La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



Il Fermacarte
April 28th, 2009


le-monde

In un’inchiesta uscita qualche giorno fa, Le Monde ha consultato la raccolta dei resoconti di incidenti presentati dai direttori di prigione. Abbiamo scelto quattro giornate banali.

Tutti i giorni, i direttori dei 194 stabilimenti penitenziari francesi censiscono i principali incidenti che costellano la vita delle loro prigioni. Le Monde si è procurato una parte di questi resoconti, raccolti dalla direzione dell’amministrazione penitenziaria. Pubblichiamo integralmente quelli da giovedì 26 febbraio a lunedì 2 marzo, riflesso di quattro notti di ordinaria tensione. Sono elencati gli eventi più salienti e spesso più violenti, ma anche i guasti all’impianto idraulico o elettrico o una manifestazione di sorveglianti. Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, la diffusione delle immagini della sommossa a Fort de France (Martinica) ha suscitato “un gran schiamazzo”, nel centro penitenziario di Ducos, in Guadalupa.
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Il Fermacarte
April 24th, 2009


vollmann

Il volume “Come un’onda che sale e che scende” di William T. Vollman, pubblicato in Italia da un paio d’anni, è un libro che ha per tema la violenza e una struttura assolutamente insolita, fantasiosa, astratta, in certi momenti francamente sfibrante. Alcune parti meritano però di essere incorniciate. Personalmente trovo profonda ed educativa questa sinteticissima riflessione sulla legittimità della pena. (more…)



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Il Fermacarte
April 8th, 2009


Lasciatemi ricordare, in tanta pena, la galera. Sentire il terremoto chiusi a doppia mandata, ammassati, in una cella, ecco un’esperienza che bisogna provare a immaginare.

Dalla Piccola posta di Adriano Sofri, ieri



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Il Fermacarte
April 6th, 2009


E’ bastato meno di tre anni. Le carceri di oggi sono più affollate di come erano il 31 luglio 2006, quando venne varato l’indulto. Dai 60.710 che erano i detenuti si ridussero a 38.847, per la prima volta, dopo molto tempo, al di sotto della soglia considerata quella compatibile con la capienza regolamentare di 43.102. Ora siamo a 61.058 e dunque in prossimità della capienza considerata come massima tollerabile, quella evidentemente oltre la quale i detenuti non ci stanno più, nemmeno a impilarli l’uno sull’altro: 63.557. Sarà pure la prova che l’indulto, attuato al di fuori di un quadro di provvedimenti volto a immaginare una qualche forma di percorso per le persone che venivano liberate, è stato un fallimento. Ma è prova non meno chiara della miopia della politica attuale, che continua in un indiscriminato processo di carcerizzazione, rendendo più difficoltoso l’uso delle misure alternative. Un buon quadro della situazione è uscito domenica sul Sole 24 ore, in questo articolo a firma di Donatella Stasi.

Sullo stesso giornale, si apprende sorprendentemente (e forse neppure tanto) che il modello americano studiato dai nostri governanti, il modello insomma che destina alla reclusione una persona su cento, sta avviando una possente retromarcia. Del resto, era difficile sostenere un trend come quello degli ultimi venti anni, nei quali la spesa carceraria è salita del 127%, mentre quella per l’istruzione superiore è salita solo del 21% e nel 2008 il sistema nel suo complesso è costato 47 miliardi di dollari. Mentre in Italia l’unica fissa della maggioranza (forse con l’eccezione proprio del ministro della Giustizia Alfano, che tuttavia non sembra ancora in grado di imporre la sua personalità nel settore) è quella di aprire nuove prigioni, stati tradizionalmente forcaioli come Kansas e Colorado le stanno chiudendo.



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Il Fermacarte
March 19th, 2009


A proposito della proposta della Lega sulla castrazione farmacologica, segnalo questi tre contributi alla discussione:

- Leonardo scrive un racconto paradossale sulla “decapitazione capillizia”, e cita un altro suo post di un paio d’anni fa (quando la castrazione chimica fu proposta da Sarkozy).

- Formamentis riporta voci non proprio tranquillizzanti da Radio Padana (”ma ho sentito anche di peggio”)

- Il TGcom riporta che nella Repubblica Ceca questa pratica è in vigore da tempo, ma viene duramente criticata dalla commissione Ue contro la tortura (si parla di una “pratica barbara”)

- La Lega in questi giorni si è espressa anche su un altro farmaco, il cui effetto è esattamente l’opposto: ne parla Scorfano.



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Il Fermacarte
March 6th, 2009


Nel carcere di Dartmoor, nel Sud dell’Inghilterra, alcuni prigionieri riescono a essere i veri divi dello schermo per i loro figli. Essi, infatti, registrano dvd nei quali leggono storie della buonanotte, non di rado composte da loro stessi. L’originale intuizione è stata poi riprodotta tra i militari americani in partenza per l’Irak o l’Afghanistan. Ma fermiamoci sul carcere. Come spiega Domonic, uno dei detenuti più bravi in sala di montaggio, “in carcere ti aspetti tutto ciò che è tipicamente macho. Ma in sala di montaggio tu vedi un lato umano diverso. Quando parlano dei loro bambini e delle storie o quando scelgono i pupazzi che useranno nel dvd, i detenuti si inteneriscono e si emozionano”. E’ molto toccante immaginare i bambini che mantengono questa forma di contatto col padre recluso. Anche un po’ angosciante in vero, perchè se la persona non è disponibile, lo schermo ce la rende un tantino irreale, come i divi delle fiction: ma non certo più angosciante che ignorare persino il padre che faccia e voce abbia, come sarebbe per alcuni di quei bambini, il cui genitore era già in prigione quando sono nati. Gli editor lavorano assiduamente a migliorare la qualità del video o l’interpretazione di quegli insoliti attori, ma non toccano mai il finale, quando la voce del padre si rompe mentre augura la buonanotte ai loro figli, e gli dicono che torneranno presto accanto a loro. E’ un piccolo aiuto ai bambini a elaborare la loro relazione col padre, a far sì che non si sentano abbandonati, e quindi è un modo intelligente per ridurre l’effetto “collettivo” della pena, quello che ricade sugli altri membri della famiglia. Ma è anche un approccio sensato alla cosiddetta rieducazione: il senso di responsabilità e dignità che al colpevole di delitti si vorrebbe restituire non si alimenta granchè di ordini da eseguire meccanicamente e di carrellini da spingere nei corridoi. Ben diverso è recuperare la responsabilità di un fondamentale ruolo genitoriale, la protezione dai cattivi sogni notturni, e restituire un senso all’uscita del carcere nel bacio che seguirà la fine della storia di Cappuccetto Rosso.



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Il Fermacarte
February 25th, 2009


Fra i moltissimi ricordi di Candido Cannavò apparsi in questi giorni, vorrei segnalare il libro che nel 2004 l’ex direttore della Gazzetta dedicò al mondo dei detenuti di San Vittore. Questa la prefazione di Ferruccio De Bortoli:

Mi sono chiesto perché mai Candido Cannavò, che è un simbolo dolce e appassionato del nostro giornalismo non solo sportivo, abbia scelto di infilarsi in un carcere. E non uno qualsiasi: San Vittore, che è invece il simbolo amaro e tormentato di una convivenza civile infranta e violenta. Dai prati verdi e colorati dello sport, in cui l’uomo assapora il massimo della libertà, l’esaltazione delle qualità personali, il gusto di superare ogni limite, il piacere della sfida, agli anfratti semibui e nauseabondi delle carceri, alle penombre della vergogna. Luoghi di redenzione o di perdizione? La domanda, nella città del Beccaria, è tutt’altro che retorica. Di retorica nel libro di Cannavò non ce n’è. Lui è entrato a San Vittore con l’umiltà del cronista, il taccuino aperto, senza pregiudizi; ha ascoltato e in cuor suo perdonato più di quanto lo spirito della legge gli potesse prudentemente suggerire. Ha compreso storie, errori, passioni. Non le ha condivise: ha semplicemente cercato di capirle.

All’epoca Cannavò diede anche una bella intervista a ristretti.it, nella quale – nonostante lo stile sempre gentile – diceva cose tutt’altro che comode sulla situazione carceraria, e l’inerzia della politica. La trovate qui.



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Il Fermacarte
February 6th, 2009


Puntualmente, e gli stupri di Roma e Guidonia sono stati solo gli ultimi casi, si accendono polemiche sulle decisioni di alcuni Gip che consegnano agli arresti domiciliari piuttosto che al carcere qualcuno che ha commesso un grave reato. Egualmente regolare non solo l’umanamente comprensibile rabbia delle vittime ma anche la reazione indignata del pubblico e la levata di scudi da parte dei politici, che prendono spunto da questi casi per sottolineare una volta di più l’inadeguatezza della magistratura.

Per non rimanere vittime di frettolose semplificazioni è bene partire da un postulato che, teoricamente, dovrebbe essere abbastanza evidente, ma invece viene costantemente dimenticato: in carcere, in linea di principio, si può finire solo dopo lo svolgimento di un processo conclusosi con una sentenza di condanna. Fa eccezione rispetto a tale principio il caso in cui contro l’imputato a carico del quale vi siano “gravi indizi di colpevolezza” sussista almeno uno fra questi tre indici di pericolosità: il rischio di inquinamento delle prove, il pericolo concreto di fuga (concreto, si noti bene, non astratto: un paio di gambe ce l’hanno tutti) e il rischio di reiterazione del reato. Non esiste invece tra i requisiti per la carcerazione preventiva l’allarme sociale, che pure sempre viene citato a sproposito come il motivo che dovrebbe indurre il Gip a mettere dentro l’imputato. Il magistrato che, in base a questa ragione e prima della sentenza, privasse l’imputato della libertà (sia con gli arresti domiciliari che con la custodia in carcere), compirebbe un grave atto contro la legge.

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Estratti
February 2nd, 2009


Oggi il clima del paese è questo, e non voglio pensare a che succederà se e quando i mostri di turno venissero scarcerati. Ma senza entrare nelle polemiche di questi giorni, citerei questo passo ancora da Derelitti e delle pene (p.267):

Possiamo allora dire che il popolare argomento riassumibile in “quello che ha commesso un furto dopo due giorni è di nuovo in libertà” sia frutto di un’allucinazione collettiva? Sicuramente no, ma la causa è da ricercare in un principio semplicissimo, per il quale non si va in carcere sino a che non sia stato celebrato il processo. Anche se la carcerazione preventiva è sempre più usata ed è diventata una sorta di pena anticipata (pure questo influenza le statistiche sul numero dei detenuti) la regola è che chi viene arrestato può essere trattenuto solo se esiste un pericolo di fuga concreto (non astratto: un paio di gambe ce l’hanno tutti) o il rischio che possa inquinare le prove o reiterare il reato. Rilasciare l’imputato quindi è una cosa normale. Vale la pena di ricordare una volta di più l’abituale indignazione popolare quando a essere lasciato in carcere in vista del processo è un colletto bianco (che pure, oggettivamente, ha maggiori possibilità di inquinare le prove). E comunque, i termini per la custodia cautelare sono più brevi di quelli per i processi.

(fonte img)

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Estratti
January 30th, 2009


Ancora sul costo dei detenuti

A proposito di quanto si diceva ieri, per approfondire la questione si possono citare alcuni passi da Derelitti e delle pene.

A pag.254 si riporta il costo per detenuto, nel 2000, del pasto giornaliero: 3800 lire, che ad un cittadino normale non bastano nemmeno per la prima colazione. E fatta salva la conversione in euro, non dovrebbe essere cambiato molto da allora.

Molti detenuti, infatti, rifiutano la sbobba che si pretenderebbe propinargli e comprano, con un tetto massimo di 700.000 lire mensili, alimenti per cucinarseli per proprio conto o, per chi lavora, guadagnati in carcere. Si ricorda spesso quanto costano allo Stato i detenuti ma rimane sottaciuto quanto esce dalle loro tasche annualmente per finanziarsi il sopravvitto: 420 miliardi di vecchie lire. [...] Gli alimenti che compra con il sopravvitto sono venduti a prezzo non amministrato ma anzi spesso superiore a quello praticato dalle rivendite all’esterno.

Ma nel “costo dei detenuti” viene spesso rubricata anche e soprattutto la malaspesa dello Stato (p.269 e seguenti):

“[...] il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, tiene a precisare che ‘il carcere non deve essere un albergo a cinque stelle’. Il particolare buon gusto dell’esternazione esce rafforzato dalla sede in cui viene pronunciata: l’istituto cagliaritano di Buoncammino, che contiene quattrocento ospiti in luogo dei duecento previsti e dentro il quale, solo un mese e mezzo dopo, si suicideranno nel giro di una giornata due reclusi. Certamente non perché la receptionist aveva loro servito in ritardo la colazione in camera.

Il nostro carcere non è quello che il nuovo regolamento dà per esistente. E’ quello di Catania dove l’istituto (si noti bene: costruito nel 1987) non è allacciato alla rete idrica e l’acqua arriva con un’autobotte che trasporta 140.000 litri al giorno in quattordici carichi, per un costo complessivo annuo di 213 milioni, dei quali 20 per il carburante e 25 per la manutenzione dell’autobotte; di Bologna, dove nel 1991 comprano 550 frigoriferi nuovi per 160 milioni e poi non possono neppure attaccarne la spina perché incompatibili con la tensione di alimentazione; di Oristano, dove nel giorno dell’inaugurazione del carcere di Macomer, nel 1994, non trovano più le chiavi delle serrature e debbono rifarle per una spesa di 40 milioni; di Parma, dove prevedono una sezione per disabili ma invece che al piano terreno la installano al primo piano e l’ascensore non può portare più di due persone per volta; di Gallarate, chiuso nel 1992, ma dove dopo tre anni qualcuno si accorge che continuano a lavorarci dentro tre agenti; di Monza dove, nel 1994, un accordo in extremis con l’azienda erogatrice di acqua e gas impedisce il pignoramento per un debito di 550 milioni.

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(disegno originale di Guido Scarabottolo)