La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Continua l’intervento del notaio Giuseppe Di Transo, iniziato ieri.
Il “consenso informato”
Da questo quadro normativo, complesso e variegato, emerge con chiarezza che l’ordinamento riconosce espressamente dignità e valore giuridico al consenso prestato dal paziente al trattamento medico quale espressione del principio personalistico. Il diritto alla vita è essenziale, ed è indisponibile e irrinunciabile, ma indisponibilità e irrinunciabilità sono garantiti a tutela della persona che ne è titolare, e non di un interesse altrui o superiore, pubblico o collettivo.
Per definire la natura dell’atto con cui si presta (o si nega) il consenso al trattamento è indispensabile spendere qualche parola sulla natura del rapporto medico-paziente, del quale dottrina e giurisprudenza si sono occupate in relazione alla qualificazione della responsabilità del medico.
Al riguardo si è ormai concordi nell’attribuire natura contrattuale alla responsabilità del medico e della struttura (ente pubblico o privato) in cui egli opera. La contraria tesi della natura extracontrattuale della responsabilità, in passato avanzata (almeno per il medico dipendente di struttura sanitaria), è insoddisfacente: per rendersene conto basta riflettere sul fatto che essa porterebbe a considerare il danno eventualmente causato dal medico come una violazione del generale divieto di neminem ledere, laddove è del tutto evidente che esso non può non essere non essere inquadrato nell’ambito dello specifico obbligo giuridico, di natura (inevitabilmente) contrattuale, di eseguire correttamente la prestazione professionale nei confronti del paziente.
Il rapporto medico-paziente ha quindi natura contrattuale. Il contratto medico-paziente si conclude, nella sua forma più semplice e frequente, per fatti concludenti nel momento dell’accettazione del paziente nell’ambito della struttura ospedaliera. È un rapporto contrattuale di fatto, da cui nascono obblighi a carico di una sola parte (il medico), senza (necessariamente) controprestazione a carico del paziente (Cass. 13 aprile 2007 n. 8826, Cass. 19 aprile 2006 n. 9085).
Il consenso che instaura il rapporto contrattuale medico-paziente è però cosa distinta dal consenso al singolo trattamento, che viene prestato nell’ambito di un rapporto già costituito e a seguito dell’informazione fornita al paziente.
Siamo quindi in presenza di una fattispecie che si perfeziona per fasi successive:
- il paziente viene accettato e si instaura il rapporto contrattuale;
- il medico esegue la diagnosi e informa il paziente sui trattamenti che intende adottare;
- il paziente presta il “consenso informato” (eventualmente scegliendo tra le varie terapie proposte);
- il medico pratica il trattamento su cui ha ottenuto il consenso.
L’informazione fornita dal medico deve essere completa e deve riguardare la portata della terapia, le relative difficoltà, gli effetti conseguibili e gli eventuali rischi.
La legittimità dell’attività del medico si incardina nel consenso informato del paziente, al punto che la giurisprudenza ha enunciato il principio che, se questo manca del tutto o non è stato validamente acquisito, l’operato del medico deve considerarsi “atto illecito”, che, ai sensi dell’art. 2043 c.c., può dare diritto al risarcimento del danno anche a prescindere dall’esito dell’intervento o dall’accertamento di un comportamento colpevole (Trib. Milano 29 marzo 2005, Cass. 14 marzo 2006 n. 5444).
La natura contrattuale del rapporto, quindi, non ci fornisce la chiave per risolvere il quesito sulla qualificazione giuridica del “consenso informato“, che rispetto al contratto conserva la sua autonomia. L’atto è comunque destinato ad un interlocutore particolare e specificamente individuato, l’altra parte di quel contratto, il medico curante. Anzi il consenso o il rifiuto, pur essendo atti unilaterali e unipersonali, non costituiscono espressione di iniziativa del paziente; il paziente non manifesta il suo consenso in maniera autonoma, né può pretendere dal medico un determinato trattamento clinico, ma esprime la sua volontà con riferimento a un trattamento deciso e suggerito dal medico.
Dobbiamo quindi concludere nel senso che esso costituisce un atto giuridico unilaterale, destinato a produrre effetti in relazione alla legittimità del trattamento medico e alla responsabilità dell’operatore. Non ha natura negoziale perché non è destinato a produrre effetti giuridici conformabili sulla volontà del disponente. È sicuramente destinato ad incidere sul regime di responsabilità del medico, anche su quella penale (ai sensi dell’art. 50 c.p.: “consenso dell’avente diritto“), ma sarebbe assolutamente riduttivo e inadeguato inquadrarne in questo profilo la natura giuridica, come se fosse un atto di esonero o di limitazione di responsabilità, una sorta di dichiarazione liberatoria, o anche un atto di rinunzia alla pretesa risarcitoria nei confronti del medico; è invece un atto che costituisce l’esplicazione del diritto costituzionale all’autodeterminazione sulle decisioni che riguardano il proprio corpo e la propria salute.
Resta da dire che per evidenti ragioni di simmetria, al rifiuto non può non riconoscersi identica natura giuridica; non va però sottaciuto che il rifiuto presenta problemi assai maggiori perché pone il paziente in una posizione antagonista rispetto al medico.
Il consenso, poi, è sempre e necessariamente revocabile, e quindi, se riferito ad un trattamento destinato a protrarsi nel tempo o addirittura cronico, può sempre trasfrormarsi in un rifiuto successivo.
4. Caratteri e limiti del “consenso informato” e del “rifiuto”
L’atto con cui si presta il consenso al trattamento, ovviamente, quanto al contenuto, non deve essere contrario alla legge.
Sarebbe pertanto comunque nullo perché in violazione del disposto dell’art. 5 c.c. (quand’anche fosse ipotizzabile, e quindi quand’anche il medico lo richiedesse) un consenso che vada a concretizzare un atto di disposizione del proprio corpo che cagioni una diminuzione permanente dell’integrità fisica o sia altrimenti contrario alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume. È qui appena il caso di ricordare che l’omicidio del consenziente costituisce un reato (art. 579 c.p.).
Non sono prescritti requisiti di forma, e quindi il consenso può essere espresso liberamente, anche se si tende a ritenere necessaria, o almeno opportuna, una documentazione adeguata laddove si richieda al paziente un più elevato livello di consapevolezza.
Quanto alla capacità, è normalmente richiesta la maggiore età, ma il Codice di Deontologia Medica prevede che nella decisione sia coinvolto anche il minore che sia in grado di comprendere il suo stato clinico, e disposizioni particolari sono dettate in materia di consenso all’interruzione della gravidanza.
Per i soggetti che versano in stato di incapacità legale il codice deontologico prevede che il consenso venga prestato dal legale rappresentante. Esplicita in materia è la competenza dell’amministratore di sostegno, giacché l’art.1 della legge 9 gennaio 2004 n. 6, che ha introdotto questa figura, fa espresso riferimento all’esigenza di assicurare a soggetti incapaci un’assistenza anche relativa alla “cura della persona“; la competenza, però, spetta anche ai genitori esercenti la potestà e al tutore.
Resta priva di regolamento, anche nel Codice Deontologico, l’ipotesi di incapacità naturale. La prassi, non suffragata da alcuna norma, è che, in caso di impossibilità del paziente ad esprimere il consenso, questo viene richiesto ai parenti più prossimi. Sul tema si tornerà più ampiamente nel prosieguo.
[2.continua]

In attesa che il nostro Parlamento decida di che morte dobbiamo morire: inizio oggi a proporvi sulla questione un importante contributo di Giuseppe Di Transo, stimato notaio napoletano. Si tratta della relazione da lui tenuta il 19 maggio 2008 presso l’Istituto degli Studi filosofici di Napoli nell’ambito di un evento formativo organizzato dall’Associazione Giuristi Democratici e dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli su “Bioetica e Nuovi Diritti”.
Si parte evidentemente dal caso Englaro, che ha fissato alcuni principi fondamentali:
- il diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente non incontra alcun limite, neppure quando ne consegue il sacrificio della sua vita;
- tranne che nel caso di stato di necessità, e superata la fase di emergenza, nessun trattamento medico può essere praticato senza il consenso informato del paziente, e, se questo è in stato di totale incapacità, deve prendersi in considerazione il consenso (o rifiuto) manifestato dal paziente anticipatamente (cd. “testamento biologico”) ovvero dal suo legale rappresentante;
- alimentazione e idratazione artificiali secondo l’opinione della comunità scientifica non possono non essere considerati trattamenti medici;
- il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, non può essere scambiato per eutanasia: col rifiuto si lascia soltanto che la malattia segua il suo corso naturale, senza porre invece in atto un comportamento che tolga la vita, causando positivamente la morte.
Dopo il salto trovate dunque la prima parte dell’intervento di Giuseppe Di Transo.
Molto si era parlato i giorni scorsi della intervista di Beppino Englaro a El Pais, nella quale il padre di Eluana aveva affermato “la Chiesa non può impormi i suoi valori”. Il quotidiano spagnolo ha sottolineato ripetutamente l’abuso di potere compiuto dal nostro governo in questa vicenda, ed oggi definisce “una gara oscena contro il tempo” quella compiuta da Berlusconi e dal Vaticano per impedire che si attuasse la volontà della ragazza.
Molto più spiazzante è una lettera inviata al medesimo quotidiano dal magistrato Pablo Surroca Casas: “Eluana y Palestina”. Qui si prende spunto da una vicenda completamente diversa:
[...] Il governo progressista di Jose Luis Rodriguez Zapatero si è dichiarato favorevole a modificare la legge che consacra il principio di giustizia universale, e che permette di investigare nel nostro paese sui crimini contro l’umanità compiuti al di fuori dei nostri confini. Il motivo: i problemi diplomatici con Israele derivati dall’apertura di un’indagine giudiziaria alla Corte Nazionale sui presunti fatti criminali avvenuti in Palestina, dei quali potrebbero essere responsabili alcune autorità di Israele.
In pratica, la lettera accomuna Zapatero a Berlusconi nel loro disrispetto per l’indipendenza del potere giudiziario. Il paragone è forse un po’ azzardato, ma dà l’idea della considerazione di cui godiamo all’estero.
Ionesco diceva: credo in Dio ma l’avrei preferito diverso. Il problema della teodicea ( se Dio è buono come è possibile il male nel mondo?) è uno dei più indigesti per la religione. Personalmente ammiro molto quelli che, a fronte di tremende sventure, trovano forza nella fede, persino immaginando un imperscrutabile disegno superiore. Però non trovo corretto l’atteggiamento di chi appena vede un incendio o un maremoto con un’alzata di spalle commenta: “Ah, dev’essere Dio”.
Nella parabola di Eluana molti si sono ispirati a sottintesi mistici, ritenendosi legittimati a interpretare la volontà divina. Ma perché, poi, quella volontà dovrebbe esprimersi sempre nel modo più ripugnante all’umano sentire? Perché il suo disegno, ad esempio, non potrebbe tessersi illuminando le menti dei giudici, o animando di coraggio e determinazione un padre? Perchè non dovrebbe muoversi a pietà, come un brav’uomo farebbe, nel contemplare un corpo che si ritira e che si nega? Perché, nonostante il principio in dubio pro reo, si deve di volta in volta fare di Dio, proprio da parte di coloro che asseriscono di venerarlo, un nevrotico, un pazzo, un sadico, un teppista?
Perché, sempre coloro che il volere di Dio invitano a rispettare, non attribuiscono invece a lui il prematuro arrendersi di Eluana alla sospensione delle terapia? Non sarebbe consolante, qualche volta, immaginarlo impegnato ad alleviare la sofferenza sulla terra?
Vai alla voce Teodicea su Wikipedia
Ci avevano provato quasi tutti, finora, a mantenere un silenzio decente sull’argomento. Ma dopo quello che è successo ieri, il tappo è saltato e allora proverei a riassumere alcune delle opinioni lette in giro. Iniziando da Violetta Bellocchio che segnala le manifestazioni di queste ore:
Milano: 17 in piazza S. Babila
Bologna: 15 in piazza del Nettuno
Roma: 17 di nuovo davanti a Palazzo Chigi
Anna Meldolesi riflette sull’inadeguatezza dell’informazione offerta dai telegiornali:
Lo schema è il solito: in campagna elettorale si parla di par condicio, nei tg si chiama panino. Qualche volta è una garanzia di pluralismo, ma più spesso è un motore di confusione. Invece di aiutare la gente a fare una scelta di campo consapevole, si abdica al dovere di fornire una corretta informazione. Soprattutto per le controversie di natura scientifica, perché la democraticità della scienza si basa su altre fondamenta: tutti hanno diritto di parola, ma le opinioni valgono nella misura in cui vengono sostanziate con i fatti. Per ciò che riguarda l’attuale dibattito ci sono cose che alla scienza possiamo chiedere, a patto di accettare che le risposte comportano un margine di incertezza. Ci sono domande per le quali non possiamo pretendere risposte univoche. E ci sono domande a cui la scienza ha risposto, anche se molti preferiscono non tenerne conto.
Beppe Grillo dice che è la fine della democrazia:
Eluana non c’entra. E’ un pretesto per sfiduciare la Presidenza della Repubblica. La sua funzione di controllo e di garante della Costituzione. E’ un braccio di ferro, forse un braccio di merda. Lo psiconano non vuole più nessuno che lo intralci nella sua marcia di occupazione delle istituzioni. Napolitano non ha firmato il decreto legge. Il Consiglio dei ministri allora lo scavalca con un disegno di legge identico al decreto. Dovremo ricordarci chi lo ha votato. Un giorno potremmo procedere contro di loro per attentato contro lo Stato. Il disegno di legge verrà proposto al Parlamento dei burattini di Arcore che lo approverà. Il disegno di legge è incostituzionale? Si cambierà la Costituzione!
Sulla stessa linea Massimo Falcioni su Polisblog, secondo cui:
[...] la responsabilità, gravissima, dell’inedito strappo istituzionale porta il marchio indelebile di Silvio Berlusconi che, criticato e abbandonato anche dal suo principale alleato Gianfranco Fini, minaccia: “Se necessario, cambio la Costituzione”.
Come se fosse cambiare un programma in una sua televisione. Lo Stato divenuto proprietà privata, magari con il “supporto” (almeno su certe delicate questioni) della Chiesa.
Il Cavaliere da tempo cercava un “pretesto” per regolare “i conti” con il Colle, mai amato, fin dai tempi di Scalfaro e di Ciampi.
Sa bene, il Premier, che è Giorgio Napolitano il baluardo della Costituzione e che è Giorgio Napolitano il massimo ostacolo alle sue mire “presidenzialiste” che porterebbero l’Italia non vicina all’America di Obama ma non troppo distante dagli integralisti dell’Iran.
Sempre Polisblog che i sondaggi vanno esattamente nella direzione opposta a quella del governo:
- Sondaggio SWG per “Donna Moderna”, 16 luglio 2008: 81% favorevole alla sospensione forzata dell’alimentazione
- Sondaggio Tg1 del novembre 2008: 71% favorevole alla sentenza della Cassazione. SkyTg24 negli stessi giorni: 52% pro-sentenza.
- Sondaggio Demos per “La Repubblica”, novembre 2008: il 50,4% degli italiani, nei panni di Eluana, vorrebbe “essere lasciato morire”, che si aggiunge al 21,3% che preferirebbe che “decidessero i suoi cari”. Il 79,4% è favorevole al testamento biologico, in cui “dare indicazioni ai medici e ai familiari cosa fare in caso di coma irreversibile”, mentre addirittura il 51,5% è sempre o quasi sempre favorevole all’eutanasia nel caso di malati incurabili. Rispetto alle posizioni della Chiesa in materia di vita e di morte, l’83,3% ritiene che essa debba “soprattutto rivolgersi alle coscienze di ognuno e non influenzare le decisioni dello Stato”.
- Credete che il sondaggio sia stato manipolato da quei sinistroidi di Repubblica? Ecco quello del settimanale di proprietà di Berlusconi Panorama del 30 gennaio 2009: il 58% sostiene l’interruzione di idratazione e alimentazione (contro il 30 dei contrari), il 56% pensa che l’ostruzionismo del ministro Sacconi sia sbagliato, il 60,8% è a favore del testamento biologico.
- Ancora SkyTg24, negli ultimissimi giorni: 4 febbraio, 86% “favorevole a una legge sul testamento biologico come chiesto dal Capo dello Stato Napolitano“. Ieri: 61% “contrario al disegno legge varato dal governo”.
JimMomo si pone il problema dell’onestà intellettuale del dibattito:
Tutti quelli che oggi si preoccupano tanto della reale volontà di Eluana, sono gli stessi che solo due anni fa passavano sopra la volontà, non «ricostruita», ma personale e consapevole, di Welby. Tutti coloro per i quali lo scandalo oggi è la sospensione del “cibo” e dell’”acqua”, sono gli stessi che si opponevano alla richiesta di Welby di essere staccato da un ventilatore meccanico che lo teneva in vita pompandogli aria nei polmoni, considerando il distacco al pari di un omicidio.
Ancora JimMomo, in un altro articolo, sostiene che però anche Napolitano ha commesso un errore nell’inviare la lettera a Berlusconi:
[...] E’ vero anche che era stato il governo, tramite il solito Letta, a insistere per avere un parere preventivo del capo dello Stato. E visto che non sembrava accontentarsi di un parere più volte comunicato telefonicamente, Napolitano ha con le migliori intenzioni, ma imprudentemente, deciso per la lettera, personale e riservata a Berlusconi. Che fosse una trappola o meno non è possibile dirlo con certezza, ma è certo che Berlusconi ha deciso di usare la lettera come arma per pretendere dai suoi ministri più scettici non più tanto o solo un sì al decreto, ma soprattutto la totale fedeltà all’esecutivo. Ciò non costituisce comunque un alibi per quei pochi ministri che in questi giorni non hanno avuto il coraggio di contrastare con la stessa forza le pressioni di Sacconi e del Vaticano sul premier.
Il presidente Napolitano è rimasto vittima delle insidie che si nascondono dietro ogni dinamica di Palazzo informale e non alla luce del sole. Meglio avrebbe fatto a limitarsi a far trapelare le sue perplessità, ma senza anticipare che non avrebbe firmato.
Evelina Santangelo lancia l’allarme su Nazione Indiana:
[...] Adesso, quando sembrava che – nonostante una tale arroganza, una tale indifferenza, una tale ottusità, una tale spregiudicatezza, un tale cinismo, una tale oscenità, una tale presunzione, un tale disprezzo – fosse finalmente arrivato il momento del silenzio, della restituzione di questa figlia a questo padre e a questa madre perché si compia, come ha detto Peppino Englaro, «il percorso naturale della morte bloccato dai medici»… non è più possibile tollerare oltre!
Non è più possibile permettere che vengano addirittura sovvertiti i fondamenti stessi della nostra Costituzione, che venga messa in discussione la legittimità del Presidente della nostra Repubblica, sommo garante della nostra Carta costituzionale! Non è più possibile tollerare che venga perpetrato un tale Abuso nei confronti stessi della nostra Democrazia nel silenzio connivente di tutti noi…
Infine, Visscontessa su Macchianera:
Siamo vecchi, obsoleti, inutili. Le parole sono inutili, lo sono state quelle di Napolitano, lo sono state quelle di Eluana quando era ancora in “vita”, lo sono quelle Cassazione, lo saranno le nostre, quelle della gente comune che giocherella con facebook, che perde tempo con il favoloso strumento di comunicazione che, nelle illusioni di qualcuno, rappresentano i blog.
La comunicazione senza immagini non esiste più, facciamocene una ragione, prendiamone atto e scendiamo dal cumulo delle parole inutili per unirci agli umili, ai diseredati, agli ultimi che saranno i primi nella fila dei provini per il prossimo reality show.
E’ inutile arricciare il naso e fingere disgusto per la superficialità con la quale un’immagine vale più di mille parole. Abbiamo portato davanti alle telecamere ogni più intimo gesto e sentimento, ogni paura e ogni pudore. Si nasce, si vive, si cresce, si diventa icone politiche ed esempi di vita solo di fronte alle telecamere, dobbiamo arrenderci e infrangere infine l’ultimo tabù rimasto.
Dobbiamo portare la morte di fronte alle telecamere e metterla al televoto come si conviene ad un paese civile. Questo siamo diventati, inutile negarlo.

Ma come abbiamo potuto equivocare per anni, per decenni ormai? Scegliere, per le nostre emozioni, la causa sbagliata? Ricordiamocelo “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman. Scioccamente frainteso per un film contro i manicomi e, a distanza di tempo, più chiaramente emergente come una condanna feroce dell’eutanasia.
Ricordiamocela l’ultima scena. Quando il protagonista McMurphy/ Jack Nicholson è stato lobotomizzato e giace con lo sguardo estinto e demente nel letto e il suo amico, l’indiano Capo Browden, lo soffoca con un cuscino. Un assassino, dunque, un farabutto che malamente fraintende quelli che sarebbero stati, se avesse potuto esprimerli, i desideri di Jack Nicholson. Di certo avrebbe voluto, Jack, che il dono della vita, lo splendente dono della vita, rimanesse depositato nella sua fresca mente di idiota, sul corpo che non avrebbe più governato, sulle macerie della sua futile dignità.
Eravamo stupidi a quell’epoca. Altrimenti non si capisce come mai, anziché ringhiare contro quel tracotante energumeno, ci commuovemmo e piangemmo amaramente, e quel soffocamento ci parve la mano misericordiosa di un angelo. Ora siamo cresciuti e sulla pietas abbiamo le idee più chiare: tutte rivolte a difendere il dovere di esistere di uno scheletro da diciassette anni travestito di carne e attraversato forzosamente da qualche corrente elettrica, colme di risentimento verso quell’aguzzino che invece di archiviarla in un istituto, o semplicemente portarla in un paese più civile, si ostina a considerarla una persona con una sua storia, e immaginare che questa storia possa assumere l’ultimo senso nella pace della memoria privata e nella rivendicazione pubblica del gesto.
Certo, come potremmo sentire pietas verso quest’uomo, come potremmo provare a immergerci e immedesimarci nel suo dolore senza fondo, che ogni giorno rinnova la perdita prematura di una figlia ma non arretra di un passo di fronte a una responsabilità, e deve darne anche quotidiano conto ai cronisti? Noi siamo troppo impegnati a giocare con questa graziosa bambola di pezza, che ci fa amare la vita e sentire buoni, e magari ci compensa dell’ultima sera che abbiamo visto i barboni rinchiusi a dormire di notte nei loro cartoni e ci siamo detti, affrettando il passo: ma perché almeno non se ne vanno fuori dal centro? Noi lo sappiamo che la vita è sempre un dono, e Peppino Englaro che non lo capisce (come non lo capiva sua figlia, se davvero aveva manifestato la volontà di morire in certe condizioni) al massimo ci fa pena per questo. Non per volerci mettere sul suo piano, ma anche noi in questi giorni abbiamo avuto qualche contrarietà: una perdita in Borsa, un infortunio a calcetto, e tante altre cose. Comunque adesso saremo coerenti, e faremo subito quello che certamente hanno già fatto tutti i membri del Governo, a cominciare da Berlusconi: domattina stessa andremo dal notaio e scriveremo, per sicurezza, un bel testamento biologico, precisando che qualsiasi cosa ci capiti, per quanto riguarda noi ma anche i nostri cari, vogliamo essere alimentati, idratati, incubati. Fino all’ultimo rantolo di muta e incoscente rappresentazione, fino a, e se possibile oltre, l’ultimo stadio di agonia.
Luca Sofri riporta qui (e poi integra qui) il suo articolo uscito su Internazionale a proposito dell’obiezione di coscienza. Notevole.
Se usciamo dal merito della dolorosa questione che ne è stata occasione – la scelta di lasciar morire Eluana Englaro – forse bisognerebbe fare un discorso più generale sulle parole del cardinal Poletto a proposito dell’obiezione di coscienza, e di cosa essa significhi per un paese civile e democratico. Dopo che l’arcivescovo di Torino l’ha suggerita ai medici che dovessero occuparsi di quel caso, molti hanno cercato di riportare alla sua nobiltà l’obiezione di coscienza, divenuta negli ultimi anni un alibi strumentale per dare dignità a semplici violazioni della legge. Ciò che dovrebbe discriminare un “profondo convincimento” che va contro una regola dello Stato, si è ripetuto, è la disponibilità a pagare un prezzo pur di non allontanarsi da quel convincimento e di disubbidire a quella regola: regola inaccettabile al punto di tollerare un sacrificio [...]
Leggi l’articolo di Luca Sofri
Riporto da questo blog il pezzo di Giancarlo Bosetti apparso su Repubblica il 17 gennaio:
L’articolo di Vito Mancuso fa centro su due punti chiave: il primo è la crisi italiana che lui definisce in modo molto efficace crisi di «religione», nel senso etimologico, di crisi del legame sociale, collasso delle legature, assenza di buone e forti ragioni che ci tengano responsabilmente insieme.
Non si tratta solo di corruzione e di Gomorra. Esempio di giornata: dopo anni di silenzio ricevo, da un partito di sinistra che credevo defunto, una proposta di mobilitazione a favore di un aeroporto italiano contro un altro. Da italiano diviso tra Roma e Milano rimango sconcertato, e non avendo parenti occupati in uno dei due aeroporti, non ho motivi per mobilitarmi. Legittime battaglie, ma mi chiedo: che politica è questa? e concordo con Mancuso: c’è un problema di religio nello spirito pubblico nazionale. Il secondo «centro pieno» di quell’articolo è il requiem per le prediche guelfe e ghibelline quando si candidano a fornire il carburante per costruire quell’architettura ideologica – vogliamo chiamarla così invece che etica? – che tenga insieme la nazione.
Insomma una plausibile, rimotivata Italia, non si farà in quanto cattolica sotto le ali di un pontefice romano, né si potrà fare al contrario, nonostante qualcuno tra i laici ancora di questo si illuda, usando la Chiesa come bersaglio, richiamando in servizio le risorse morali risorgimentali, quelle dei caduti di Mentana e della Repubblica Romana, o immaginando lo scenario politico del futuro come una permanente battaglia di Porta Pia, o un infinito corteo del gay pride davanti a San Pietro.
L’articolo di Mancuso cui si fa riferimento è qui.
Mercoledì 21 sarò a Pordenone per un incontro su questo tema. Il sottotitolo è “Ironica riflessione sul mondo contemporaneo alla ricerca di nuove regole condivise e sulla criminalità a partire da un giallo tragicomico”.
Assieme a me saranno il Prof. Gian Mario Villalta ed il sindaco della città Sergio Bolzonello. L’appuntamento è per le 18 al Palazzo Montereale Mantica (corso Vittorio Emanuele).

In questi giorni circolano sarebbero dovuti circolare a Genova due bus con una scritta pubblicitaria epifanica, nella quale si dà conto che Dio non esiste ma che non è una cattiva notizia perché tu (lettore) non ne hai bisogno. L’iniziativa, a cura dell’Unione degli Atei, copia quella analoga varata a Londra, e seguita in qualche altro paese, da ultimo Barcellona, in cui, posta la medesima premessa, si invita a godersi la vita. Prevedibili, e anzi cercate le polemiche, nonché le prime manifestazioni di cretinismo, tipo l’ipotizzato ricorso al Garante, trattandosi di pubblicità ingannevole (sono probabilmente reazioni come queste che scatenano i dubbi sul fatto che un’Intelligenza Suprema governi il nostro universo).
Devo però dire che qualcosa di questa trovata mi infastidisce. Nello stesso momento in cui, giustamente, noi laici invochiamo che i cattolici non pretendano di imporci le scelte personali, in materia di famiglia, sesso o dignità della morte, mi sembra inutilmente aggressivo imporre, a chi crede, di salire sopra uno spazio pubblico per eccellenza che irride la sua fede (né mi pare convincente dire che basti prendere l’autobus successivo, come suggerisce il sindaco di Genova). Certo, noi abbiamo spazi pubblici invasi dai simboli religiosi. Ma credo che tutti sarebbero molto più disturbati dai crocifissi se, invece di essere collocati come puro richiamo del cattolicesimo dentro le aule, sventolassero dentro un bus come strumento pubblicitario, con ottomila euro spesi per ogni uscita invece che indirizzati verso opere di bene, proclamando sotto l’immagine: “Dio c’è ed è pure incazzato. Fai attenzione a come cammini”.
Leggi la notizia su lastampa.it
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