiene Il marketing come ecologia del valore.

Divertente infine questa discussione sul forum del Papersera, in cui alcuni collezionisti di fumetti si misurano con gli effetti nefasti della targettizzazione.



*



Questa volta viene dal sito web Il Re-Censore. L’autore è Matteo Di Giulio.

Leggi la recensione di Stanno uccidendo i notai.

Domattina a Torino, invece, si parla dei temi di Contro il target insieme a Gilles Lipovetsky. Ultimo promemoria: ore 11 presso il Cortile di Palazzo Carignano, a Torino.

Vai alla scheda di Contro il target.



*



L’intervento nella rubrica di Carlo Gallucci, del 9 settembre, è disponibile grazie a Notariato.it.

Nel dialogo si parla di Stanno uccidendo i notai, e della sua vena moralista: “la difesa del notariato assurge a metafora della difesa delle regole nella nostra società”. Ed è anche l’occasione per chiarire l’origine della professione notarile: “il notaio nasce non come giurista ma come intellettuale, come letterato”; che si concilia dunque perfettamente con le attività di saggista e giornalista.

Guarda l’intervista al Tg5 del 9 settembre 2008



*



Oggi il romanzo Stanno uccidendo i notai viene segnalato dal blog AgenzieImmobiliari.it:

Devo riconoscere che anch’io, vittima dei pregiudizi e degli stereotipi, tanta fantasia non me l’aspettavo in un notaio.

Un altro bel commento viene inserito da Skizotonic su Anobii.

Leggi il post su AgenzieImmobiliari.it

Vai alla scheda di Stanno uccidendo i notai, su Anobii



*



Al telegiornale delle 20, ieri sera. Il primo argomento di cui si parla è la notizia principale della giornata, ovvero le nuove misure per la sicurezza che portano l’esercito a pattugliare le strade. Come in altre recenti questioni italiane, il problema chiave è la mancanza di autorevolezza: che si cerca, invano, di risolvere con il ripristino dell’autorità.

E la mancanza di autorevolezza, con la scomparsa delle norme condivise, è anche uno dei temi più importanti in Stanno uccidendo i notai. In un mondo dove tutte le regole vanno allo sfascio, figurarsi infatti cosa può succedere tra i criminali propriamente detti: che possono perfino ritrovarsi ad avere bisogno di un notaio…

Infine un altro dei casi del giorno, ovvero la squalifica di Andrea Baldini dalle Olimpiadi. E’ la prima volta fra l’altro che si parla di doping nella scherma, anche perché in questo sport occorrerebbe “doparsi il cervello” per migliorare le prestazioni. Ecco il terzo e ultimo estratto dal telegiornale di ieri:



*



Su Repubblica (ed.Torino) di ieri, due pagine intere dedicate a Remo Bassetti: “intellettuale tra la sciabola e la penna”. Di Gian Luca Favetto.

Da ragazzo aveva il sogno di scrivere. A trent’anni è diventato notaio. Adesso che ne ha quarantasei un libro sui notai l’ha scritto, diviso in articoli invece che in capitoli: un notaio come protagonista e molti colleghi come vittime di un misterioso serial killer. Un romanzo ambientato a Torino, dai toni surreali, grotteschi. L’ha pubblicato a fine maggio Cairo Editore, s’intitola Stanno uccidendo i notai. E due mesi prima ha dato alle stampe un altro libro, un saggio, edito da Bollati Boringhieri, quasi un pamphlet: Contro il target. Un libro come una stoccata feroce e divertita.

E tutto da una stoccata comincia. Da una sciabola. Da un’arma bianca impiegata come una penna. Perché Remo Bassetti questo faceva: lo schermitore. A Napoli, dove è nato nell’ottobre del 1961 ed è vissuto fino al ‘91. Ha cominciato con il fioretto a sette anni, poi è passato alla sciabola. Il papà era maestro di scherma e proprio sciabola insegnava. E quando hai tirato di scherma, e hai tirato bene, questo rimani per tutta la vita: nel suo caso, sciabolatore. Così dovrebbe presentarsi, seduto dietro la scrivania nel suo studio affacciato su piazza Lagrange: sciabolatore, giornalista, scrittore, editore e notaio.

Quattro notizie lampo che dicono la persona Remo Bassetti, e la sua personalità: non ha cellulare; è dotato di un’ironica partenopea vanità; ha una forte etica che si traduce in leggerezza nell’affrontare la vita; la curiosità in lui è dote e non vizio. A mò di introduzione, osserva: “Credo si possa scrivere più serenamente, se dallo scrivere non dipende la tua esistenza quotidiana. Così ho cercato un mestiere che mi piacesse e mi permettesse di organizzare il tempo per fare anche altro”.

L’altro che ha fatto per primo è la scherma. “Per me è stata la cosa più importante fino ai trent’anni. Mio padre Vittorio è stato uno dei grandi maestri italiani di sciabola. A dodici anni, appena sono passato alla sua arma, ho vinto i campionati italiani giovanissimi. Per prepararmi alla gara, l’ultima lezione l’ho fatta nel salone di casa, dove papà mi ha insegnato la covazione in tempo”. Nel 1980 vince gli assoluti a squadre con il Cus Napoli. Nell’86 diventa maestro e comincia a insegnare. L’ultima gara la vince nel ‘90 a Rotterdam, il campionato mondiale maestri. E intanto studia, si laurea in legge, scrive per un paio di giornali, una rivista di scherma e il Roma di Napoli, prova il concorso da notaio e passa. Nel ‘91 gli tocca scegliere la sede. Non ci sono posti a Napoli e neanche in Toscana. Finisce a Torino. Cambia città e non tocca più una sciabola, chiude una fase della sua vita. Così gli sembra.

“Sono arrivato ai primi di gennaio del 1992 e pensavo di andarmene dopo qualche anno – racconta – Una grande tristezza al mattino. Mi alzavo alle otto meno venti e mi sembravano le quattro di notte. Credevo di non resistere. Abitavo in corso Dante e venivo in studio in autobus. Era deprimente. Poi invece mi sono trovato bene. Torino è ricettiva. Se uno lavora, è una magnifica città dove vivere. Però, come dice un mio amico, è come se qui ogni giorno si dovesse rinegoziare l’intimità”.

A Torino da quindici anni, come notaio, fa atti di società, di famiglia, immobiliari, successori. E poi fa correre idee, produce pensiero, offre spunti di riflessione. Al figlio ancora piccolo, il suo mestiere l’ha spiegato così: “Le persone vengono da me a farsi delle promesse e io faccio in modo, scrivendo, che poi siano costretti a mantenerle”. E aggiunge: “Il lavoro del notaio è una forma di magistratura preventiva”. Il resto che fa non è da spiegare, è da raccontare e da leggere.

Per due anni, dal 1993, organizza serate culturali. Nel suo studio, a discutere e presentare libri, passano Gad Lerner, Furio Colombo, Gianni Vattimo, Curzio Maltese. “Il consiglio notarile ha avviato un procedimento disciplinare – ricorda – Diceva che mi facevo pubblicità. Hanno chiesto la mia sospensione. Poi sembrava dovessi pagare 40 lire, questa era l’ammenda stabilita. Infine ho avuto una censura, che per me è una medaglia”. E finalmente, oltre a scrivere atti, comincia a scrivere libri. “L’uomo di oggi, specializzato negli interessi, nei consumi, nelle professioni, è una involuzione antropologica – nota – Se ragioni solo sulla tua materia finisce che non capisci niente nemmeno di quella”. Remo Bassetti spazia. Ha per modello l’intellettuale settecentesco: curiosità e istinto.

Il primo libro esce nel 1999 edito da Marsilio: Storia e storie dello sport in Italia. Dall’Unità a oggi. Il secondo è Derelitti e delle pene. Carcere e giustizia da Kant all’indultino, pubblicato dagli Editori Riuniti nel 2003. Gli ultimi due quest’anno, a due mesi di distanza l’uno dall’altro, il romanzo sui notai e il pamphlet che considera il target una rovina per l’umanità. In mezzo, nell’aprile 2005 s’inventa editore, direttore e titolista di un mensile come non ne esistevano, uno spazio per le idee, una rivista di giudizi: Giudizio Universale si chiama. Una sorta di catalogo del mondo dove si recensisce tutto, libri, musiche, film, spettacoli, oggetti, slogan pubblicitari, opinioni, uffici, processi e anche persone. E’ il suo specchio, il suo ritratto in forma di pagine. Se fosse una rivista, Remo Bassetti sarebbe proprio Giudizio Universale. Non la copertina, il contenuto.



*



Uno degli interventi più importanti su Stanno uccidendo i notai è apparso il 2 luglio, su Repubblica (edizione di Napoli). A scriverlo è Giampaolo Rugarli, e lo riportiamo integralmente. Ma attenzione: il pezzo contiene uno spoiler fondamentale, ovvero rivela il nome dell’assassino.

Remo Bassetti, napoletano, residente a Torino, notaio, è noto come intelligente operatore culturale. Dirige la rivista mensile “Il giudizio universale”, che certo non pecca di conformismo e meriterebbe di essere meglio conosciuta. Adesso Bassetti si propone come narratore, e pubblica presso Cairo il suo primo romanzo che ha un titolo di buon auspicio: “Stanno uccidendo i notai” (Milano, maggio 2008, pagine 336, euro 16). La storia raccontata – un killer seriale che imperversa contro chi ha la funzione di dare certezze – è un pretesto.

Un paradosso. E infatti il libro ha un andamento folle che ricorda “Helzapoppin” (”Il cabaret dell’inferno”), un film del 1942, che fu la bibbia di Mel Brooks, di Woody Allen e di John Belushi. Bassetti dunque va controcorrente, e, in un tempo che sembra non conoscere altro all’infuori della cronaca nera, ha il coraggio di essere inverosimile e ironico. Non è un piccolo merito.

Vediamo le cose più da vicino. Il notaio Lorenzo Capasso si muove su tre fronti: da una parte la “routine” professionale, da un’altra parte la messa a verbale delle attività di un giro di malavitosi (puttanesimo, droga, messe nere eccetera), infine il dissidio con la moglie Amalia, in attesa di una separazione con tutti i crismi di legalità. La moglie Amalia è forse il personaggio più riuscito del romanzo. Partenopea Doc, si esprime in un suo italo-napoletano con la visceralità e con la violenza di una vaiassa dei Quartieri (vaiassa, parrebbe, è la corruzione di bagascia): Amalia evoca schiattamuort, zoccole, strunz eccetera, e terrorizza il marito minacciando una separazione litigiosa, in luogo di un accordo amichevole. “A’ giudiziale facimm a’ giudiziale!” è il suo grido di battaglia.

Il povero Capasso finisce sempre per inciampare nel cadavere di un collega: ne conta cinque, e le efferatezze del misterioso assassino si moltiplicano, tra spoglie tagliate a pezzi o dissolte nell’acido o evirate o appese a testa in giù. Capasso vaga per una Torino notturna, e elegante, pacata, silenziosa: una città che custodisce un proprio arcano, un modello di perfezione, e che, in quanto tale, ha latebre consacrate all’occulto, alla memoria della medium Eusapia Palladino e alla Pazzia di Nietzsche (se non forse a Satana in persona). Se il romanzo di Bassetti fosse un giallo, come ne girano tanti, non direi chi è l’assassino, ma questa convenzione omertosa nel caso di specie è insensata, e lo scioglimento del dramma un po’ poco mi tocca: l’omicida è Cravero, il direttore di banca, e anch’io per alcuni anni sono stato direttore di banca, però non ho mai ucciso.

Non mi risulta che vi sia ruggine tra dirigenti bancari e notai, semmai vi è una sorte di implicita complicità, gli uni e gli altri chiamati ad essere testimoni, sia pure in ruoli distinti, di fortune talvolta figlie di vergogna.

Cravero, l’assassino immaginato da Bassetti, è in guerra contro la vita, il mondo e, di riflesso, contro chi attesta l’esistenza: il suo sentire è quello di un paranoico solo che (attenzione) le esplosioni demenziali che punteggiano il romanzo sono altrettante spie dei punti di crisi, di collasso della realtà intorno a noi. Consegue che il racconto di Bassetti, assurdo e demenziale per quanto concerne la vicenda, diventa di un realismo allarmante quante volte balena lo sfondo, l’habitat che, ahimè, non rassicura. L’autore non ha inteso narrare una storia di follia: semmai ha messo a rogito il contesto di viltà, di indecenza e di idiozia che ci assedia. Ha scritto un libro importante: si è ricordato di Campanile ma più ancora di Voltaire.

Viene puntualmente rievocata la disputa che appassiona il notariato, cioè il dilemma che oppone certificazionisti e sostanzialisti. Le funzioni del notaio devono limitarsi a dare il crisma della verità ai fatti accertati o devono spingersi oltre e, in qualche misura, la verità forgiarla o almeno aiutare a forgiarla? A ben guardare, l’interrogativo concerne tutti noi, chiamati a scegliere tra essere agiti ed agire: purtroppo delle due eventualità trova meno favore la seconda, e, al dunque, tutto o quasi tutto sembra andare alla deriva. Tant’è che il peccato più grave della politica, tra i mille che le vengono imputati, è non scegliere, non sapere e non voler scegliere (detto tra parentesi: fare ammoina non è decidere, i tricchetracche non vanno confusi con i colpi delle armi da fuoco).

Il romanzo di Bassetti ha anche il merito di non arretrare di fronte alle divagazioni: non vuole che il lettore sia divorato dall’ansia di andare alla pagina successiva, come nella letteratura attuale, ma al contrario suggerisce di indugiare e di pensare prima di passare avanti. E’ magistrale un capitolo che accompagna a un amplesso un sorta di radiocronaca, recitata dal protagonista maschile, cioè da Capasso: la genialità della trovata sta negli accenti del cronista che, anziché propiziare un’atmosfera di abbandono di sensualità e, perché no?, di peccato, descrivono quanto accade come in un trattato di fisiologia.

Bassetti ha inteso satireggiare (e non solo in questo capitolo) uno dei tic contemporanei ossia la pretesa di ragguagliare a scienza anche ciò che si sottrae, che deve sottrarsi al metodo sperimentale. Gli studiosi della psiche riflettano.

Bassetti non si fa mai sorprendere con la lacrima sul ciglio – un atteggiamento che approvo e condivido, perché un certo giornalismo e una certa narrativa, che si nutrono di umane sciagura e che speculano sconciamente sull’altrui dolore, alla lunga suscitano solo disgusto. Nondimeno azzardo il dubbio che il nevrotico Rachmaninov e il suo Secondo concerto per piano tocchino il cuore del nostro imperturbabile romanziere: e inoltre si avvertono trasalimenti nelle pagine che interessano Valentina, una figuretta femminile incantevole. Valentina finisce sbranata da un cane, e anche questa orribile morte tradisce la pervicace volontà di scansare ogni coinvolgimento emotivo.

Bassetti non vuole ammettere di essere innamorato di Valentina: mi scuserà se ne sono innamorato io.

Di ogni assassinio viene fornito un processo verbale, un rogito che, stilato con le clausole rituali, comprova l’avvenuta nefandezza, e immancabilmente conclude con la formula: Ego complevi et absolvi. E’ una vecchia formula, dove ciò che conta è l’”Ego sum”, attestazione dell’esistenza di chi ha operato, di chi ha voluto lasciare la sua impronta di sterminio alla faccia di tutti gli altri. Non per dare consigli, ma forse non guasterebbe un aggiornamento: meglio scrivere Berlusconi et Veltroni sunt, mentre le vittime sono gli italiani.



*



(disegno originale di Guido Scarabottolo)