La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



Il Fermacarte
May 22nd, 2009


Non comprate qualcosa prima di esservi fatti questa nove domande.
1. Ma ne ho bisogno? O lo voglio solamente?
2. Il bisogno di quest’oggetto è dovuto ai nefasti effetti del marketing?
3. Lo voglio per essere più forte o più bello, più libero o più intelligente? E se è così, quell’oggetto operrà davvero il miracolo?
4. Esiste un altro modo per ottenere lo stesso scopo senza accumulare altra roba?
5. Quante ore di lavoro mi costerà quell’oggetto? Cos’altro potrei fare con quello stesso tempo lavorativo che pissa farmi stare meglio?
6. Esiste qualcosa di cui sono già in possesso che potrebbe assolvere la stessa funzione?
7. Davvero voglio spolverare, pulire e pagare per la manutenzione di quell’oggetto?
8. Se sto sostituoendo qualcosa che ho già, cosa c’è che non va in quello vecchio?
9. Se davvero ho bisogno di questa cosa, esiste un altro modo per ottenerla su un sito no profit o chiederla in prestito a un vicino, a un amico o a un parente?

(Tratto da John Naish, “Basta! Con i consumi superflui, con chi li incentiva, con chi non sa farne a meno”. Fazi editore)



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Il Fermacarte
April 14th, 2009


Può sembrare tutt’altro argomento rispetto al passo di Alajmo di cui si parla nel post qui sotto; ma a ben vedere, ciò che scriveva ieri Gramellini su La Stampa è un altro modo di descrivere lo stesso vizio dell’informazione contemporanea:

[...] La civiltà dell’immagine in cui viviamo è fondata (e sta affondando) sulle emozioni, e su scariche superficiali, violente e brevi di adrenalina. La «notizia» è una sostanza deperibile che produce assuefazione, per cui va tenuta in vita con infezioni di ansia da somministrare al paziente (lo spettatore) in dosi ogni volta più massicce. Proprio come una droga.

Peraltro mi sembra la prima volta (o quasi) in cui si ipotizza una fine della civiltà dell’immagine: che come tutte le civiltà, in effetti, dovrà anche finire prima o poi.



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Il Fermacarte
March 10th, 2009


Domani il Senato dovrebbe approvare la legge che renderà lecita la cosiddetta “pubblicità occulta” in televisione, ovvero – con un termine più elegante – il “product placement”: non sarà più illegale, dunque, mostrare l’etichetta o il marchio di un prodotto all’interno di una trasmissione (ed al di fuori degli espliciti spazi pubblicitari).

La notizia è riportata da Repubblica, ma per il resto è passata finora quasi inosservata. In compenso è nata sul web una discussione abbastanza vivace: segnalo fra gli altri Matteo Bordone (”sarà ora trasparente il fenomeno che in tutto il cinema italiano dilaga da decenni”), Link Blog (”espedienti del genere si possono far risalire persino ai primi film dei Lumière”), Agenda Comunicazione (”si teme che a farne le spese saranno soprattutto i programmi rivolti agli adolescenti”) e Scorfano (”penso che sia una piccola forma di corruzione”).



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Appuntamenti
March 5th, 2009


Il primo: stasera a Torino un incontro dal titolo “Crisi e cambiamenti tra mercati e target, tra consumi e generazioni, fanno sempre paura?”. Ne parlerò con Francesco Delzio e Marco Boglione, modera Vera Schiavazzi. Alle 18.30 in via Fanti 17, presso l’Agorà Centro Congressi Unione Industriale Torino (per partecipare scrivete al Club della Comunicazione d’Impresa).

Il secondo: a Marsala, dopodomani 7 febbraio presenterò Stanno uccidendo i notai nell’ambito della rassegna “I fieri del libro”, assieme a Roberto Alajmo. Alle 18 presso le Torri Pellegrino.



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Il Fermacarte
March 4th, 2009


L’articolo che segue è l’editoriale di Alexandre Lacroix da Philosophie Magazine, febbraio 2009. Traduzione mia.

La mia prima reazione è stata la perplessità. Mi ci è voluto un po’ di tempo per comprendere la straordinaria pertinenza del messaggio veicolato dall’ultima campagna di pubblicità Mac Donald’s. Senz’altro avete notato quella serie di manifesti nelle vie e nei metro o visto gli spot televisivi: vi si vede un manichino, per esempio un giovane uomo con gli occhi blu, cambiare di look. Selvaggio surfista, angelo dell’inferno barbuto, funzionario modello in cravatta, romantico bohémien pateticamente demodé, lui affronta questi multipli travestimenti senza paura. Lo slogan: venite come siete.
Il senso di questa campagna pubblicitaria si precisa comparandole ad altre campagne mondiali che risalgono al principio del 2000. Così la marca di abbigliamento Gap ha messo in scena nei video e nei manifesti gruppi di persone che danzavano in maniera particolarmente sincronizzata, serrati in ranghi alla maniera dei legionari romani, in un ambiente asettico, tutti vestiti alla stessa maniera. Il messaggio è semplice: vestendo i giovani sull’intera terra, Gap produce uniformità. Questi spot confermano il fantasma di un capitalismo eretto a sistema di dominio e reclutamento generalizzato, proprio mentre lo prendono in giro. Sulla stessa vena, Nike ha proposto più o meno nello stesso momento la parodia dei poster fascisti italiani. Pepsi ha mostrato degli individui nel metro o nell’universo urbano con gli occhi azzurri e con enormi sorrisi falsi. Che il consumatore indossi un’uniforme (Gap), un’attitudine stereotipata (Gap e Pepsi) o che egli semplicemente rinforzi i ranghi di una nuova armata (Gap e Nike) la marca si diverte ogni volta a evocare la propria impronta sulla società.
Con la campagna di Mac Donald’s siamo appena passati a uno stadio superiore. Il messaggio non è più: anche se voi siete tutti differenti, vi assomigliate perché in quanto consumatori comprate le stesse cose, ma precisamente l’inverso: noi non abbiamo più bisogno di imporvi un’uniforme né di regolare i vostri comportamenti. Voi avete diritto a tutte le forme di originalità è di espressione personale, ai look più conformistici come ai più eccentrici: poco importa poiché voi siete prima di tutto dei consumatori identici prima di differenziarvi. Nel primo caso, l’essenza individuale precede il comportamento del consumatore. Nel secondo, l’essenza del consumatore precede il comportamento individuale.
Nella nuova età del capitalismo integrato di cui ci parla Mac Donald’s, quale ruolo può giocare l’anticapitalismo? Forse nient’altro che un travestimento. Essere anticapitalisti sarà un po’ come credere al libero arbitrio in un universo integralmente sottomesso e determinato. Così sperare nell’avvento di un altro sistema – fondato sulla gratuità, le reti di scambio, la caccia e la pesca, o al contrario sull’economia pianificata, perché no? – magari portandone anche la maschera, non cambia niente. Il capitalismo è ben radicato; le alternative sono tanto desiderabili quanto irrealistiche. Dietro il più feroce degli angeli dell’inferno, il più sognatore dei romantici bohémien, il più fervente dei rivoluzionari, c’è un solo e unico uomo, è quello che continuerà ad addentare, di tanto in tanto, un Big Mac.



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Estratti
March 2nd, 2009


La scorsa settimana in Francia i dirigenti di alcuni canali televisivi, davanti al Ministro della Cultura, hanno varato un accordo di “buona condotta” con il quale s’impegnano a dedicare un certo numero di ore di programmi alle pratiche di igiene alimentare per l’infanzia. A marzo l’Assemblea Nazionale discuterà un piano per ridurre la pubblicità alimentare insalubre nei programmi per bambini. Buoni propositi, sia pure ancora lontani dalle misure draconiane della Gran Bretagna, che da gennaio ha completamente vietato, sui canali dell’infanzia, la pubblicità di cibi troppo grassi o zuccherati o salati. I provvedimenti hanno completamente ridisegnato le strategie pubblicitarie delle industrie del settore (gli spot con disegni animati sono crollati del 69%), ma nell’insieme non sembrano avere portato drammatiche controindicazioni finanziarie per le tv, al di là del fatto che anche tali controindicazioni non giustificherebbero l’intossicazione dei bambini.

Ovviamente, il problema è più profondo poiché, secondo uno dei direttori dei canali per l’infanzia, l’85% dell’audience i ragazzi compresi tra i 4 e i 15 anni lo indirizzano su altri canali. Ma è almeno una prima dimostrazione di consapevolezza che l’indottrinamento pubblicitario non può esercitarsi sulla pelle dei bambini.

Riporto al riguardo un passo di “Contro il target”:

I bambini sono molto più che l’esercito di riserva del consumismo. Il mercato di giocattoli e abbigliamento (anche firmato) loro riservato è in continua espansione, ma la vera novità è che il loro parere è con sempre maggiore frequenza determinante nella scelta degli acquisti da parte dei genitori, un’infulenza che negli Stati Uniti è stata quantidicata in 249 milioni di dollari. Come fanno i bambini a possedere quel minimo di competenza che serve per orientare i genitori che vogliono comprare un’auto o uno stereo? L’hanno acquisita attraverso la pubblicità degli articoli per bambini che è incentrata sui medesimi valori di fondo che connotano quella per gli adulti, dall’esaltazione del nuovo che rende inutile l’oggetto precedente alla valorizzazione della sofisticazione tecnologica e del giudizio sociale. Il disastro finale lo compiono i genitori, facilitando l’accesso dei bambini a categorie di oggetti che finiscono in inopinata condivisione, come il telefono cellulare: d’altronde la capacità di padroneggiare la tecnologia risulta inversamente proporzionale all’età. I ragazzi non sono soltanto allevati al consumismo e abituati all’attaccamento nei confronti delle marche ma sono precocemente avviati alla cognizione degli stili di vita.

Sullo stesso argomento, due articoli interessanti si trovano qui e qui.

Argomenti:
Categoria: Estratti
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Il Fermacarte
January 26th, 2009


Leggo sul “Nouvel Observateur” di questa settimana che in Francia sta avendo grande successo un’iniziativa dell’associazione “100.000 Entrepreneurs”, che sta mandando suoi rappresentanti nei licei per spiegare agli studenti il mondo delle imprese. Offrendo anche la possibilità di piccoli stage. Non tutti i professori l’hanno presa con entusiasmo: in un caso si è condizionato l’incontro alla presenza di un sindacalista che facesse dibattito. In questo modo non si centra il punto. Il problema è che negli ultimi anni le scuole hanno, almeno ideologicamente, accettato l’idea di essere pure loro parificate alle aziende e, al tempo stesso, teorizzato che certe dottrine umanistiche vadano soppiantate da altre, più direttamente orientanti alla produttività. Al contrario, la scuola dovrebbe formare il nucleo dell’individuo che è capace di vivere e pensare in senso umanistico prima che produttivo; e al contempo accettare, e anzi pretendere, che la cultura aziendale venga a presentarsi a scuola, iniziando insomma a farla giocare fuori casa, e approfittando dell’occasione per infondere qualcosa dell’animo umanistico nell’homo faber moderno. Altrimenti i ragazzi arriveranno spiritualmente nudi alla meta del lavoro e le loro prime domande saranno quelle che, dice l’articolo, sono state fatte agli inviati di “100.000 Entepreneurs”: “Quanto guadagna?” Che automobile ha?”. Se poi servisse davvero un sindacalista per fare la tara alla lezione di un imprenditore, ci si dovrebbe domandare davvero i professori cosa vengono pagati affare. Secondo me è una bella iniziativa e una sfida interessante per tutti, persino trascendente l’aspetto pratico, che pure non mi pare vada trascurato. Che io sappia in Italia non è stato intrapreso nulla di analogo. Cosa aspettano le associazioni imprenditoriali? Penseranno mica che l’unica domanda che conta è: “Quanto si guadagna?”.



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Il Fermacarte
January 10th, 2009


Siamo solo, noi italiani, al ventiquattresimo posto nel mondo per il numero di computer ogni cento persone: appena 36,7 e meglio di noi stanno, oltre a tutte le potenze industriali, anche Irlanda, Estonia, Slovenia e Belgio. Sono molto istruttive le graduatorie che ogni anno The Economist propone con “Il mondo in cifre”, pubblicato in Italia da Internazionale, e fanno rendere conto di come certi divari dipendano da atteggiamenti culturali, ancor prima che dagli andamenti economici. Infatti, sempre l’Italia è il paese al quarto posto nella classifica del maggior numero di host, ossia di domini internet: dopo Stati Uniti, Giappone e Germania. Non è forse il nostro un paese dove tutti scrivono ma nessuno legge? E dove a tutti piace proporsi piuttosto che ascoltare? E ancora: l’Italia è al terzo posto, dopo Lituania e Macao e subito prima di Hong Kong e Trinidad e Tobago, per numero di abbonati al telefono cellulare: 135,1 ogni 100 persone! Forse che la tecnologia qui viene usata essenzialmente per giocare. Macchè, il cellulare è una necessità! Strano che nei primi cinquanta non ci siano Stati Uniti, Francia, Cina e Giappone.



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Il Fermacarte
December 31st, 2008


Quasi certamente conoscerete già il banner qui sopra, che campeggia ormai da tempo sulle pagine dell’enciclopedia libera. Qui l’appello del fondatore Jimmy Wales, dove spiega: “Noi abbiamo un piccolo numero di dipendenti stipendiati, solo ventitré”, e “Le nostre spese annuali sono meno di sei milioni di dollari”.

Solo sei milioni? Un affarone, si potrebbe dire. Qui comunque si spiega come verranno spesi i soldi, e si mostrano addirittura i bilanci degli anni passati: con una trasparenza che dovrebbe essere da modello per tutti, e tuttavia non è sufficientemente dettagliata da fugare ogni dubbio. Alcuni ex dipendenti parlano infatti di una gestione finanziaria un po’ allegra, facendo riferimento fra l’altro a cene da 1300 dollari. A tutto questo si aggiunge il sexgate che vide protagonista lo stesso Wales – accusato di avere indebitamente “protetto” la voce relativa ad una giornalista tv con la quale aveva avuto una relazione. Poi Wales è rimasto al suo posto, ma a questo punto che affidabilità potrà avere Wikipedia su quel particolare tema?

D’altra parte, la scelta di ricorrere al finanziamento volontario va a configurare una sorta di “mecenatismo dal basso” che ultimamente (in particolare con la campagna elettorale di Obama) si sta dimostrando un modello sempre più efficace. Che in questo caso consentirebbe a Wikipedia di continuare ad esistere senza la pubblicità, e senza dunque alcun sospetto di condizionamento economico.

Sullo stesso argomento:

Leggi l’articolo del New York Times

Leggi l’articolo di Jaime D’Alessandro su repubblica.it

Leggi il post di Dario Salvelli

Leggi l’articolo de ilgiornale.it



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A proposito di politica e marketing, SindacoSpa cita Contro il target:

Ugo Sposetti, che gestiva i cordoni della borsa nei Democratici di Sinistra prima che questi confluissero nel Partito Democratico, sul Riformista di sabato scorso si dice preoccupato da “questo riformismo che ha come retropensiero l’atteggiamento pernicioso e snob per cui il popolo sia da educare, da formare”. Preoccupazione sacrosanta se viene dalla memoria delle tentazioni pedagogiche del socialismo reale.
Ma quella memoria non dovrebbe far dimenticare la distinzione tra un autista e una guida: il primo non ha alcuna responsabilità sul traguardo e sulla strada da fare per arrivarci; il secondo ne assume sia sul traguardo che sul percorso. Insomma, c’è differenza tra “comprendere l’orientamento” e “orientare la comprensione”, come dice Remo Bassetti nel geniale Contro il target (Bollati Boringhieri). In altre parole: in politica ci si può limitare a promettere al proprio target quello che già vuole? “Fare politica” non dovrebbe comportare un ruolo attivo nella società per orientarne la sensibilità e la direzione del cambiamento? I grandi partiti di massa non hanno forse contribuito a fare progredire il Paese promuovendo maggiore consapevolezza sociale e culturale in modo trasversale a tutte le classi?
Si può cercare un equilibrio vincente tra promesse “popolari” (quello che le imprese chiamano marketing) alla competizione elettorale e la promozione di uno specifico modello (quello che le stesse imprese chiamano consumer education), un modello sociale capace di offrire maggiore benessere a una quota crescente della popolazione [...].

Leggi l’articolo su SindacoSpa

(fonte img)



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(disegno originale di Guido Scarabottolo)