
Prima di decidere di scrivere “Derelitti e delle pene” non sapevo come fosse fatto un carcere, neppure per sentito dire, né mi ero distinto particolarmente in qualche attività di solidarietà a favore dei detenuti. Non solo: ogni reato grave mi suscitava e continua a suscitarmi un profondo senso di rabbia e impotenza, spero di vederne punito il colpevole e sono emotivamente scosso pensando alla vittima. E infine le generiche lamentazioni nei confronti della società, in nome del giustificazionismo e dell’indulgenza, mi provocano l’orticaria. Un borghese medio.
Ecco: è possibile, partendo da un sentimento di simpatia per la vittima, arrivare a un sentimento di simpatia verso il colpevole? A un certo punto ho sentito il dovere di domandarmelo.
Dire che, lavorando al libro, mi è affiorata e la consapevolezza del carattere classista della nostra giustizia non sarebbe una gran novità, visto che c’è chi lo denuncia dal secolo scorso. Solo che per carattere classista io non intendo una pianificazione attuata dalle oligarchie ma un’organizzazione mentale di qualunque borghese, genuina e se vogliamo priva di malizia, per la quale il carcere è biologicamente inadatto ad alcuni e buono per altri. Quasi come se sul documento d’identità dovesse esserci scritto oltre che “valido per l’espatrio”, “valido per il carcere”.
Il dramma della giustizia, oggi, è in primo luogo in questa contraddizione, che si fa ogni giorno più schiacciante: il desiderio di una giustizia che funzioni a due velocità, che tolleri l’ingolfamento se è in questione la libertà di un cittadino onorevole e sia implacabile e solerte quando è in gioco la pena di un tossico, di un extracomunitario o di uno scippatore. E’ un meccanismo psicologico talmente normale e diffuso che nessuno più se ne stupisce.
La questione, purtroppo, non è ideologica ma fisica: il carcere è in primo luogo un’innaturale contenzione del corpo. Probabilmente è vero che c’è un abisso incolmabile tra la vita quotidiana di un borghese e il carcere per considerare quest’ultimo un’ipotesi accettabile, appunto fisicamente. E’ possibile immaginarlo solo per alcune classi sociali? Me lo chiedo senza intento polemico o strictu sensu politico. E’ un interrogativo antropologico.
Per gettare sul tema uno sguardo veramente complessivo ho ritenuto non solo di partire dal concetto di pena, del quale il carcere rappresenta una specie, ma di parlare della pena sotto tre aspetti: la pena pensata, che è la pena vista dai filosofi; la pena applicata, che è la pena vista dai governanti; la pena vissuta, che è la pena vista dai detenuti. Quest’ultima parte contiene brevi monologhi, raccolti sulla base di colloqui effettuati nei più importanti istituti di pena del paese. Nella loro struttura ho provato a rendere la condizione di ansia e frantumazione propria di una persona che la sera sente chiudere i cancelli alle sue spalle.
Derelitti e delle pene è uscito nel 2003 per Editori Riuniti.
Vai alla scheda del libro su Ibs.
In questa sezione:
Leggi l’estratto “La pena come minaccia. La prevenzione generale”
Leggi l’estratto “Se chi legge fosse in carcere”
Leggi l’estratto “L’abbraccio”
Leggi l’estratto “La stagione delle rivolte”
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