La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Il blog Sport e dintorni cita una pagina del mio libro, in cui si parla delle teorie fallocentriche sul calcio:

Suggestiva è l’ipotesi che il legame tra i gruppi maschili in competizione per il gol sia di tipo libidico, e che il gol, nel suo infilare il pallone nella porta, si configuri come l’appropriazione sessuale della donna. Con le spiegazioni fallocentriche, tuttavia, talvolta si esagera: anche la rammendatrice infila l’ago nella cruna eppure nessuno ha mai sostenuto che ciò sottintenda alcunché. D’altronde, non osiamo immaginare cosa, coloro che con troppa semplicità parificano calcio e sesso, pensino della rincorsa nel salto con l’asta. Indubbiamente, ma ciò è cosa diversa, il calcio, essendo praticato da gruppi maschili giovani e in salute, ha accolto nel suo linguaggio certi lapsus viriloidi, come penetrare la difesa e violare la porta.

L’autore del post raffronta inoltre questo passo con il fallocentrismo di Gianni Brera, suscitando un vivace dibattito nei commenti. Dell’equiparazione fra sesso e calcio si parla anche qui e qui.



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Il libro pubblicato per Marsilio nel 1999 continua a far discutere anche dopo tutti questi anni. Il 29 febbraio 2008 compare un articolo di Renato Minore sul Corriere della Sera a proposito del rapporto fra Gabriele D’Annunzio e lo sport – argomento trattato appunto in Storia e storie dello sport in Italia. Riportiamo il passo in questione:

[D'Annunzio] restava attento allo sport in tutte le sue manifestazioni, con in testa la motonautica e il canottaggio che, dalle stanze del suo ritiro, intravedeva tra gli ulivi sul lago di Garda. Per Orio Vergani quella passione non era travestimento da personaggio, declamazione, esibizione intellettualisticamente perseguitata, recita da ribalta. Anche se gli aspetti della recita, della messa in scena del personaggio, dell’atleta-vate scivoloso sulla ribalta dei media erano assai forti e s’imponevano su altri. D’Annunzio fu un precursore dello sport praticato e viveva – ha ben osservato Remo Bassetti nella sua Storia e storie dello sport in Italia (Marsilio) – “in una continua contaminazione fra realtà e letteratura, fra esistenza e rappresentazione”. Aveva intuito che anche “lo sportivo, il campione impasta di sé questa duplicità: è se stesso e contemporaneamente è l’eroe rimodellato dalla fantasia, dai sentimenti di chi da spettatore lo vede gareggiare”.

Leggi l’articolo completo Il “piacere del corpo”. E di prendere a calci un pallone, di Renato Minore, dal Corriere della Sera del 29 febbraio 2008.



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Antonio Franchini recensisce il libro su Il Diario della Settimana, 2 giugno 1999.

Al corpo-peccato della cultura cattolica di fine ottocento succede il corpo-lavoro dei movimenti socialisti si inizio secolo, ostentato in manifesti dove appaiono vigorosi torsi operai che battono su incudini o alzano al cielo le braccia che hanno spezzato le catene dell’oppressione. Più o meno in contemporanea si sviluppa l’idea del corpo-battaglia , che formerà l’educazione fisica fascista tra le due guerre. Alla fine si approda al corpo-piacere levigato, balestrato, superficialmente estraneo ai segni del tempo, con l’edonistica aspirazione all’immunità da sofferenza e da vecchiaia. E ‘ il corpo dei nostri tempi, lo incrociamo su giornali, cartelloni pubblicitari, televisione.

Se ne apprendono di cose, leggendo questo saggio appassionante e appassionato, che fonde diverse angolazioni e tutti gli approcci possibili per architettare una storia in stile vivace e gustoso, il cui impasto ricorda la prosa di notevoli scrittori che scrivendo di sport seppero esaltarsi. Il gusto per l’aneddoto, passaggio epico, ritratto (valga per tutti questa splendida miniatura del lottatore Vincenzo “Pollicino” Maenza: “Perennemente affaticato dalla brutture dietetiche per mantenere il peso, testimoniate dall’affilamento di un viso nel quale le ossa sfidavano ogni regola di pudica discrezione, protese alla conquista dell’aria aperta come un detenuto nell’ora di ricreazione”) si traduce in un repertorio stilistico che si appropria di guizzi, ironia, colta, osservazione antropologica che sono topoi classici della scrittura sportiva alta, da Gianni Brera a Emanuela Audisio. Orami il piacere di raccontare le grandi imprese dell’uomo o i suoi più patetici fallimenti si è concentrato soprattutto nel giornalismo  sportivo: è più facile leggere un articolo commovente su una partita di calcio, o su un match di pugilato, che su una guerra.

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Gianni Riotta inserisce Storia e storie dello Sport in Italia nella sua rubrica su Tuttolibri de La Stampa, 3 luglio 1999.

Le classifiche – vere, presunte, a metraggio che siano – ci parlano di libri più popolari. Ma quando entriamo in libreria e ci guardiamo smarriti, vorremmo sapere cosa c’è da salvare fra i titoli in corso. Questa rubrica indicherà quali volumi tenere in mente.

Cominciamo con Remo Bassetti “Storia e storie dello sport in Italia” (Marsilio). Vi pare che Del Piero sia troppo pagato? Leggendo la bella prosa di questo notaio capirete il come e il perché del pianeta sport.

I libri fanno capire, non dimenticatelo. Bastava leggere “Liberista? Liberale” (Donzelli) di Mario Deraglio per sapere che, prima o poi, il cambio economico in Italia avrebbe mutato il sindaco a Bologna. Cifre anziché chiacchiere.

Chiacchiere anziché cifre, il percorso inverso, nello stupendo saggio “Della certezza” di Ludwig Wittfgenstein, ripubblicato da Einaudi. Il primo Wittgenstein, autore del “Tractatus” era persuaso della rigida eleganza della matematica e della logica. L’incontro con il mitico economista italiano Sraffa lo convinse ad occuparsi del linguaggio comune.

Verità e linguaggio sono i temi del desiger Ettore Sottsass, padre della rossa Valentina macchina dal scrivere. Rizzoli ne raccogli i  “Frammenti”: è il nostra presente, già così in fretta, passato.



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La recensione di Edmondo Dietrich compare su Repubblica il 22 marzo 1999. Si spiega come il libro racconti l’Italia da una particolare angolatura.

Al di là delle Olimpiadi greche che il poeta Pindaro elogiava con i suoi epinici ben remunerati, lo sport – intendiamo quello moderno – nasce e rinasce in  Inghilterra. Sono gli inglesi a inventare tutto o quasi (mica solo lo sport), gli altri imitano. Così dove sono gli inglesi – sorgono ippodromi, campi di calcio, tennis e altro.

Da noi si comincia a vedere qualcosa intorno alla metà dell’Ottocento. La Federazione Ginnastica Italiana nasce a Venezia nel 1869. Qualche anno prima Quintino Sella  aveva fondato il Club Alpino (forse, sostengono alcuni, soltanto per aiutare il turismo di quei luoghi9 e nel ’70 alcuni snob, diciamo aristocratici, disputano la prima corsa ciclistica italiana, da Firenze a Pistoia. E’ a Milano, comunque, che viene fondato il Veloce Club, ma ad avere la bicicletta sono soltanto i borghesi: i poveri si battono ancora per mettere insieme pranzo e cena, quindi non hanno né tempo né forze per fare sport. Alcuni inglesi in vacanza, invece, fondano il primo club italiano di tennis a Bordighera nel 1878.

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Ecco la recensione scritta da Gianni Vattimo su L’espresso, 20 maggio 1999.

Nonostante le risorse economiche che mobilita e le intense passioni che scatena, lo sport sembra ancora sempre un fenomeno culturalmente marginale: anche per chi non legge tanti libri prende sul serio il premio Nobel per la letteratura, mentre un’attenzione molto minore viene riservata, presso il pubblico “colto”, al “pallone d’oro” o ad altri simili riconoscimenti. Gli sport di massa, poi, hanno una cittadinanza culturalmente molto precaria: chi segue i campionati mondiali di calcio alla televisione lo confessa con una certa riluttanza, come se cedesse a un vizio innocuo ma in fondo deplorevole. Gli si obietta  che lo sport andrebbe praticato e non guardato passivamente come uno spettacolo. Il tifo calcistico è confuso con la volgarità delle curve sud, il jogging è bollato come soggezione a mode clintoniane. Anche nel giornalismo sportivo non sono frequenti gli esempi di una considerazione dello sport come aspetto rilevante della nostra vita sociale.

Un buon avvio a una considerazione di questo genere lo offre il bel libro di Remo Bassetti, notaio in Torino ma niente affatto semplice dilettante in questa sua fatica storiografica. Pur riservando un’attenzione appassionata alle vicende di singoli sport e alle figure di tanti campioni che hanno affollato la scena sportiva nell’Italia unitaria,il lavoro di Bassetti si presenta come un quadro di autentico respiro storico. I fatti dello sport sono collocati entro il loro contesto sociale in una misura e con un’acutezza sconosciuta a tanti altri studi sul tema. Con il risultato di avvicinare una po’ di più lo sport agli aspetti “seri” dello nostra vita collettiva, e di costringerci a rivedere molti inveterati pregiudizi.



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(disegno originale di Guido Scarabottolo)