
In un cocktail di dosata fruizione televisiva e pratica personale (alla peggio maturata su polverosi campetti di calcio), alcune generazioni di maschi occidentali hanno contratto con lo sport un debito decisivo nella formazione della personalità. Il romanzo di Nick Hornby, Febbre a novanta (1992), è la fotografia di un classico (ancorché iperbolico) percorso di formazione, nel quale la fissazione per il calcio non è solo un temporaneo ottundimento delle facoltà mentali ma anche un’introduzione a più ampie categorie dello spirito. Paul Auster, in poche e commoventi pagine ne L’invenzione della solitudine, (1982) mostra il sorgere di una delicata empatia tra padre e figlio grazie all’appuntamento settimanale della partita di baseball, capace del resto di agire come “catalizzatrice dei ricordi della sua vita e struttura artificiale atta a ordinare il passato storico”. La ritualità e la cadenza, l’esistenza di un calendario di rigore gregoriano, hanno un valore essenziale nella simbologia sportiva, nella conservazione della sua parentela con la liturgia e la festa. Ma si tratta di uno dei tanti aspetti, che nel volgere di una sola decina d’anni, ha subito una radicale trasformazione, che ha malamente alterato la fisionomia dello sport. All’alternanza evento/attesa si è sostituito, per assecondare le esigenze degli sponsor e dei canali televisivi con accesso a pagamento, un flusso ininterrotto e dilagante di immagini che spengono il pathos, immergono la fiction atletica in un saturante processo di routinizzazione e finiscono per far seguire il rigetto alla sazietà.
A partire dai primi anni ottanta, la società europea ha assorbito pulsioni individualistiche a detrimento delle nicchie comunitarie. L’età degli yuppies si è contraddistinta per una sfrenata corsa competitiva all’arrampicata sociale ed economica e un crescente spregio delle regole e dei laccioli, culminata nel sopravanzamento dello stato da parte del mercato, impropriamente presentato come un selvaggio stato di natura. La seconda metà degli anni ottanta e gli anni novanta hanno insomma disegnato la società più agonista del dopoguerra. Un agonismo sociale che, purgato di ogni collegamento ideologico o collettivo, potrebbe forse sembrare una filiazione di quella sportivizzazione della società che si era verificata nell’epoca precedente. All’inverso, è stato proprio questo agonismo a contaminare quello sportivo, dal quale profondamente diverge. Il malsano punto d’incontro tra l’individualismo sociale competitivo e le discipline sportive è stato il doping che costituisce la totale negazione dei principi fondativi dello sport.
Si è verificato il paradosso di una società agonista sino all’estremo, che ha snaturato il senso di quella che veniva considerata, dell’agonismo, la forma esemplare. E si è tardivamente avverata la profezia di Huizinga che considerava lo sport un’attività troppo “seriamente” organizzata e strutturata per essere connotata come giocosa.
Ritratto tradizionalmente come un individualista, il grande agonista sportivo si trova in realtà assai stretto in un mondo caratterizzato dal ripiegamento ipetrofico verso l’io, tanto lontano dal con-essere di tipo cooperativo che la sfida atletica presuppone e promuove.
Storia e storie dello sport in Italia è uscito nel 1999 per Marsilio.
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In questa sezione:
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Leggi l’estratto “Il doping”
Leggi l’estratto “Maradonapoli”
Leggi l’estratto “Nuvolari”
Leggi l’estratto “Lo sport e il fascismo”
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