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	<title>Remo Bassetti &#187; Arte</title>
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	<description>"Creati una situazione di attesa"</description>
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		<title>La confisca dei beni</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 14:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Fermacarte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
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In attesa di capire che fine faranno i beni confiscati alla mafia dallo Stato italiano, sarebbe già qualcosa che si rintracciassero quelli “confiscati” allo Stato dalla mafia medesima.
Il celebre quadro qui sopra, per esempio, è la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi: un olio su tela realizzato da Caravaggio esattamente quattro secoli fa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1960" title="Caravaggio-Nativita" src="http://www.remobassetti.com/Blog/wp-content/uploads/2009/12/Caravaggio-Nativita-218x300.jpg" alt="Caravaggio-Nativita" width="218" height="300" /></p>
<p>In attesa di capire che fine faranno i beni confiscati alla mafia dallo Stato italiano, sarebbe già qualcosa che si rintracciassero quelli “confiscati” allo Stato dalla mafia medesima.<br />
Il celebre quadro qui sopra, per esempio, è la <strong>Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi</strong>: un olio su tela realizzato da Caravaggio esattamente quattro secoli fa, nel 1609. Era custodito presso l’Oratorio di S.Lorenzo, a Palermo: “custodito” poi si fa per dire, perché nel 1969 gli uomini di Cosa Nostra poterono trafugarlo in tutta tranquillità (non essendovi alcuna misura di sicurezza).<br />
Pur nelle tinte drammatiche, in quest’opera l’artista rifletteva uno dei rari e brevi momenti di serenità &#8211; trovata proprio durante un soggiorno a Palermo. Caravaggio in quel periodo correva infatti da una città all’altra dell’isola, trovandosi nella scomoda condizione di fuggiasco (era scappato da Roma nel 1606, ricercato per omicidio, e poi da Malta).<br />
Magari qualche boss avrà sentito una particolare affinità tra latitanti, chissà. Di sicuro il dipinto non è mai stato ritrovato, e si dice addirittura che venga ancor oggi esposto durante  in segno di potere. Secondo Spatuzza invece (è notizia di questi giorni) venne “distrutto dai topi e dai maiali in un magazzino della mafia”.</p>
<p>Quanto all’altare dell’oratorio, si presenta ancora così:</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1959" title="Caravaggio-vuoto" src="http://www.remobassetti.com/Blog/wp-content/uploads/2009/12/Caravaggio-vuoto.jpg" alt="Caravaggio-vuoto" width="250" height="373" /></p>
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		<title>Beckett in carcere</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 07:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Fermacarte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Prigioni e Detenuti]]></category>

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Nel 1984 fece tappa in Italia, a Pontedera, il San Quentin Drama Workshop: una compagnia teatrale nata all’interno di uno dei più famosi e duri penitenziari americani, popolato da persone condannate per reati spesso gravissimi.
Ma soprattutto, si trattava della compagnia fondata e diretta da Samuel Beckett in persona. Il grande commediografo sentiva infatti che la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1795" title="a-scene-chiuse" src="http://www.remobassetti.com/Blog/wp-content/uploads/2009/09/a-scene-chiuse.jpg" alt="a-scene-chiuse" width="291" height="413" /></p>
<p>Nel 1984 fece tappa in Italia, a Pontedera, il <a href="http://thesqdw.org/">San Quentin Drama Workshop</a>: una compagnia teatrale nata all’interno di uno dei più famosi e duri penitenziari americani, popolato da persone condannate per reati spesso gravissimi.<br />
Ma soprattutto, si trattava della compagnia fondata e diretta da Samuel Beckett in persona. Il grande commediografo sentiva infatti che la prigione era un ambito particolarmente adatto per capire le sue opere, dominate da quella stessa “lucida follia” che a volte si ritrova nei criminali. Del resto quello di Beckett non è solo teatro dell’assurdo: è anche per certi versi un “teatro dell’incarcerazione”, dove i personaggi sono sempre prigionieri di qualcosa.<br />
E quell’esperienza, che univa in modo forse irripetibile il valore artistico e quello sociale, non è comunque rimasta isolata. Il libro a cura di Andrea Mancini <a href="http://www.ibs.it/code/9788872182253/scene-chiuse-esperienze">“A scene chiuse: esperienze e immagini del teatro in carcere”</a>, uscito l’anno scorso per l’editore Titivillus, raccoglie una serie di scritti e fotografie riguardanti appunto le attività di teatro carcere in Italia. Che dopo quel primo episodio di ormai oltre 25 anni fa sono decollate con la <a href="http://www.compagniadellafortezza.org/indexstatic.htm">Compagnia della Fortezza</a> di Armando Punzo, fondata a Volterra nel 1988 e tuttora pienamente operativa.<br />
E proprio a Punzo si devono una serie di metodologie che delineano il senso di questa disciplina:</p>
<blockquote><p><em>“(…) cancellare il carcere dalla mente delle persone recluse; sviluppare un lavoro artistico, senza preoccupazioni ‘rieducative’; coinvolgere in modo diretto l’amministrazione penitenziaria e il personale del carcere; collaborare con le istituzioni teatrali; far conoscere al mondo esterno la realtà del carcere aprendo gli spettacoli, lottando per farli uscire dalle mura della prigione. Punzo non intende sviluppare un intervento sociale, bensì costruire spettacoli con una compagnia che possa lavorare con continuità, approfondendo il lavoro teatrale a partire dalla realtà e dall’energia delle persone coinvolte, messe a confronto con grandi testi”.</em><br />
(Dal saggio a cura di Massimo Marino, pag.29)</p></blockquote>
<p>Il teatro carcere non va dunque confuso con le misure “alternative” alla detenzione, anzi. E non è nemmeno detto che abbia come unica finalità la “rieducazione” del carcerato: si direbbe piuttosto che in questa prospettiva l’impegno artistico ed il reinserimento sociale procedano a braccetto, senza che si possa o debba distinguere l’uno dall’altro.<br />
Fra gli altri scritti presenti nel libro ce n’è uno di Claudio Meldolesi (recentemente scomparso), che individuava nella questione della “fuoriuscita” uno dei cardini della cultura di fine Novecento; e proprio con questa fuoriuscita il teatro carcere sembra portato a confrontarsi:</p>
<blockquote><p><em>“(…) Fuoriuscire significa pensare ad un’umanità che possa avere altre dimensioni, meno previste, meno tallonate dalla collettività artificiale in cui viviamo, insomma un po’ più naturali, un po’ più reali”.</em><br />
(Dal saggio di Claudio Meldolesi, pag.311)</p></blockquote>
<p>“A scene chiuse” mette però anche in luce l’effetto paradossale, e diciamo pure perverso, che può esserci nei mischiamenti fra criminalità e finzione (citando il caso cinematografico di Gomorra, dove si mostrano i giovani pistoleri che impugnano la pistola in senso orizzontale per imitare Pulp Fiction). E allora ci si chiede:</p>
<blockquote><p><em>“Che uomini sono questi, fermati in alcune delle fotografie del nostro libro? Essi rappresentano il peggio della terra, o magari sono solo attori che interpretano se stessi? Quando uno di questi uomini fa la parte di Macbeth, rischia forse di perdere e di far perdere il senso della realtà? O forse di ritrovarlo: egli ha probabilmente commesso decine di omicidi, ben di più di quelli del suo stesso tragico personaggio”.</em><br />
(dall’introduzione di Andrea Mancini, che si può leggere <a href="http://www.titivillus.it/cet4/uploaded/sedlib/A%20scene%20chiuse.pdf">qui</a> in formato pdf).</p></blockquote>
<p>Quest’ultimo dubbio forse suggerisce nel modo migliore la potenza catartica che può avere un’esperienza del genere sul detenuto: a volte è necessario passare attraverso la finzione per riuscire ad afferrare la realtà.</p>
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		<title>La rassegna culturale / 2</title>
		<link>http://www.remobassetti.com/Blog/2009/07/24/la-rassegna-culturale-2/</link>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 12:51:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[- In questi giorni un po’ tutti hanno celebrato il quarantennio dello sbarco sulla Luna. Sul NYT di ieri invece, William Safire rievoca l’incontro avvenuto esattamente 50 anni fa tra Nixon e Khrushchev davanti ad una “tipica cucina americana” esibita in un’esposizione a Mosca. Secondo Safire, fu uno dei momenti di confronto più importanti avvenuti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>- In questi giorni un po’ tutti hanno celebrato il quarantennio dello sbarco sulla Luna. Sul <a href="http://www.nytimes.com/2009/07/24/opinion/24safire.html?_r=1&amp;partner=rss&amp;emc=rss">NYT di ieri</a> invece, William Safire rievoca l’incontro avvenuto esattamente 50 anni fa tra Nixon e Khrushchev davanti ad una “tipica cucina americana” esibita in un’esposizione a Mosca. Secondo Safire, fu uno dei momenti di confronto più importanti avvenuti durante la guerra fredda: perché quella cucina così tecnologicamente superiore irritò assai il capo dell’Urss, e ne nacque un vivace scambio di battute con l’allora vicepresidente americano.</p>
<p>- Dove sta il confine tra l’omaggio e il plagio? Oggi Loredana Lipperini <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2009/07/24/lombra-di-miyazaki/">riassume su Repubblica </a>il caso Ferrario/Miyazaki. Si tratta di un fumetto fantasy italiano (tratto da “Le Cronache del Mondo Emerso” di Licia Troisi) nel quale il disegno di alcuni personaggi mostrerebbe fin troppe somiglianze con quelli del grande autore giapponese Hayao Miyazaki. La vicenda sta facendo discutere anche perché, in seguito alle segnalazioni arrivate dal web, l’editore Panini Comics ha deciso di bloccare la pubblicazione del prossimo numero: e il disegnatore Giuseppe Ferrario rischia conseguenze legali.</p>
<p>- Non dovrebbe essere un plagio invece il secondo romanzo di Nick Cave, <a href="http://www.thedeathofbunnymunro.com/">&#8220;The Death Of Bunny Munro&#8221;</a>, che uscirà a settembre in 31 paesi tra cui l’Italia. Nel frattempo, su <a href="http://thequietus.com/articles/02248-the-death-of-bunny-munro-an-extract-from-nick-cave-s-latest-novel">The Quietus</a> si può leggere il primo capitolo.</p>
<p>- Il Guardian intanto cerca di mettere a contatto generazioni diverse, con la sua <a href="http://www.guardian.co.uk/music/2009/jul/24/muse-chopin-classical-music-guide">“Guida alla musica classica per il ragazzino indie”</a>. E partendo dal fatto che il nuovo album dei Muse contiene al suo interno un frammento del “Notturno in Mi bemolle maggiore” di Chopin, suggerisce di muoversi per analogie. Ad esempio: “Se vi piacciono Roy Orbison e Terence Trent d’Arby, provate i Lieder di Schubert e Schumann. Se vi piacciono i Kraftwerk, provate Steve Reich”. E così via.</p>
<p>- Infine <a href="http://www.brokendimanche.eu/kakofonie">qui</a> si può leggere in pdf una nuova rivista culturale, “The Kakofonie”, diretta da <a href="http://johnholten.blogspot.com/">John Holten</a>. E’ una pubblicazione multilingue con articoli che compaiono così come li ha scritti l’autore, senza traduzione (“Non ci interessa la lingua”, spiega l’editoriale). L’impatto è appunto cacofonico, ma comunque stimolante.</p>
<p>(Per alcune delle segnalazioni, grazie a <a href="http://www.3ammagazine.com/3am/the-missing-links-119/">3:AM Magazine</a>)</p>
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		<title>Il sostrato di Thomas Ruff</title>
		<link>http://www.remobassetti.com/Blog/2009/06/16/il-sostrato-di-thomas-ruff/</link>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 16:56:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arte]]></category>

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		<description><![CDATA[
“Nella serie  di opere intitolata “Substrat”, alla quale Thomas Ruff lavora dal  2001 e che comprende per ora 83 opere, Thomas Ruff  rende irriconoscibile  una fonte attraverso l’elaborazione digitale giungendo a un risultato  di totale astrazione. Per ottenere queste opere l’artista interviene  su immagini reperite su Internet e tratte dai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1563" title="sub-5-iii" src="http://www.remobassetti.com/Blog/wp-content/uploads/2009/06/sub-5-iii.jpg" alt="sub-5-iii" width="413" height="207" /></p>
<blockquote><p>“Nella serie  di opere intitolata “Substrat”, alla quale Thomas Ruff lavora dal  2001 e che comprende per ora 83 opere, Thomas Ruff  rende irriconoscibile  una fonte attraverso l’elaborazione digitale giungendo a un risultato  di totale astrazione. Per ottenere queste opere l’artista interviene  su immagini reperite su Internet e tratte dai manga, i popolari fumetti  giapponesi. Ruff perviene alla visione del macrocosmo della struttura  tramite un processo di abnorme ingrandimento dell’immagine che rivela,  suo malgrado, una struttura invisibile. (…)<br />
I colori che  ritornano in tutte le opere della serie sono il minimo comune denominatore,  il “sostrato”, appunto, di un’immagine svuotata di significato  e precipitata in un’inaspettata densità”</p></blockquote>
<p><em>(tratto dal  catalogo alla mostra di Thomas Ruff, in corso al Castello di Rivoli  fino al 21 giugno).</em></p>
<p>Qualsiasi cosa  si pensi dell’opera di Ruff, le intuizioni che sono alla base di ciascuna  delle sue serie offrono sempre una scintilla di genialità. Nell’idea  alla base dei <em>Sostrati</em> c’è un principio che trascende l’iconografia.  Sono persino i fatti che, quando vengono ingranditi in maniera esasperata  per rivelarne ogni intimo dettaglio, scadono all’inverso nell’irriconoscibilità  e nell’astrazione assoluta. Conservando, nella migliore delle ipotesi,  il colore cangiante della tonalità emotiva.</p>
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		<title>Appunti parigini/3 &#8211; La forza bruta dell&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2009 16:49:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Fermacarte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>

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La Force de l’art,  triennale di arte francese contemporanea in esposizione al Grand Palais  fino al primo giugno, ha fatto discutere in Francia soprattutto per  la sua originale sovrastruttura architettonica. All’interno del Grand  Palais, infatti, è stata installata la “Geologie blanche”, una  serie di cubi bianchi somiglianti, appunto, a una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.laforcedelart.fr/02/index.php/en/La-geologie-blanche/The-White-Geology.html"><img class="aligncenter size-full wp-image-1439" title="geologieblanche" src="http://www.remobassetti.com/Blog/wp-content/uploads/2009/05/geologieblanche.jpg" alt="geologieblanche" width="372" height="279" /></a></p>
<p><strong>La Force de l’art</strong>,  triennale di arte francese contemporanea in esposizione al Grand Palais  fino al primo giugno, ha fatto discutere in Francia soprattutto per  la sua originale sovrastruttura architettonica. <strong>All’interno del Grand  Palais, infatti, è stata installata la “Geologie blanche”</strong>, una  serie di cubi bianchi somiglianti, appunto, a una struttura geologica  ghiacciata, e disposti in blocchi continui, chiusi verso l’esterno,  di modo che si possa accedere all’opera solo da un’apertura interna,  e tendenzialmente escludendo la vista contemporanea delle altre opere  e della struttura nel suo insieme. L’idea era quella di sfruttare  la luminosità dell’edificio, separando tuttavia la sua magniloquenza  dalla mostra, per non far rimanere quest’ultima intrappolata in una  cappa scenografica. Nell’intervista agli allestitori, la nota critica  <strong>Catherine Millet</strong>, su <em>Artpress</em>, butta lì: “La mega-forma dell’arte  contemporanea non è un discorso ma un’architettura”. E <strong>Philip Rahm</strong>,  che ha realizzato la Geologia bianca, ribatte: “In questo caso niente  affatto. Si è sovente assistito a dei conflitti tra artisti e architetti  perché un architetto aveva concepito un’architettura forte con la  quale l’artista doveva misurarsi. Al contrario la <em>Geologie</em> <em> blanche</em> ha una neutralità che viene dal cubo bianco, l’idea di  uno sfondo sul quale si distacchino le forme e i colori. Essa è informe  e non si forma che in rapporto alle opere”. E ancora: “Il suo spazio  neutro si deforma nella sua altezza in funzione della grandezza dell’opera  e si deforma orizzontalmente secondo la distanza”. <span id="more-1437"></span>Sarebbe un peccato,  tuttavia, che la singolarità della location facesse passare in secondo  piano la qualità della rassegna, che schiera diversi lavori affascinanti  e sembra mostrare una nuova linea di direzione dell’arte contemporanea,  al di là del semplice gigantismo delle opere, in sé indotto anche  dalla committenza e dagli enormi spazi a disposizione (circa cento metri  quadri per ciascun artista).<br />
La sensazione che ho  avuto è che il mero concetto, come base dell’arte, stia evaporando  a favore di un recupero della dimensione laboriosa e artigianale che,  in maniera incontrovertibile poichè ostentata e monumentale, deve sostenere  materialmente quel concetto. Per indicare un segnale di passaggio d’epoca,  ricordiamoci dell’opera di <strong>Gonzalez-Torres</strong>, che nel 1990 espose uno  pila di fogli in cartoncino azzurro, invitando gli spettatori a variare  quotidianamente la consistenza, e dunque anche l’essenza, dell’opera,  prelevando quelli che volevano. Un’elaborazione intellettuale sofisticata,  ma certo abbastanza scansafatiche rimanevano l’artista come gli spettatori,  chiamati a gesti minimi e al massimo a instaurare tra loro una relazione  discorsiva sul tema dell’opera: e impalpabile, poiché chi fosse capitato  lì in beata ignoranza poteva anche pensare che la segretaria disordinata  avesse lasciato le carte in giro. In <em>La force de l’art</em>, <strong>Wang  Du</strong> impila, anzi infilza al centro, una serie di fotografie da lui scattate  per tutta la Cina, che dovevano offrire un’immagine dell’omologazione  che soffoca il paese. Dopodiché, Wang Du ha predisposto una gigantesca  ruota da kebab (l’opera si chiama “Kebab international”) che si  può osservare nella sua sommità in cima a una torretta di legno, ma  ai piedi della quale è a disposizione un coltellaccio affillato: con  questo lo spettatore può tagliare pezzettini di quell’insolito kekab,  lasciando che le striscioline colorate vadano a depositarsi sparse sul  pavimento, e documentino simbolicamente la frammentazione. C’è tutta  una serie di operazioni laboriose, di costruzioni, di distruzioni, ma  che non chiama in causa il rinnovarsi di cicli naturali ma esclusivamente  la responsabilità dell’uomo. Fabrice Hyber ha addirittura creato  una sorta di nuovo modello materiale, il Pof, Prototipo di Oggetto e  di Funzionamento, che è un oggetto su cui si interviene con delle modifiche  capaci di indurre nuovi comportamenti (tipo una vettura che ha solo  due parti anteriori). Hyber usa molto bene l’ironia, ma la ricchezza  del suo assortimento trasforma il suo spazio in una sorta di museo,  impedendo che l’opera si riduca a un modesto calembour. Girando per  la mostra arrivano gli sbuffi equivoci, sospesi tra il meccanico e il  brutale, di un “simulatore di volo” (l’autore è <strong>Fabian Giraud</strong>),  che sembra richiamare la fatica di Sisifo cui nemmeno la macchina può  sottrarsi. Si potrebbe parlare, più genericamente, di un ritorno alla  macchina, nel segno tuttavia di una negazione del ready made (dove la  macchina non era altro che un oggetto esistente ristrutturato essenzialmente  nella prospettiva dell’osservatore) e anche del nouveau realisme (che,  a confronto di queste titaniche costruzioni sembra un innocente bricolage).  Persino l’opera che rimane più aerea e concettuale, quella di <strong>Veronique  Auboy</strong>, consiste in una lettura multipla e infinita della <em>Recherche</em> proustiana, attraverso la libera interpretazione dei più vari personaggi,  e ciò non può che rinviare sia all’immagine dello sforzo che assorbe  e contiene tutta la vita sia della macchina (in questo caso narrativa  e teatrale).<br />
E’ chiaro che non si  tratta di novità assolute: si pensi a <strong>Damien Hirst</strong> (quando lavora sulle  mucche, non sugli armadietti di medicinali). Però fino ad oggi mai  le avevo visto allestito dentro un contesto tanto coerente. L’arte,  insomma, pare reclamare, nuovamente, una riconoscibilità che sia anche  tangibilità fisica e materiale.</p>
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		<title>L&#8217;arte del Corrierino</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2009 16:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ospiti]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>

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[Un nuovo contributo di Giulia Stok, che questa volta è andata a vedere la mostra in corso a Milano sul Corriere dei Piccoli]
D&#8217;altronde qui abitava il Folletto Bambilla Mangiarumori, non c’e da meravigliarsi se oggi sfilano uno accanto all’altro il signor Bonaventura e Coccobill, La Pimpa e il Signor Rossi. Siamo alla Rotonda della Besana, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.remobassetti.com/Blog/wp-content/uploads/2009/02/corrierino.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-828" title="corrierino" src="http://www.remobassetti.com/Blog/wp-content/uploads/2009/02/corrierino-276x300.jpg" alt="" width="276" height="300" /></a></p>
<p><em>[Un nuovo contributo di <a href="http://www.remobassetti.com/Blog/2009/01/28/come-si-vive-in-una-citta-del-petrolio/">Giulia Stok</a>, che questa volta è andata a vedere la mostra in corso a Milano sul Corriere dei Piccoli]</em></p>
<p>D&#8217;altronde qui abitava il Folletto Bambilla Mangiarumori, non c’e da meravigliarsi se oggi sfilano uno accanto all’altro il signor Bonaventura e Coccobill, La Pimpa e il Signor Rossi. Siamo alla Rotonda della Besana, a Milano, luogo dall’aspetto adatto a far volare la fantasia, tanto che Roberto Piumini lo scelse come scenario per le avventure della strega omonima e del suo nipotino specializzato nel combattere l’inquinamento acustico. Negli ultimi anni la Rotonda ha ospitato affascinanti mostre di disegni e fumetti, di illustratori professionisti e di sorprendenti talenti: da quella del 2007 dedicata a Dino Buzzati, fino all’ultima su Bruno Munari, autore della serie di Cappuccetto Giallo.</p>
<p>Anche se di signor Bonaventura e colleghi non ricordate le storie, in qualche modo loro sono sicuramente entrati a far parte del vostro immaginario. Hanno vissuto per quasi un secolo tra le pagine del glorioso Corriere dei Piccoli, primo giornale in Italia a rivolgersi esclusivamente ai bambini, restato per decenni all’avanguardia per qualità di disegni e scrittura. Ai suoi racconti hanno contribuito Elsa Morante, Dino Buzzati, Rodari, Sergio Tofano, Altan, Bozzetto e Hugo Pratt. Il Corrierino ha chiuso nel 1998, vittima illustre delle crisi dell’editoria e chissà, delle Winx.</p>
<p>Oggi la mostra alla Rotonda della Besana ripercorre la sua storia, esponendo più di trecento tra tavole, bozze, disegni e vignette. Oltre al patrimonio iconografico, animano la scenografia pupazzi, marionette, giocattoli d’epoca ispirati a quei personaggi, e articoli tratti dai giornali dei grandi, per vedere come il <em>Corriere dei Piccoli</em> interpretava puntualmente la Storia. La parte più spettacolare è quella all’interno del buio tunnel: qui i grandi potranno apprezzare al meglio la bellezza dei tratti e dei colori nelle tavole retroilluminate, e i bambini emozionarsi nel bel mezzo di una sparatoria di Coccobill. Un bel viaggio nel Novecento, che commuove nonni e genitori, e avvicina i piccoli, cui sono dedicati laboratori e visite guidate, a un modello alternativo di intrattenimento. Rimasto finora senza degni eredi.</p>
<p>Mostra “Il Corriere dei Piccoli. Storie, fumetto e illustrazione per ragazzi”, Rotonda della Besana, Via Besana 12, Milano</p>
<p>Aperta tutti i giorni fino al 17 maggio dalle 9.30 alle 19.30, lunedì dalle 14.30, giovedì fino alle 22.30</p>
<p>Informazioni: <a href="www.fondazionecorriere.it">fondazionecorriere.it</a></p>
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		<title>L&#8217;altra faccia dell&#8217;anima</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 14:34:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Il Fermacarte]]></category>
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Ritratti di Giovanni Fattori
Se in questa settimana,  o nel prossimo week-end, avete del tempo cercate assolutamente di andare  a Firenze a vedere (è l’ultima settimana) la mostra a Palazzo Pitti,  dedicata ai ritratti di Giovanni Fattori. E’ un’esposizione sorprendente,  visto che non è esattamente per i ritratti che Fattori è tramandato; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="mostra fattori" src="http://www.artemotore.com/public/club/foto_recensioni/29GZR32VZ077.jpg" alt="" width="200" height="273" /></p>
<p><strong>Ritratti di Giovanni Fattori</strong></p>
<p>Se in questa settimana,  o nel prossimo week-end, avete del tempo cercate assolutamente di andare  a Firenze a vedere (è l’ultima settimana) la mostra a Palazzo Pitti,  dedicata ai ritratti di Giovanni Fattori. E’ un’esposizione sorprendente,  visto che non è esattamente per i ritratti che Fattori è tramandato;  entusiasmante, ricca di capolavori assoluti, con una divisione tematica  intelligente. <strong>La chiave realistica della pittura di Fattori emerge perspicuamente  proprio da questo genere, nel quale la dimensione psicologica viene  restituita puntualmente e senza accomodanti infingimenti</strong>. L’unica  nota stonata sono le tele dedicata all’adolescenza: si stenta a comprendere  come un artista così capace di introspezione fosse tanto negato nel  posare lo sguardo sul quella fase della vita, con alcuni esiti formali  persino imbarazzanti. Com’era prevedibile, <strong>i vertici Fattori li tocca  quando illustra le tipologie sociali più modeste: butteri, pescatori,  contadini</strong>. Spesso l’azzeramento dello sfondo ambientale e l’ambigua  connotazione del vestiario lasciano solo al titolo il compito di fare  luce sul mestiere del raffigurato, ma quando lo si è appreso viene  da esclamare: “Ma certo, non poteva che essere quello!”. Straordinari  sono anche i ritratti femminili, inclusa la trilogia delle mogli di  Fattori che si inaugura con un quadro intriso di classicismo (abitualmente  il modello viene indicato nel Bronzino), dedicato alla prima moglie,  non meno espressivo di quelli che seguono, che mano a mano adottano  modelli contemporanei. Nel modo diverso di raffigurare le tre mogli  pare di leggere non solo le biografie delle donne ma il modo stesso  di Fattori di porsi nel tempo di fronte all’idea della compagna di  vita e alle caratteristiche che immagina debba possedere e trasmettere.  E’ più facile leggere un percorso interiore in quella triade che  non nella serie di autoritratti, nella quale il pittore è più in difficoltà  a staccarsi da un immagine rigida e stereotipata di se stesso. Del resto,  il fragile (e all’epoca non abbastanza apprezzato) Fattori doveva  temere che l’identità dell’artista, agli occhi degli altri, fosse  troppo in bilico per denudarla oppure gravarla di spostamenti e ambiguità.  Tant’è vero che mentre i borghesi vengono ritratti nei momenti di  ozio, il pittore (lui stesso, Cecconi, Silvestro Lega) non può essere  trasfuso che mentre è all’opera o ha almeno i pennelli in mano.</p>
<p><a href="http://www.polomuseale.firenze.it/mostre/mostra.asp?id=130">Vai</a> alla pagina della mostra su polomuseale.firenze.it</p>
<p><a href="http://www.artemotore.com/">(fonte img)</a></p>
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		<title>La mostra di Scarabottolo</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Sep 2008 20:21:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Arte]]></category>

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Da ieri è aperta a Milano una mostra di Guido Scarabottolo, l&#8217;autore della nostra homepage: sono esposti oltre quaranta ritratti di scrittori, da Neruda a Hornby, utilizzati per le celebri copertine di Guanda. La casa editrice festeggia in questo modo i 200 titoli della collana Fenici Tascabili.
Fino al 30 settembre alla Libreria Feltrinelli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/spettacoliecultura/mostra-scarabottolo/17.html"> <img id="thephoto" src="http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/spettacoliecultura/mostra-scarabottolo/esterne301959583008200158_big.jpg" alt="{B}Una mostra per raccontare 200 titoli{/B}" width="282" height="409" /></a><a href="http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/spettacoliecultura/mostra-scarabottolo/17.html"> </a></p>
<p>Da ieri è aperta a Milano una mostra di Guido Scarabottolo, l&#8217;autore della nostra <a href="http://www.remobassetti.com/index.htm">homepage</a>: sono esposti oltre quaranta ritratti di scrittori, da Neruda a Hornby, utilizzati per le celebri copertine di Guanda. La casa editrice festeggia in questo modo i 200 titoli della collana Fenici Tascabili.</p>
<p><em>Fino al 30 settembre alla Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte, Milano. Ingresso gratuito.</em></p>
<p><a href="http://www.corriere.it/vivimilano/arte_e_cultura/articoli/2008/09_Settembre/16/guido_scarabottolo_copertine_fenici_guanda.shtml">Leggi</a> la notizia su <em>Corriere.it</em></p>
<p>(fonte img: <a href="http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/spettacoliecultura/mostra-scarabottolo/16.html"><em>Repubblica.it</em></a>)</p>
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		<title>Rodin e la pornografia</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2008 21:19:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arte]]></category>

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		<description><![CDATA[Articolo pubblicato su La Stampa.

Si dice che nello studio  di Rodin, ai primi del ‘900, ci fosse un via vai pazzesco e che le  donne, vezzose aristocratiche come prosperose lavandaie, facessero praticamente  la fila per posare nude al cospetto dell’artista. Il quale, per osservarle  con criterio, ometteva anche di guardare il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Articolo pubblicato su </em>La Stampa.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone" title="Rodin, Les figures dEros" src="http://www.musee-rodin.fr/newsletter/images/06/eros.jpg" alt="" width="194" height="294" /></p>
<p>Si dice che nello studio  di Rodin, ai primi del ‘900, ci fosse un via vai pazzesco e che le  donne, vezzose aristocratiche come prosperose lavandaie, facessero praticamente  la fila per posare nude al cospetto dell’artista. Il quale, per osservarle  con criterio, ometteva anche di guardare il foglio su cui disegnava,  lasciando che la matita vibrasse secondo impulsi emotivi piuttosto che  geometrici. Poteva allora capitare, per via di questo pressappochismo  sul punto di partenza, che al momento di aggiungere una gamba o un braccio  il lato del foglio fosse esaurito. Poco male: Auguste riprendeva dalla  parte opposta, se non sul retro, come se l’unico tabù, rispetto al  fluire libidico, fosse quello di estrometterlo. Al Museè Rodin di Parigi sono esposti fino al 18 marzo,  in un’antologica di rara completezza e ammirevole ordine, i disegni  erotici dell’artista francese, in una mostra sotto il titolo <em>Les  figures d’Eros</em>. La sorpresa, per i meno informati, è che i disegni  non erano affatto preparatori alle sculture, bensì pensati e realizzati  come opere a se stanti. Rodin ci lavorò con continuità negli ultimi  trent’anni della sua vita, e il risultato è non meno emozionante  delle sue statue. Sono figure femminili, chiamate soltanto a esprimere  la loro sessualità, sottratte a qualsiasi sfondo e contesto: quasi  mai c’è un oggetto, neppure il letto sul quale frequentemente sono  stese.</p>
<p><span id="more-378"></span></p>
<p>Queste donne, per capirci, non mascherano la <em>pruderie</em> dietro la contingenza di un’azione diversa e ammiccante: non si pettinano,  né si specchiano, non si spogliano mentre vanno a coricarsi o si destano,  non sbadigliano né guardano fuori dalla finestra. Si esibiscono, si  masturbano, si titillano, copulano. La linea dei corpi si dissolve,  mobile e stilizzata. Ma miracolosamente trova un argine nella solidità  della forma e nella nettezza plastica del gesto, capolavoro di acrobazia  che poteva riuscire solo a un grande scultore. In alcuni acquerelli  il colore va a confluire sugli organi genitali. Il suo rosso non è  quello tragico dell’angoscia espressionistica. E’ un rosso umorale-mestruale,  serenamente rappresentativo della biologia femminile. Il tutto è un  invito alla disinibizione, tanto programmatico da risultare ingenuo.  O anche un’ode al godimento, visto in primo luogo come atto di natura,  ma spogliato di ogni perturbante animalità. Non sappiamo quanto sentimento  ci sia dietro ogni carezza, ma intuiamo che quei corpi sono in grado  di accoglierlo e percepirlo, e tanto basta a scacciare ogni pericolo  di volgarità.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone" title="Rodin - 01" src="http://www.guidedurenard.org/bm/thumbnails/963b1cd79729dd2b9b5ab54a6e85983d.jpg" alt="" width="170" height="127" /></p>
<p style="text-align: justify;">Infatti i disegni sono  denominati <em>erotici</em> e non <em>pornografici</em>. Senonchè l’orgasmo  vi viene esibito senza tante manfrine. E qui le cose si complicano.  Perché da pochi mesi è uscito il libreria, per la CSE un pregevole  “Dizionario della pornografia” ad opera di un gruppo di intellettuali  francesi, sotto la direzione di Philippe Di Folco. Ricco e allettante  nelle sue voci, che riempiono ognuna almeno una pagina. Trasversale  quanto basta: per dire, c’è “Clitoride” ma anche “Cartoni animati”.  C’è “Orgia” e c’è “Apollinaire”. O anche pin-up, Freud,  stupro, o Internet. Duecentoquarantotto in tutto. Ma nel leggere l’essenziale  lemma “Erotismo”, affrontato da Jacques Wainberg, si rimane un attimo  interdetti. Non eravamo rimasti, specialmente in Francia, al relativismo  di Alain Robbe-Grillet che diceva: “La pornografia è l’erotismo  degli altri”? Bene, dimenticatelo. Qui il confine tra i due generi  viene marcato con il filo spinato, e l’erotismo imparentato con la  castità. “Una pedagogia della continenza” è scritto esplicitamente.  Citando Bataille (invero con una certa disinvoltura) e la sua idea dell’erotismo  come “memoria del sesso”, si proclama che esso celebri soprattutto  la pigrizia dei suoi organi. E si dice chiaro e tondo che “l’erotismo  censura l’orgasmo perché gli esseri che godono sono spogliati di  qualsiasi umanità” e cade quando “la verità anatomica ha la meglio  sull’intelligenza e fa precipitare tutto nella fatalità fisiologica”.  Niente meno. Non vorrei con questo dare l’impressione che in tutto  il volume spiri un’aura bacchettona: si veda per esempio la voce “Tirannia  del coito” dove Gabriel Cohn-Bendit tira sferzate al culto della monogamia.  Rimane il fatto che, con la scusa di censurare l’erezione (vista come  la quintessenza della pornografia), si trascina nell’iconoclastia  della sessualità il piacere femminile. E questa è un’operazione  neo-vittoriana. Per chi vuole ricordare quanto tempo la donna abbia  dovuto attendere per ottenere la pari dignità nel godimento vale la  pena di dedicarsi a un’altra recente uscita in libreria, per Raffello  Cortina: “L’orgasmo e l’Occidente”, di Robert Muchembled che  contiene anche l’intrigante tesi che a conferire fisionomia peculiare  alla storia dell’Occidente e al suo processo di accumulazione capitalistica  sia stata la repressione della sessualità assai più che il puritanesimo  calvinista a cui pensava invece Max Weber.<br />
Di quella storia l’età  vittoriana è stato l’acme: e non era questione che riguardasse soltanto  l’Inghilterra. A maggior ragione sembra incredibile che Rodin, in  quella temperie culturale, sapesse tirare fuori quei piccoli gioielli.  Ma perché non sono pornografici? Perché, con buona pace dei nostri  amici francesi, ci vuole ben altro che la copula, o l’autoerotismo,  per scadere nella mera animalità. Intanto, è connaturata alla pornografia  la sopraffazione di un corpo sull’altro. Nel messaggio pornografico  c’è un sottinteso violento e maschile, e la scena non può esimersi  dal richiamare stereotipi che lo confermino. Nei disegni di Rodin, al  contrario, non vi è traccia di violenza, e nemmeno di aggressività  o nevrosi. La donna è innegabilmente sovrana e gli uomini, quando ci  sono, sbiadite comparse.<br />
C’è un dettaglio ancora  più importante. Quando le modelle andavano da Rodin lui non indicava  loro le posizioni da assumere ma diceva: mettetevi come vi pare, fate  come vi sentite. E in fondo il vero discrimine tra pornografia ed erotismo  sta qui: l’azione pornografica è quella che si svolge sotto la vigilanza  di un occhio direttivo, che il gesto sessuale mira a soddisfare; l’erotismo  è il corpo che riacquista la sua naturalezza, e si muove in libertà,  e non necessariamente secondo la “pedagogia della continenza”. Si  può leggere secondo questa sfumatura il motto di Robbe-Grillet: la  pornografia è nell’occhio di chi guarda, non perché solo noi, secondo  le nostre convenienze o i nostri pregiudizi, conferiamo il senso all’azione  altrui, ma perché quando l’azione sessuale si organizza esclusivamente  in funzione dell’occhio dell’osservatore perde la sua energia e,  per questa via, la sua dignità. Il tema della pornografia, in altre  parole, non è il godimento esibito ma il <em>godimento ceduto</em>. Rodin  fu grandioso nell’eclissare la sua presenza alle modelle non meno  che nel disegnare la loro.</p>
<p style="text-align: justify;">(fonti img: <a href="http://www.musee-rodin.fr/newsletter/06_french.html">Musee-Rodin</a>, <a href="http://www.guidedurenard.org/bm/">guidedurenard.org</a>)</p>
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