La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



Appuntamenti
March 8th, 2010


Da oggi si ricomincia a sentire l’odore della carta stampata: Giudizio Universale presenta la sua prima delle sue nuove Guide, dedicate alle grandi questioni del nostro tempo.

copertina_donna

La forma scelta è quella enciclopedica: gli autori (Carlo Flamigni e Margherita Granbassi) hanno curato le voci necessarie per comprendere l’argomento, in ordine alfabetico.

Ed ecco, dal sito di Giudizio Universale, alcuni estratti della lettera A:

Abbraccio
In alcune scuole americane gli abbracci dei ragazzi sono stati cronometrati. Il preside ha messo lo stop ad abbracci più lunghi di trenta secondi dicendo: “Non era più un saluto, era un continuo stare attaccati senza alcuna necessità. Sempre così, prima di andare in classe, per tutto il giorno”. Mi stupisce perché poi si accusano i giovani di abbracciarsi solo e sempre alla tastiera di un computer. (…)
Ho iniziato questo libro sul corpo femminile dall’abbraccio per due semplice motivi. Anzitutto perché l’abbraccio è l’incipit della nostra vita, è il primo segno di affetto che riceviamo. Poi perché la donna, più dell’uomo, ha il coraggio di abbandonarsi al calore di un abbraccio amorevole, amichevole, filiale, materno. Di offrirlo, di inseguirlo, di sognarlo. Se una donna soffre non ci sarà catarsi senza un nuovo abbraccio.
(Margherita Granbassi)

Aborto
Si possono disegnare due tipi di società che possono fare a meno dell’aborto: la prima è una società nella quale ogni bambino che nasce è benvenuto, anche se sottrae il cibo necessario per la sopravvivenza dei fratelli; la seconda è una società nella quale ha avuto successo la diffusione della cultura, per cui tutti i cittadini sentono il peso della responsabilità sociale connessa con la vita sessuale e sanno utilizzare con discernimento i metodi anticoncezionali che la scienza (che rappresenta il loro maggiore investimento e che è al loro servizio) mette a disposizione. Che poi luoghi come questi esistano veramente è un’altra faccenda.
(Carlo Flamigni)

Allattamento
Non c’è dubbio sul fatto che il latte materno sia l’alimento ideale per lo sviluppo e per la salute del bambino. Molti dei suoi vantaggi sono evidenti e non necessitano di prove: difficilmente crea allergie; non comporta spese particolari e facilita (quasi sempre) il compito della madre; la casa che lo produce garantisce sterilità e giusta temperatura; rende più facile la formazione di una flora batterica intestinale favorevole alle funzioni digestive. (…)
Una serie di ragioni scorrette e di motivazioni futili hanno prodotto, a partire dagli anni Cinquanta, una netta flessione dell’allattamento materno in tutto il mondo. Una congerie di sciocchezze che si sono però associate a una motivazione seria: le donne che lavorano incontrano molte difficoltà a trovare il tempo e il modo per allattare il figlio durante le ore centrali del giorno e finiscono col limitarsi a un paio di poppate. La cosa più discutibile invece riguarda il timore che l’allattamento rovini il seno e ne cambi la forma in una che agli uomini non piace. Avevo promesso di tenere questa notizia per me, ma proprio non ce la faccio: è bene che tutti sappiate che si sta organizzando una vera rivoluzione contro la tetta artificiale, marmorea, innaturalmente proiettata verso il cielo, di temperatura almeno quattro gradi più bassa della minima stagionale, ricoperta da una pelle lucida sotto la quale si intuiscono marchingegni misteriosi. Mi si dice anche che sono sempre più apprezzati i seni un po’ molli, leggermente cadenti, con la cute disegnata da venule azzurre, quelli che hanno una storia da raccontare.
(Carlo Flamigni)

La guida completa è disponibile in libreria, oppure in abbonamento. Un altro passo avanti per Giudizio Universale, alla faccia della crisi.




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Il Fermacarte
March 3rd, 2010


Ma l’asso nella manica che lo scienziato presumeva di possedere a dimostrazione della sua posizione, la teoria delle maree, era clamorosamente sbagliato. Galileo, e per lui Salviati, deduceva che le maree fossero la conseguenza della rotazione della Terra anziché frutto (come invece già correttamente Keplero aveva scritto) dell’attrazione della Luna. Si trattava di un’opinione che cozzava contro gli studi astronomici più recenti ed entrava in contraddizione persino con le nozioni di meccanica dello stesso autore. Insomma, il libro che avrebbe nei secoli tramandato l’ignoranza di chi lo avversava era in realtà totalmente infondato sul piano scientifico.

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Il Fermacarte
January 25th, 2010


La Libellula, una nuova rivista di italianistica che si può scaricare gratuitamente dal sito web, dedica il primo numero al tema “Letteratura e politica”: che viene approfondito da varie angolazioni, molto diverse fra loro, stimolanti e dense (c’è comunque quasi un anno di tempo per leggerlo tutto, dato che il n.2 uscirà a dicembre 2010).
Fra i vari contributi riporto l’incipit de “La solitudine del lettore” di Paolo Patuelli, che non riguarda specificamente la letteratura ma è di portata più generale (e tocca gli stessi temi di Contro il target, che infatti viene citato in bibliografia):

Al centro della società contemporanea è oggi collocato l’‘individuo’. Un tempo non era così: il gruppo di appartenenza, o meglio, quella che chiamavamo ‘comunità’, definiva le sorti e il percorso di vita di ognuno. Oggi di questa comunità, parafrasando Zygmunt Bauman, rimane solo il mito ed il desiderio, per alcuni, che essa si riveli nuovamente in un tempo futuro non identificabile. Si potrebbe dire che, finita l’epoca della comunità, l’uomo occidentale sia rimasto solo di fronte alla possibilità di auto-costruirsi il proprio destino. Gli individui agiscono, lottano e si sforzano di fare della propria vita un’unica e singolare avventura, condizionata solo dalle proprie decisioni: è la società delle ‘infinite possibilità’ dove ad ognuno è consegnata la proprietà esclusiva della propria biografia.

Resta il dubbio che, non essendo l’individualismo una costante storica ma una “invenzione” occidentale (e relativamente recente), alla consapevolezza dei suoi paradossi si accompagni prima o poi la prospettiva di un suo superamento per ritornare ad una dimensione maggiormente comunitaria della società. Del resto, a livello economico, l’ascesa impressionante della Cina – dove il rapporto tra individuo e società è ben diverso dal nostro – prefigura proprio uno scenario di questo genere.



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Il Fermacarte
January 6th, 2010


I dati contenuti nell’ultimo rapporto di Federculture (e riportati qualche giorno fa da Repubblica) portano alla luce una situazione per molti versi sorprendente. Nell’anno 2009, in Italia, sono diminuiti – seppure di poco – i consumi relativi a discoteche, spettacoli sportivi e cinema; mentre sono aumentati – seppure di poco – quelli per teatro, musei, siti archeologici, concerti di musica classica (e concerti in generale).

Sembrerebbe una buona notizia. Peccato però che se il popolo spende più soldi per andare a teatro, non significa necessariamente che il teatro (o il museo, eccetera) sia in buona salute economica. Anche perché, accanto a questo piccolo incremento, fa fronte un crollo del 23% al fondo per il ministero dei Beni Culturali. Ecco le mirabili conseguenze dell’ideologia “menotassista”: meno soldi pubblici investiti, ovvero più soldi spesi dai cittadini per accedere agli stessi servizi di prima.

Quando non peggiori di prima. L’Italia è culturalmente un paese sempre più seduto sul suo passato, mentre gli altri vanno avanti. Quest’anno scendiamo dal 5° al 6° posto nella classifica di attrattività internazionale che vede ai primi – tenetevi forte – Stati Uniti, Canada ed Australia. E per trovare un museo italiano fra i più visitati del mondo, occorre addirittura scorrere al 23°. Rapporto a parte, basta scorrere il numero di gennaio della rivista Arts Magazine – dedicato alle mostre più attese del nuovo anno – per rendersi conto di quanto la presenza nostrana sia sempre meno rilevante a livello internazionale.
E cosa fa, la ex patria delle Belle Arti, per risalire la china? Manifesti pubblicitari come quello qui sotto, che peraltro potrebbe di questi tempi essere considerato un tragicomico invito a delinquere:

Pubblicità musei
E per fortuna che non hanno raffigurato il Duomo di Milano, ben più famoso ormai per il suo utilizzo pratico di oggetto contundente.

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Il Fermacarte
December 31st, 2009


Che la criminalità organizzata sia anche – e in modo non secondario – una questione linguistica, l’ha dimostrato Roberto Saviano nella sua recente lezione televisiva a Che Tempo Che Fa: nella quale analizzava i titoli dei quotidiani locali, parola per parola, evidenziandone i punti di contatto con la “cultura” mafiosa.
Questo mese, l’Unità ha compiuto un’operazione per certi versi simile pubblicando un “dizionario della mafia” a puntate: ogni volta si è preso un termine dal lessico, diciamo così, del settore, e lo si è ricostruito storicamente e socialmente. Scopriamo così che nessun mafioso veniva chiamato “Padrino” (vedi il pezzo di Saverio Lodato del 22 dicembre) prima del celebre romanzo di Mario Puzo – e dell’ancor più celebre film di Coppola – nel quale stava a designare il boss supremo, il “capo dei capi”. Da allora il vocabolo si è imposto con la potenza del successo mediatico, molto più fra chi parlava di mafia che tra i mafiosi stessi.
E’ possibile, anche se difficilmente dimostrabile, che negli ultimi 40 anni il “padrino” abbia finito per sedimentarsi nel lessico degli uomini d’onore. Non sarebbe del resto l’unica volta in cui, con tragica ironia, la criminalità attinge al patrimonio letterario e cinematografico (pensiamo ai casi di Scarface, o dell’impugnatura della pistola “alla Tarantino”).
Ma ciò che impressiona è come, per la mafia, l’utilizzo di questo termine per designare il numero 1 fosse così poco necessario. Superfluo appunto, come doveva essere superfluo sottolineare chi fosse il capo: segno di ulteriore potenza per lui, e di un rapporto gerarchico così assodato ed immutabile che – letteralmente – mancavano le parole per definirlo.

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Il Fermacarte
December 17th, 2009


Nel carteggio uscito di recente fra Michel Houellebecq e Bernard-Henri Lévi, ci sono molti passaggi brillanti. A volte i due intellettuali restano sul piano di un autoreferenziale palleggiamento di idee senza grandi pretese, altre invece estraggono spunti che meriterebbero d’essere approfonditi.
Per esempio, l’autore delle Particelle Elementari scrive a pagina 48: “Rari, rarissimi sono gli adulti che intuiscono quanto i bambini siano alla ricerca, nei genitori, di qualsiasi segno che indichi la maniera in cui convenga affrontare il mondo; quanto, nei pochi anni che precedono la catastrofe puberale, la loro intelligenza sia acuta, vibrante, pronta alla sintesi e alle conclusioni generali. Rari sono gli adulti che capiscono che ogni bambino è, naturalmente e senza sforzi, un filosofo“.

La definizione del bambino come filosofo – fulminante nella sua semplicità – ricorda la prospettiva, in apparenza lontanissima, adottata da Maria Montessori: laddove si ribalta il luogo comune che vede “il bambino dentro l’adulto” per scoprire, e valorizzare, “l’adulto dentro il bambino”. Ed in questo senso anche la filosofia sembra nascere non tanto dall’esperienza – quante cose so? – ma dalla capacità di sintetizzare ciò che so in modo originale (unita ovviamente ad una inesauribile curiosità).

Comunque il concetto, per quanto sorprendente rispetto allo stereotipo consolidato, non è nuovo: già il poeta inglese William Wordsworth si era spinto a ritenere il bambino come il migliore dei filosofi. Speriamo che Houellebecq e Lévi non si offendano.

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Il Fermacarte
December 9th, 2009


Furio Colombo, nell’editoriale di oggi sul Fatto, racconta la sua visita al “centro di identificazione e di espulsione” per immigrati clandestini di Ponte Galeria, a Roma: un luogo dove fa “più freddo dentro che fuori”, al punto che le donne sono costrette a stare a letto vestite. Molte di loro sono state strappate al lavoro di assistenza alle famiglie, deportate da una città all’altra, recluse in quello che “è come uno zoo quando era permesso essere crudeli con gli animali”.
Ma al di là di una vergogna ormai talmente consolidata che sembra quasi stucchevole ricordarne l’esistenza, colpisce un dettaglio riguardante il personale in servizio al centro:

“Alla polizia tocca soprattutto il compito impossibile delle identificazioni. E’ come mettere ordine nel mondo, dal Senegal alla Moldavia, dal Marocco all’Ucraina alla Cina”.

Un incarico quasi affascinante, a dispetto della tragicità della situazione, ma non si capisce perché affidarlo soltanto alle forze dell’ordine (per quanto volonterosi e professionali possano essere i poliziotti).

Mettere ordine nel mondo è un problemone di tipo antropologico, culturale e linguistico. Una sfida “impossibile”, forse, ma al tempo stesso disperatamente urgente: e questo dimostra come l’antropologia e la cultura non siano affatto slegate dalla realtà. Ad esserlo è semmai l’ostinazione, tutta ideologica, a trasformare l’intera questione/clandestini in un problema di “sicurezza” (laddove l’80% dei “detenuti in queste gabbie” non ha commesso alcun reato).

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Il Fermacarte
November 26th, 2009


Tra il 1972 e il 1974 andò in onda per la Rai un programma ideato da Anna Zanoli, dal titolo “Io e…”. Ogni puntata ospitava un artista, il quale sceglieva un’opera d’arte alla quale si sentiva particolarmente legato, e parlava liberamente del suo rapporto con essa (gli episodi duravano circa un quarto d’ora).

Tutto qui. Eppure proprio l’estrema semplicità del contenitore consentiva agli ospiti di di esprimersi in maniera del tutto personale. In una di queste puntate, per esempio, venne Pier Paolo Pasolini. Che in una delle sue tipiche mosse spiazzanti, scelse come “opera d’arte” la città di Orte: e più specificamente, la “forma” della città.

A chi segue Blob o Fuori Orario, questo documento sarà probabilmente familiare perché viene riproposto spesso. Vi si vede Pasolini, in compagnia della sua troupe, che inquadra Orte da vicino e da lontano e da diverse angolazioni; le immagini vengono commentate e analizzate, esattamente come si farebbe per un’opera d’arte tradizionale.
Da Orte poi il discorso si estende ad un’altra “opera” assai amata da Pasolini, Sabaudia: e in questo modo Pasolini chiude un fulminante excursus fra antichità (il centro storico di Orte), modernità di epoca fascista (Sabaudia), e modernità di epoca consumista (la periferia di Orte, costruita dopo la guerra).

La forma di una città non è l’opera di un autore, ma di un intero popolo. E’ arte anonima, non istituzionalizzata, e dunque – nella prospettiva di Pasolini – ancor più cara di quadri e monumenti: e come quelli andrebbe difesa dalle deturpazioni.
E la sua presa di posizione politica è diretta conseguenza di una valutazione estetica: se la città di Orte antica ha una forma armoniosa – mentre quella moderna è un pugno negli occhi – Pasolini non contesta la costruzione delle case in sé (riconoscendone la necessità pratica) quanto la mancanza di gusto nel costruirle, e il mancato rispetto di un rapporto fra la forma della città e la natura circostante.

Se la civiltà dei consumi viene condannata non è dunque per un discorso ideologico astratto, quanto per la sua incapacità di attuare dei criteri di armonia e bellezza (per non dire di fantasia). Una forma deturpata rimane tale, anche se produrla sono la democrazia e il benessere.



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Giudizio Universale (estratti)
November 20th, 2009


Ecco l’editoriale di apertura per il nuovo Giudiziouniversale.it

E’ ormai indelebile nella memoria collettiva la maniera in cui Bettino Craxi fu espulso dal proscenio politico: sotto un lancio di monetine davanti all’Hotel Raphael. Caduto nell’oblio, invece, è uno dei modi principali con cui la scena politica cercò di guadagnarla. Un bel giorno se ne uscì dicendo una cosa del tipo: “Noi socialisti non ci riconosciamo nella tradizione marxista. E’ venuto il momento, piuttosto, di rivalutare Proudhon”. Forse chi fosse il filosofo lo sapevano in pochi, ma di sicuro erano il quadruplo, specialmente nell’ambito parlamentare, di quelli che lo sanno oggi. Eppure Craxi ritenne quel riferimento una mossa politica adeguata e spiazzante. Come si vede, dunque, egli non fu solo quel dubbio precorritore della modernizzazione, come oggi viene ricordato da coloro che intendono riabilitarne la figura, ma fu ancora e a pieno titolo un uomo appartenente a una fase culturale del nostro paese che sembra oggi lontana anni luce. Una fase nella quale il background della nostra classe politica era ancora informato a un’educazione umanistica e ai suoi codici. E’ evidente a tutti che oggi, per ignoranza non meno che per calcolo, nessuno si sognerebbe di citare Proudhon per prendere voti, avendo a disposizione argomenti e forme retoriche più spicce, volgari e didascaliche.

Ma a questo scarto, che potrebbe persino apparire un’evoluzione positiva, in senso democratico e anti-elitario, è direttamente collegata una conseguenza importante: ipocrita o meno che fosse il suo volare su temi elevati, Craxi dovette abbandonare il paese a fronte di alcuni scandali; oggi, scandali non meno impressionanti suscitano fastidio verso colui che li denuncia, e la reazione di una buona parte della popolazione si sostanzia in un: “E allora?”. Così, all’indifferenza di quella parte di popolazione ci si può appoggiare per rimanere al potere, giocando a semplificare la coincidenza tra consenso popolare e democrazia.

(more…)



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Il Fermacarte
September 16th, 2009


a-scene-chiuse

Nel 1984 fece tappa in Italia, a Pontedera, il San Quentin Drama Workshop: una compagnia teatrale nata all’interno di uno dei più famosi e duri penitenziari americani, popolato da persone condannate per reati spesso gravissimi.
Ma soprattutto, si trattava della compagnia fondata e diretta da Samuel Beckett in persona. Il grande commediografo sentiva infatti che la prigione era un ambito particolarmente adatto per capire le sue opere, dominate da quella stessa “lucida follia” che a volte si ritrova nei criminali. Del resto quello di Beckett non è solo teatro dell’assurdo: è anche per certi versi un “teatro dell’incarcerazione”, dove i personaggi sono sempre prigionieri di qualcosa.
E quell’esperienza, che univa in modo forse irripetibile il valore artistico e quello sociale, non è comunque rimasta isolata. Il libro a cura di Andrea Mancini “A scene chiuse: esperienze e immagini del teatro in carcere”, uscito l’anno scorso per l’editore Titivillus, raccoglie una serie di scritti e fotografie riguardanti appunto le attività di teatro carcere in Italia. Che dopo quel primo episodio di ormai oltre 25 anni fa sono decollate con la Compagnia della Fortezza di Armando Punzo, fondata a Volterra nel 1988 e tuttora pienamente operativa.
E proprio a Punzo si devono una serie di metodologie che delineano il senso di questa disciplina:

“(…) cancellare il carcere dalla mente delle persone recluse; sviluppare un lavoro artistico, senza preoccupazioni ‘rieducative’; coinvolgere in modo diretto l’amministrazione penitenziaria e il personale del carcere; collaborare con le istituzioni teatrali; far conoscere al mondo esterno la realtà del carcere aprendo gli spettacoli, lottando per farli uscire dalle mura della prigione. Punzo non intende sviluppare un intervento sociale, bensì costruire spettacoli con una compagnia che possa lavorare con continuità, approfondendo il lavoro teatrale a partire dalla realtà e dall’energia delle persone coinvolte, messe a confronto con grandi testi”.
(Dal saggio a cura di Massimo Marino, pag.29)

Il teatro carcere non va dunque confuso con le misure “alternative” alla detenzione, anzi. E non è nemmeno detto che abbia come unica finalità la “rieducazione” del carcerato: si direbbe piuttosto che in questa prospettiva l’impegno artistico ed il reinserimento sociale procedano a braccetto, senza che si possa o debba distinguere l’uno dall’altro.
Fra gli altri scritti presenti nel libro ce n’è uno di Claudio Meldolesi (recentemente scomparso), che individuava nella questione della “fuoriuscita” uno dei cardini della cultura di fine Novecento; e proprio con questa fuoriuscita il teatro carcere sembra portato a confrontarsi:

“(…) Fuoriuscire significa pensare ad un’umanità che possa avere altre dimensioni, meno previste, meno tallonate dalla collettività artificiale in cui viviamo, insomma un po’ più naturali, un po’ più reali”.
(Dal saggio di Claudio Meldolesi, pag.311)

“A scene chiuse” mette però anche in luce l’effetto paradossale, e diciamo pure perverso, che può esserci nei mischiamenti fra criminalità e finzione (citando il caso cinematografico di Gomorra, dove si mostrano i giovani pistoleri che impugnano la pistola in senso orizzontale per imitare Pulp Fiction). E allora ci si chiede:

“Che uomini sono questi, fermati in alcune delle fotografie del nostro libro? Essi rappresentano il peggio della terra, o magari sono solo attori che interpretano se stessi? Quando uno di questi uomini fa la parte di Macbeth, rischia forse di perdere e di far perdere il senso della realtà? O forse di ritrovarlo: egli ha probabilmente commesso decine di omicidi, ben di più di quelli del suo stesso tragico personaggio”.
(dall’introduzione di Andrea Mancini, che si può leggere qui in formato pdf).

Quest’ultimo dubbio forse suggerisce nel modo migliore la potenza catartica che può avere un’esperienza del genere sul detenuto: a volte è necessario passare attraverso la finzione per riuscire ad afferrare la realtà.



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Quando non è un refolo di vento, è il sovrapporsi di un impegno o un difetto di prontezza o un vuoto di memoria: quella carta che volevamo leggere o rileggere ci è stata ormai portata via. Un gran dispiacere, quasi come quello di chi ha visto la nave staccarsi dal porto e una cara persona partire. In tutte le sezioni del "Fermacarte" propongo articoli scovati da qualche parte, specialmente inerenti ai temi di cui si sono occupati i miei libri (carcere, sport, sociologia dei consumi, notariato), con l’obiettivo di rendere su tali argomenti il sito uno strumento di consultazione che si rinnova e segue l’attualità. Qualche volta invece di notizie o articoli letti altrove possono essere pensieri o appunti personali, pure quelli perennemente a rischio di essere travolti e dimenticati. Ma tra le carte svolazzanti e imprigionate magari si troveranno anche altre cose, di argomenti svariati, perché è proprio da ciò che è più casuale o trasversale che nascono spesso le riflessioni più intense e produttive...

(disegno originale di Guido Scarabottolo)