La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Nel drammatico caso di Eluana alcune voci, specialmente quelle che cercavano di liquidare il dramma del padre come la meschinità di un uomo che aspira a sgravarsi di una fastidiosa incombenza quotidiana, avevano il gusto scadente della faciloneria. Tanto più mettevano la maiuscola sul termine Vita, accettando che tale possa essere il residuo larvale che segue un cataclisma biologico, tanto più si coglieva l’assenza della pietas e dell’immedesimazione: che richiedono la capacità di passare dalla Vita alle vite, capacità senza la quale quelle vite sono sempre e solo vite degli altri. Nel quadro delle opinioni cattoliche mi fa piacere riportare la breve e densissima intervista di Vito Mancuso, il teologo che già aveva suscitato qualche mal di pancia negli ambienti ecclesiastico con il suo saggio L’anima e il suo destino.
Di lui avevo parlato scritto qualche mese fa nell’editoriale del numero 30 su Giudizio Universale:
Per chi [...] ha abbandonato Dio potrebbe sembrare inutile leggersi un libro come L’anima e il suo destino di Vito Mancuso, benché il suo autore lo definisca, con apparente ossimoro, un trattato di teologia laica. Se esista o meno il peccato originale è forse questione da addetti ai lavori (ma è coraggioso il cattolico Mancuso quando dice che se Adamo fosse stato così imbecille da cadere di fronte alla prima tentazione si dovrebbe almeno parlare di “difetto di fabbricazione”). Però a Mancuso qualsiasi lettore, agnostico o credente, sarà grato per diverse pagine, e soprattutto per una citazione di Dietrich Bonhoeffer. Autorevoli scienziati sostengono che la nascita dell’universo non è frutto del caso, ma risponde a una naturale evoluzione dell’universo verso l’ordine e la complessità. Siccome però gli scienziati stessi non sono riusciti a dare conto di questa legge, dobbiamo per forza ricorrere a Dio per colmare il vuoto? Il cattolico abitualmente risponde di sì. Mancuso dice di no e cita Bonhoeffer: “Dobbiamo cogliere Dio in ciò che conosciamo, non in ciò che non conosciamo, nelle questioni risolte, non in quelle irrisolte. Dio non è un tappabuchi”. Che è un’affermazione capace di restituire all’uomo, nel contesto degli eventi che lo riguardano, tutta la sua responsabilità.
Leggi l’intervista di Vito Mancuso al Corriere della Sera.

Sull’ultimo numero di Giudizio Universale c’è un pezzo di Lorenzo Monaco su un nuovo “museo” a Perugia che raduna folle enormi di visitatori:
Gli italiani non sanno molto di scienza. Lo dicono le statistiche. Lo ripetono i ministri, che si sentono addosso gli occhi di tutta l’Europa. In questo clima, appare incredibile quanto sta accadendo nel cuore stesso dell’Italia. A Perugia. Qui, sul fianco di una collinetta, esiste un museo che tra mille difficoltà si sforza di diffondere la cultura scientifica. Poche stanze, poco pubblico, se si esclude quello scolastico. Finora. Perché, a quanto riferiscono i lavoratori del museo, da un anno è avvenuto qualcosa di straordinario. Sempre più persone si riuniscono davanti alle porte del centro. Qualcuno espone la propria opinione, altri cercano di confutarla. Si fanno ipotesi ardite e proiezioni predittive. Si dibatte, seguendo schemi che renderebbero felice Popper. Emerge il desiderio di vedere e toccare con mano quanto teorizzato. Insomma, si ha voglia di fare esperienza, la base stessa della scienza. Qual è il motivo di tanta effervescenza? La piccola e discreta mostra sull’acqua allestita nelle aule del museo? Oppure il fatto che tra qualche mese (a maggio 2009) Perugia ospiterà il Festival europeo della divulgazione scientifica? Per rispondere bisogna andare più a fondo. Anzi più giù. Diciamo una decina di metri, lungo la fiancata della collina. Infatti nel museo non ci entra nessuno. Tutti gli occhi puntano qualche metro più in basso, sulla CASA DELL’OMICIDIO DI MEREDITH. Altro che mostre e festival, dunque: per salvare la scienza sarebbe più utile mettere un machete in mano a Dulbecco, o invitare a qualche orgetta perversa la Montalcini. Un suggerimento, quindi, agli organizzatori del festival di maggio. Cercate una location? Usate il vecchio bar di Lumumba, vedrete che folle.
Sullo stesso argomento: Il primo amore
![]()
Ieri mattina a Tabloid, su Radiotre, parlavano fra le altre cose del decreto Gelmini. Ed è stata una bella sorpresa vedere citato l’articolo di Matteo Sacchi sull’ultimo numero di Giudizio Universale:
[...] Una inchiesta dal risvolto ironico, ed anche interessante, su Giudizio Universale (il mensile che recensisce tutto, lo trovate in edicola, è il numero di questo mese). Alle pagine 14 e 15, il mensile fa un’inchiesta sulle facoltà a Milano: quanto costa studiare in una grande città. E cosa ne viene fuori? Viene fuori che i figli di chi si può permetterlo vanno nei posti come lo IULM, l’università privata, pagano moltissimo, hanno un buon servizio; mentre chi ha meno denaro deve andare alla statale. Ma poi, in questo pezzo di Matteo Sacchi, viene fuori che comunque perfino chi va alla statale spende moltissimo: perché a Milano se non si fanno gli aperitivi non si vive.
Ascolta la puntata di Tabloid del 28 ottobre 2008
Vai alla pagina dei podcast di Radio3
Leggi il post sul numero di ottobre di Giudizio Universale
Mentre anche oggi la borsa perde il 7%, la buona notizia è che è arrivato il nuovo numero:
Il costo di una vita appunto, visto non tanto come dato statistico ma nelle sue implicazioni più profonde (come si diceva qui, l’economia ha al centro la persona). E ogni fase di una vita ha il suo costo: nascere in provetta, imparare a sciare, laurearsi allo Iulm, sposarsi a Venezia, tenere in casa animali domestici, invecchiare, farsi cremare.
Leggi la recensione di Giulia Stok sul costo della vecchiaia.
*
Il mio editoriale si intitola invece I conti senza l’hostess:
L’unica misura pubblica seria che i governi oggi potrebbero varare, di fronte alla crisi dei mercati e a quella dei destini, sarebbe quella di assumere migliaia, forse milioni di hostess. Quando mio padre morì, per un infarto, rimasi molto colpito dal fatto che, prima dell’angina decisiva, avesse spedito mia madre a prendergli un bicchiere d’acqua in cucina, quasi volesse risparmiarle la scena finale. Se così fu, scelse coraggiosamente di stare da solo, senza una mano cui aggrapparsi, senza l’ultima illusione che quella mano potesse ancora tirarlo su. Sarebbe stato forse giusto che avesse goduto almeno di una compagnia meno impegnativa dal punto di vista emotivo, eppure rassicurante, una che guardi quando sembra inequivocabile che stai precipitando ma tiene fede al suo ruolo, ti sorride, ti fa pensare che ti sbagli, e magari tira fuori una salvietta rinfrescante. Baluardo della nostra sicurezza è la hostess in quella situazione in cui sei incollato con la faccia al vetro, nella contemplazione di ciò che più assomiglia all’infinito: ma se ti sei appena svegliato il panorama rende angosciosamente simili, o magari intercambiabili, una nuvola e una palla di zucchero filato. Sarebbe bastata una hostess vicino per dissuadere David Foster Wallace dall’infilarsi la corda al collo? D’altronde non era, anche nel titolo, una spericolata incursione nell’infinito il suo libro più conosciuto? Sembra particolarmente assurdo che un uomo così, ad un certo punto, consideri finite le parole. O forse è normale che un genio del quale probabilmente afferriamo la metà di quello che intende, perché la sua intelligenza vola troppo alto, ad un certo punto si annoi. O ancora: un’ipotesi su Infinite Jest, ma in fondo su tutta l’opera di Foster Wallace, è che quella forma di gigantismo, centrifughismo della trama e dispersione narrativa fosse la presa di coscienza dell’autore che il libro non è più concepito per essere letto ordinatamente dall’inizio alla fine. E da lì, chissà, il pensiero che ciò valga anche per la vita individuale.
Leggi tutto l’editoriale del n.37
*
Infine, per chi non avesse mai sentito parlare del nuovo Premio Nobel per la letteratura (e fino a 24 ore fa erano in tanti), segnalo la recensione che avevamo dedicato al suo ultimo libro:

L’attacco è folgorante: “Dicono che l’Africa sia il continente dimenticato. L’Oceania è il continente invisibile. Invisibile, perché i primi viaggiatori che vi si sono avventurati non ne hanno colto la natura, e perché rimane ancora oggi un luogo senza riconoscimento internazionale, un passaggio, quasi un’assenza”. In un colpo solo accende l’interesse come se fosse un thriller, o un libro di avventura di altri tempi, e rievoca tele di Gauguin, scenari di Stevenson, collane di conchiglie e fiori di tiaré. Perché è proprio questa la fortuna e insieme la sfortuna di questa manciata di isole del Pacifico: la loro capacità di suscitare un immaginario potente, così radicato che superarlo per arrivare a una visione più realistica e rispettosa di questi luoghi e della loro storia è quasi impossibile. Qui si sono persi o hanno trovato pace Cook e Melville, oltre a Gauguin e Stevenson. Nei secoli gli esploratori hanno dato all’arcipelago molti nomi diversi: Nuove Ebridi, Grandi Cicladi, tutti che cercavano di identificarlo come una versione del mondo conosciuto, e dunque tutti inappropriati.
Leggi tutta la recensione di Giulia Stok su Il continente invisibile.

(Dall’editoriale su Giudizio Universale di ottobre)
Del personaggio di Sarah Palin, scelto per salire sul volo elettorale di McCain, ci sono alcuni aspetti del campionario simbolico della hostess: la sessualità evidente ma algida, l’indipendenza da donna emancipata, i compiti di assistenza rispetto a una figura maschile cui spetta il ruolo di guida e decisore, la compatibilità con il viaggio e l’avventura, il richiamo ai valori del focolare sintetizzati dalla cura materiale del passeggero. Naturalmente l’hostess archetipica che io ho in mente non avrebbe mai inneggiato alla guerra in Iraq e non andrebbe a caccia. Nella Palin rimane comunque irrisolto il pasticciato compromesso tra la costruzione di una figura ruvida e in ultima analisi mascolinamente aggressiva e l’espediente ultimo e vigliacchetto di (sottile la differenza coi vigili di Parma) passare col rossetto.
Papero Giallo discute sulla necessità di limitare, in tempi di crisi, l’acquisto di giornali e riviste:
[...] Da alcuni giorni devo fare una scelta perché non mi voglio caricare di spese inutili.
La mia mazzetta si è “ridotta” a quattro giornali
Corriere della sera
Stampa
Sole24ore
Repubblica
elencati esattamente nell’ordine di lettura.
Ci sono poi i periodici e quindi ecco l’ Espresso, cancellata invece Panorama, fondamentale l’Internazionale per avere una visione d’insieme.
Tra i mensili leggo il Giudizio Universale e quel che capita a seconda della copertina o degli argomenti [...].
Leggi il post di Papero Giallo.
Nel nuovo numero, Michele Serra recensisce questa copertina:

Ed in particolare, riflette sui cambiamenti impressi dalla rivoluzione tecnologica al mondo del lavoro:
[...] E’ vero che molti lavori, rendendosi “liquidi”, perdendo il loro ancoraggio a una fabbrica, un ufficio, un luogo fisico e collettivo, hanno messo in crisi le identità di gruppo, la coscienza di classe. Hanno disperso il lavoro in una specie di diaspora polverizzata, in una sommersione diffusa, in un iper-individualismo che ha sgretolato molti degli antichi legami sociali. Ma è altrettanto vero che – comodità a parte – la “restituzione” del lavoro, o perlomeno di parecchi tipi di lavoro, ai singoli individui, al loro arbitrio, alla loro autogestione, ha anche un aspetto “anarchico”, nel senso migliore del termine [...]
Vai al sommario di Giudizio Universale n.36, settembre 2008
Questo mese Giudizio Universale recensisce in apertura sette particolari spazi di lavoro, dalle piattaforme petrolifere al pupazzo dell’Italia in Miniatura. Stefania Stecca in particolare analizza il fenomeno dell’open space: si parla di cortine architettoniche, moduli cubicolari, menzogne sostenibili, isole tondeggianti, post-it e microcosmi burocratici.
“Vendesi particolare soluzione open space di 10 metri quadri”. Così su un cartello affisso nel centro di Milano, in piena allucinazione da bolla immobiliare. Dopo il planetario successo delle soluzioni open space, oggi questo modello, anche denominato work flow office, ha realmente perso la sua spinta utopica di dinamismo e libertà?
Quello scelto per la nostra recensione è l’ufficio interno di una banca, aspetto che introduce un primo elemento di ironia nell’ambizione implicitamente proclamata dal termine: lo space in questione non è open, intanto perché, seppur aperto a un pubblico di professionisti, non è un servizio aperto al pubblico, come peraltro molti dei contesti lavorativi che dell’open space hanno consacrato il successo, dai call center alle redazioni giornalistiche. Poi perché, per tutelarne l’accesso, una mente tayloristicomilitare ha creato una cortina architettonica e umana tale per cui a raggiungerlo possono essere solo pochi esclusivi eletti, determinati da tenacia o necessità.
Confezionata una menzogna sostenibile, superiamo con colpevole disinvoltura custodi, centraliniste, barriere e tornelli per riprendere fiato solo nell’ascensore che ci risucchia e sputacchia al secondo piano. Se prima l’atmosfera era cupamente scurita dalle vetrate fumé dell’ampio e desertico ingresso (nel quale le centraliniste all’orizzonte appaiono come timidi soli in un’alba ancora lontana), ora è il candore di un neutro e sanitario beige ad ammantare pavimenti, pareti e soffitti. Non è dunque un caso se il primo essere umano incontrato, in quello che si presenta immediatamente come un labirintico succedere di corridoi uguali a se stessi, sia un medico. Lì per “visite in corso”, come proclama il cartello sulla porta alle sue spalle, sarà il primo di una serie di persone spaesate, incapaci come noi di individuare l’ufficio richiesto – che ci costringeranno ad una mezza maratona in interni. E’ qui che inizia un viaggio cupo e struggente in quella che è diventata l’organizzazione del lavoro per i nuovi operai del terziario: colletti bianchi che trovano nell’open space la loro quotidiana e anonima catena di montaggio. Nella nostra banca, come in molti luoghi affascinati dalla razionalità del work flow office, gli stanzoni sono separati da pareti mobili. Qui si organizza il personale in isole tondeggianti, torte senza panna, tagliate e separate in quattro fette di egual porzione: quattro postazioni di lavoro. In ogni spicchio trovano asilo le sinapsi tecnologiche per connessioni con il resto del mondo: telefono e computer. Penne fogli e post-it sono l’arida farcitura di una torta che vede la sua timida ciliegina nelle vignette ingiallite aggrappate alle paretine di separazione dei “cubicoli”: più che garanzie di una privacy impossibile, cesoie che recidono ogni naturale relazione col vicino. Armadi, stampanti e fotocopiatrici sono confinate ai margini dello stanzonetrincea, a rinforzare il perimetro del proprio confine di libertà vigilata. Centrale alle isole, troneggia infatti una vecchia scrivania in legno, sulla quale – seppur temporaneamente assente – non si può non immaginare il monarca di quel microcosmo burocratico.
E’ questo un esempio di action office, il sistema di arredi nato nel 1964 dalla creatività di Robert Propst come risposta a un sogno: creare un ambiente di lavoro che “non isolasse il lavoratore ma lo mettesse in costante comunicazione con il mainstream aziendale”. Ma il sogno - nella sua traduzione organizzativa – si è rattrappito: quello spazio fluido e indeterminato destinato a costruire dinamismo e a favorire le interazioni si è progressivamente ridotto, irrigidito in moduli cubicolari, seminando anomia e alienazione. Dall’utopia della libertà, alla dittatura della presenza altrui, rumori e disturbi connessi. Lo stesso Prospt, poco prima di morire, chiese scusa al mondo per la “triste metamorfosi subita dalla sua invenzione”. Il mondo, sopravvissuto, non rispose, con volgare indelicatezza continuò ostinatamente a ruotare sul proprio asse. Come per il suo ideatore, anche per noi è triste constatare che il collega più prossimo per ciascuno degli interpellati ha l’immaterialità, la leggerezza e l’impersonalità di un software. Ed è lui, infatti, a essere ripetutamente interrogato, non il vicino, non il collega dell’ufficio a fianco, per cercare risposta alla nostra ripetuta domanda: scusi, l’ufficio cancellazioni? Telefoni, stampanti, brusio, via vai: le distrazioni si ripetono, con incostante regolarità. Ogni elemento che squarcia la routine visivo- acustica introduce disturbo, alimenta stress, riduce la produttività. Lo confermano tutte le ricerche, passate e recenti, italiane europee e americane: l’open space ha tradito le promesse. Anziché costruire socialità, la congela e distrugge, costringendo il lavoratore a rapporti unidirezionali con il proprio computer. Dall’open space all’open source?
(da Giudizio Universale n.36, settembre 2008)

The Believer è un mensile letterario americano fondato da Heidi Julavits, Vendela Vida e Dave Eggers nel 2003. Il titolo di lavorazione era The Optimist. [...] Nelle pagine del Believer si alternano brevi saggi, interviste, recensioni varie (di bambini, luci, attrezzi, motel, e a volte anche di libri).
Ricorda qualcosa?
Vai alla scheda di The Believer/2, il nuovo volume antologico pubblicato da Isbn
Leggi il post di Vertigine sull’argomento
Roberto Alajmo, Björn Larsson, Massimo Carlotto e diversi altri collaboratori di Giudizio Universale si stanno dando il cambio a bordo di Adriatico, la barca di Velisti per Caso. Si propongono di recensire il Mediterraneo raccogliendo le voci di pescatori, agricoltori, gente comune: oggi l’incontro è a Santa Maria di Leuca, dove si parlerà di Corto Maltese.
Vai al Diario di bordo
Leggi il calendario dell’impresa
Vai al forum di Velisti per caso sull’argomento


