La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Azz’ e che l’avimm’fatt’a ‘ffa st’Unita r’Italia? E mò, sai che facimm’? Quanno veneno accà e ce chiereno e’sfugliatelle nui ricimm: eh, guagliò, cca’ e’ sfogliatelle so ‘ppoche, avimm’ ra a’ precerenza sulamente a chi parl’ o’dialetto. Famme sentì bbuono, famme sentì cumm’parli.
Ma chi è Bossi, che ha ritt’ sta strunzata? L’esame? Ma pecchè nun pienza all’esame r’ò figlio, cà sta ‘nguaiato? Maronna mia (anzi, mò avisseme ricere marunnina mia), i’ ev’capito ch’ a scuola serveva a ce mettere tutt’assieme, a ce fa capì che simm’italiani…se vere che deamicìs era n’atu fess’…io nun o’saccio ma siconno me me ce vulesse una sola distinzione aint’a scola, ma pure fore a’scola, s’avesse ricere a nà parte ‘e strunz e a nà parte tutt l’ate. Eh, io a tenesse n’idea su chilo ch’amma iscrivere pe primm’ ma è meglio che me stongo zitto…
La cosa che stupisce non è tanto che la Lega proponga di inserire nella riforma scolastica il “test di dialetto” per i professori: che al governo ci fossero dei portavoce di Alvaro Vitali ormai si era capito, ed ironizzarci sopra è come sparare sulla croce rossa.
Poi uno magari dà una sbirciata al relativo “sondaggio” del Corriere.it – che non è La Padania – e scopre che il 30% dei lettori sarebbero favorevoli. Praticamente uno su tre. Ora, per carità, la rilevazione è ancor meno attendibile dei sondaggi veri e le cifre possono sempre essere gonfiate ad arte: però è un indizio, e non certo isolato, del fatto che determinati comportamenti non suscitano nel cosiddetto “Paese reale” alcuna reazione.

(A sinistra il campione di ciclismo Danilo Di Luca, a destra un importante politico italiano)
A proposito dell’ultimo scandalo doping al Giro, il blog NuovoIndiscreto scrive: “Perché chiediamo ad un atleta professionista di essere più onesto della media dei suoi concittadini? Forse perché essendo la media dei cittadini schifosa pretendiamo che lo sport non sia un’isola di purezza ma almeno l’unico posto in cui i meriti vengono premiati ed i demeriti puniti”.
Giusto, certo. Ma c’è di più. Lo sportivo è, naturalmente, portato a rivestire un ruolo di esempio per i comuni mortali: che sia la forza, il coraggio, la velocità, o l’onestà, lui è lì non solo per sé ma per incarnare una serie di valori sia fisici che morali.
Fin qui, credo, molti italiani potrebbero ritrovarsi d’accordo. Ma poi cosa succede se si pretende che non soltanto gli sportivi, ma pure i gestori della cosa pubblica debbano essere di esempio per tutti gli altri? Ecco, penso sia qui che iniziano i problemi: perché emerge una spaccatura fondamentale, quasi antropologica, fra i “moralisti” e “quelli che sanno come va il mondo”. O che credono di saperlo, perlomeno.
Non so se esistano, in rete o altrove, rassegne stampa di argomento appunto culturale (anzi, sarei molto grato a chi me ne segnalasse). Di certo è già difficile stabilire i confini di ciò che possiamo definire “cultura” da quello che non lo è: e in fondo dipende dal modo in cui ci si occupa di qualcosa, più che dall’argomento stesso.
Con questo in mente provo a raccogliere in modo sparso un po’ di cose, che valgono comunque la lettura…
- Ma dobbiamo cominciare da lui, sempre lui. Perché sul nuovo numero della London Review Of Books compare un pezzo (richiamato anche in copertina) dal titolo “Berlusconi in Teheran”, dove si traccia un provocatorio accostamento fra il regime iraniano e quello italiano. Lo dicono loro eh, non io.
- PublishingPerspectives analizza il mercato dei libri usati, che a quanto pare sta beneficiando della crisi economica.
- Dazed & Confused racconta le serate della Book Club Boutique a Soho, dove alla performance letteraria si affianca il consumo di alcolici (che immagino aiuti a sopportare meglio gli inevitabili momenti di noia).
- LoScorfano, dopo il tanto discusso aumento delle bocciature quest’anno, stronca il ministro dell’Istruzione Gelmini: “Un mix assolutamente attraente e irresistibile di banalità e falsi tecnicismi, di luoghi comuni e stereotipi; insomma il cocktail perfetto per colpire al cuore l’opinione pubblica (se c’è un cuore, sia chiaro) e quindi anche quello di mia madre”.
- Sul VillageVoice, Greg Tate riflette sul ruolo di Michael Jackson nella cultura nera americana: che oggi mancherebbe non tanto di talento o ambizione, quanto “della inconfondibile presenza di un qualche tipo di genio spirituale: il senso di qualcosa altro da o perfino più che umano stia parlando attraverso un involucro umano, non importa quanto fragile, è incaricato di rappresentare il divino, il magico, il soprannaturale, l’ancestrale. Potete ancora sentirlo quando andate ad ascoltare Sonny Rollins, Ornette Coleman, Aretha Franklin, o Cecil Taylor, o quando leggete Toni Morrison – orisha viventi che portano avanti una tradizione”.
- Sempre in tema musicale. Borguez, reduce da un viaggio nei Balcani, parla dell’orgoglio e monumento nazionale bosniaco Safet Isović: “figura trasversale d’appartenenza e cantore di una tradizione che lo ha preceduto e che sopravviverà alla sua scomparsa”.
- Il New Scientist intanto sostiene che le tendenze artistiche sono collegate al gene della schizofrenia. Dottore, è grave?
- Infine Internazionale parla di Fancy Fast Food, una “Guida pratica all’alta cucina falsa”: ovvero, a “come invitare gli amici a cena e fare una figurona con un Big Mac”. Diseducativo!
La narrativa young adult è quella che si rivolge al pubblico degli adolescenti, mettendo un loro rappresentante generazionale al centro di un romanzo, e chiamandolo ad affrontare storie di amore, sesso e morte. Nata in tempi abbastanza lontani, tanto che come esempio si prende a capostipite il Giovane Holden, questa forma letteraria ha mano a mano sviluppato caratteristiche che l’hanno distanziata da quelle origini: la sua sintassi parlata, la semplicità dei contenuti, lo schema fantasy, l’assenza di ogni ambiguità nel messaggio. La stessa trama del romanzo di formazione si è trasformata in una supplenza degli adulti assenti o incapaci, piuttosto che in un percorso di apprendimento interno alle tipiche dinamiche adolescenziali. In definitiva la YA ha cominciato a rivolgersi a coloro che non sono lettori abituali, e ha preso a produrre per loro una forma di evasione, anche ideologica, dal faticoso mondo reale, espungendone le contraddizioni nel manicheismo, e tendendo a riprodurre la limitata visione del mondo che i giovani lettori già possiedono. Benché, come sempre, non manchino delle eccezioni, sovente dietro il libro c’è un attento lavoro di artigianato collettivo piuttosto che l’estro visionario di uno scrittore di talento.
La sostanziale povertà dell’offerta ripropone l’antico quesito: è meglio questo piuttosto che non leggere o alla fine si tratta di scorciatoie che allontanano, in prospettiva, da letture a più elevato contenuto pedagogico, e dallo sviluppo del senso critico che ne consegue?
Del tema YA si parla dettagliatamente oggi sul blog di Loredana Lipperini.
Daniele Checchi su LaVoce.info analizza la riforma Gelmini della scuola secondaria, e il giudizio non è esaltante.
[...] A voler peccare di dietrologia, sorge il sospetto che il ministero dell’Istruzione avesse due obiettivi: da un lato, soddisfare l’aspettativa del ministero dell’Economia di riduzione degli organici, intervento che ovviamente non era realizzabile a ordinamenti esistenti. Dall’altro, ribadire la continuità con la tradizione gentiliana di una scuola secondaria che ha nella sua mission la riproduzione della stratificazione sociale.
È illuminante a questo proposito la lettura dell’articolo 2 di ciascun progetto di revisione, relativo all’identità del tipo di scuola. Gli studenti dei licei devono acquisire le capacità critiche necessarie per poter svolgere in autonomia compiti di responsabilità. Gli studenti degli istituti tecnici devono focalizzare le proprie competenze ai fini di una rapida applicabilità nel mondo del lavoro. Così come gli studenti degli istituti professionali devono limitarsi alla dimensione operativa delle proprie conoscenze. Coerentemente con questo assetto, la valutazione e il monitoraggio degli apprendimenti verrà seguito dall’Invalsi per i primi e dall’Isfol per i secondi e i terzi.
Vai all’articolo di Daniele Checchi “E la chiamano riforma”
Credo di avere letto su un vecchio libro di Gillo Dorfles che non esiste l’oggetto kitsch, ma invece l’individuo capace di rendere, attraverso il suo cattivo gusto, kitsch quello che vede, usa o produce. Secondo una prospettiva non tanto diversa, Krister Svensson, fondatrice e direttrice del Toy Research Centre di Stoccolma, dice: “Ho dei dubbi sul concetto di gioco educativo. E’ il modo in cui si gioca che è educativo, non il giocattolo in sé. Puoi anche costruire un dispositivo complesso che costringe i bambini ad agire con esso in un certo modo, ma i bambini possono imparare le stesse cose semplicemente alzando e riabbassando il coperchio di una scatola di scarpe(…) Ciò di cui hanno bisogno è certamente un po’ più di tempo senza stimoli esterni, più tempo per rielaborare le proprie esperienze personali”. Troviamo riportata questa saggia opinione nel libro di Carl Honorè, Genitori slow (sottotitolo: Educare senza stress con la filosofia della lentezza). Honorè non è un psicologo dell’infanzia né un insegnante, ma un giornalista canadese il quale usa la sua esperienza di genitore, la propria abitudine all’astrazione e l’inclinazione al buon senso per costruire un volume che, fortunatamente, non propina ricette magiche per l’infanzia, in nome anche di quell’approccio necessariamente differenziato alla singola soggettività che dell’educazione dovrebbe costituire il fondamento basilare.
Da Le Monde, 4 maggio 2009
Daniel Pennac, Alain Finkielkraut: due sguardi radicalmente diversi sull’educazione - Daniel Pennac, Alain Finkielkraut. Tutto separa questi due autori-faro delle edizioni Gallimard. Il primo, in un best seller coronato dal premio Ranaudot 2007, si ricorda dei dispiaceri di scuola. Il secondo, in una raccolta di dibattiti condotti nella sua trasmissione radiofonica “Repliche”, tempesta contro questa scuola che lo fa dispiacere. Sul filo di alcune scenette finemente cesellate, Daniel Pennac racconta come è passato dal somaro al professore, “dall’analfabeta al romanziere”.
Portando il lettore nel cuore delle sofferenze degli esclusi dalla conoscenza, delinea una serie di “professori salvatori”, che portano soccorso agli allievi più lenti, annegati nell’oceano dell’ignoranza. Durante le conversazioni tenute con Philippe Raynaud o François Dubet, Luc Ferry o Brunoi Mattéi, Alain Finkielkraut ripropone senza fine la disputa tra Antichi e Moderni, oppone l’istruzione all’educazione, la trasmissione dei saperi ai saperi della trasmissione, la funzione conservatrice della scuola ai danni progressisti della sua frenesia riformatrice. Mentre Daniel Pennac elenca le possibilità di una redenzione pedagogica, Alina Finkielkraut afferma che l’insegnamento non è più in grado di insegnare la cultura classica.

Oggi il New York Times apre con la situazione in Pakistan, paese sempre più instabile oltre che dotato di arsenale nucleare. Fra l’altro si parla delle famose madrasse, le scuole islamiche sospettate di essere un serbatoio di fanatismo, e che prosperano più che mai in mancanza di un sistema educativo nazionale adeguato. Di queste scuole, in particolare colpisce la descrizione del metodo educativo: che in sostanza si limita a far “imparare il Corano a memoria”.
Sembrerebbe un dettaglio, ma è proprio il come si studia – non il cosa – il cuore del problema. E studiare a memoria significa in questo senso abituarsi all’obbedienza cieca: che è il primo requisito di ogni buon militante.

Mentre gli animi si scaldano e dilagano le proteste, vorrei segnalare alcuni contributi interessanti sulla questione universitaria:
- Raffaello Masci su La Stampa anticipa i dettagli del ddl, che verrà presentato a giorni.
- Aldo Schiavone su Repubblica parla del Funerale dell’Università, ed indica anche con una certa precisione il momento del probabile decesso: fra l’inverno e la primavera del 2010.
- I Precari della Ricerca contestano la tesi secondo la quale gli studenti dell’Onda vorrebbero la conservazione dell’esistente (e i relativi privilegi dei “baroni rampanti”).
- Gianluca Salvatori indica ad esempio il modello finlandese, dove il numero degli atenei verrà ridotto per renderli più competitivi.
- Sul blog di Galatea si racconta una storia privata all’interno dell’università. Per una volta non si parla di soldi, di tagli o di politica, ma di persone che si amano e che si lasciano.
- Giovanni Grasso parla della “Grande abbuffata” a proposito dell’Ateneo di Siena: dove ci sarebbe “un dipendente quasi ogni 4 studenti”, nessun nuovo concorso e una situazione prossima alla bancarotta.
- Il governo ombra del PD si fa carico della pars construens, elaborando dieci proposte per il futuro dell’università.


