La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
[...] il giorno successivo all’assoluzione, il grande scrittore Émile Zola pubblica un documentato e puntiglioso articolo sull’Aurore: lo chiama “Lettera aperta a Félix Faure, presidente della Repubblica”, ma con felice intuizione giornalistica il direttore Clemenceau ne cambia il titolo in “J’accuse“. Si tratta del primo prototipo di giornalismo d’inchiesta e di opinione.
Si tratterebbe comunque di processi quasi routinari, nell’ambito della cosiddetta operazione Mani pulite, se non fosse per la particolare qualifica assunta dall’imputato durante le indagini.
Molto spesso, viene da chiedersi come mai la grande maggioranza degli stupri avvenga a volto scoperto, con il violentatore che, terminato l’abuso, avverte la donna: “E adesso guai a te se parli”. Se non venisse lanciata questa sfida, sarebbero molti di più gli stupri che rimarrebbero impuniti. Per garantirsi la sicurezza, converrebbe certo al maniaco rendersi variamente irriconoscibile. Ma nel possesso violento della donna, lo stupratore afferma in modo distorto la sua virilità: il suo desiderio intimo è che alla vittima, alla fin fine, tutto questo piaccia, che lo ricordi per sempre come un grande amatore, riconoscendo per eccellente proprio quella virilità fragile e insicura che è alla radice dell’aggressione. Per questo egli non può rassegnarsi all’anonimato.
L’insigne penalista Carnelutti diceva che ogni assoluzione è l’ammissione di un errore giudiziario. Salvatore Satta ha scritto che il vero innocente non è colui che viene assolto bensì colui che passa nella vita senza giudizio. E’ vero che il processo dovrebbe risolversi nel giudizio sopra un fatto e non sulla persona nel suo complesso. Sarebbe in gioco, insomma, un fare e non un essere. Senonché la persona che ha commesso un fatto è quella che subisce il processo, e la sua posizione nella comunità, come di riflesso la sua identità, viene assorbita in questa etichetta.
La fase del processo pilotato dalla folla appare, sul piano della verosimiglianza psicologica, la maggiore falla del racconto della Passione. Visto che l’ostilità dell’aristocrazia ebraica nei confronti di Gesù sarebbe nata dall’adorazione che le folle nutrivano verso di lui, tanto che l’arresto fu eseguito di notte per timore di una sommossa, non si capisce come mai nel volgere di poche ore il quadro fosse talmente mutato da indurre quegli stessi fan a reclamarne a tutti i costi la morte (alle otto del mattino, quando si presumeva che ognuno fosse a casa propria, a preparare il pranzo pasquale).
La mediaticità dei processi contiene, invero, anche degli elementi positivi. Una delle controindicazioni della tecnicizzazione del diritto penale, che ne fa una questione circoscritta a una struttura tecnocratica (magistratura, avvocatura, polizia giudiziaria, organismi ausiliari), è che il singolo cittadino viene totalmente esautorato dalla partecipazione a uno dei momenti fondanti della comunità sociale.
Le galere sono luoghi ambivalenti: sono fuori dalla società, ma allo stesso tempo dentro. Se mettiamo a confronto tre notizie dell’ultimo periodo riguardanti Stati Uniti, Haiti e Messico, sembra proprio che nella condizione estrema del carcere si riflettano – con una chiarezza immediata, e spesso brutale – le caratteristiche di una società.
La notizia che viene dagli USA è buona: la popolazione carceraria infatti, copo quasi 40 anni di crescita ininterrotta, nell’ultimo anno è diminuita. Non accadeva dal 1972, quando iniziò quell’escalation di violenza interna che durante gli anni Settanta è stata raccontata da film come I Guerrieri della Notte, o Taxi Driver di Scorsese. Assai diversa è la situazione messicana, in particolare nel carcere di Durango (nordovest del paese). Qui si combatte da mesi: e solo nell’ultima settimana, riferisce Le Monde del 28 gennaio (p.8), ci sono stati 24 morti. Non si tratta di rivolte, ma di vere e proprie battaglie fra detenuti: fiammate di violenza che comunque vengono favorite da condizioni carcerarie definite “estreme”, anche a causa della durissima lotta alla droga in atto.
Infine Haiti. Qui ciò che è avvenuto è ovviamente effetto della catastrofe che ha colpito l’isola il 12 gennaio. Le televisioni raccontano che i detenuti sono “fuggiti” in massa, ma il verbo non è esatto. Perché non c’era più nulla da cui fuggire, dopo che il terremoto ha polverizzato il fatiscente carcere di Port-au-Prince. A margine del disastro umanitario, dei morti, dei feriti, c’è infatti da registrare la fine dello Stato: e con esso, dello stato di diritto nonché del suo sistema penitenziario.
Sull’utilità del carcere ai fini della rieducazione, esistono inevitabilmente linee di pensiero diverse (e proprio di questo si parlava in Derelitti e delle pene). Su una cosa però dovrebbe essere facile concordare: quando un criminale sconta la sua pena per intero, senza nessun beneficio e ovviamente senza commettere altri reati, è logico che torni in libertà.
O no? Veramente in Italia, paese di perseguitati e di plotoni d’esecuzione, le cose stanno un po’ diversamente. Nel 1936 vennero infatti istituite le “case di lavoro”, una sorta di appendici del carcere dove venivano internati gli ex detenuti considerati “socialmente pericolosi”. Era il magistrato di sorveglianza a decidere questi eventuali supplementi di pena, e tale supplemento poteva essere reiterato indefinitamente: anche fino alla morte dell’ex detenuto stesso.
L’uso dell’imperfetto, peraltro, è un errore. Queste case di lavoro in Italia esistono ancora, nonostante l’Unione Europea le abbia dichiarate incostituzionali già dal 2004 intimandoci di abolirle. Non è cambiato nulla, e lo stesso famigerato carcere di Sulmona è anche una casa di lavoro: tanto è vero che uno degli ultimi suicidi avvenuti (come riporta un articolo sul Fatto del 9 gennaio scorso) non riguarda infatti un detenuto, ma una persona che aveva saldato il suo conto con la giustizia. Salvo essere sottoposta a questa specie di sequestro legalizzato, noto anche come “ergastolo bianco”.
Se qualcuno è davvero convinto che oggi in Italia sia in atto una persecuzione giudiziaria, non serve a nulla gridarlo ai quattro venti o invocare le riforme.
C’è una sola cosa da fare: chiamare il 113, e mandare in galera i magistrati colpevoli.
Arrestate quei giudici, oggi su Giudizio Universale.

