La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



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Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




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Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




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Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




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Gli interventi sull'argomento



Articoli
September 5th, 2008


Ecco l’editoriale di settembre per Giudizio Universale: dove si parla di panni stesi, call center, Paul Madeley, sculture di cioccolato, voyeurismo mediatico, dialetto bergamasco, intercettazioni e campi nomadi.

Per chi è rimasto deluso dalla Quadriennale di Roma, l’antidoto è la parallela Decennale organizzata nelle belle sale di Palazzo Anastasi a Spoleto. L’opera che più lascia il segno è probabilmente Panni stesi, dell’artista serbo Dragan Dzaijc. Al centro di una stanza disadorna si trova posato uno stendipanni in plastica, con gli indumenti sgocciolanti al mattino e che saranno completamente asciutti verso sera, quando il piccolo attrezzo domestico verrà piegato e ritirato. Forse mai avevamo riflettuto su come plasticamente lo stendipanni rappresenti la metafora della trasformazione e del divenire unita a quella della ciclicità. L’artista effettua alla sera il nuovo lavaggio in lavatrice a una temperatura bollente, dunque i capi puntualmente si restringono. E’ un assottigliarsi radicale e ineluttabile, un processo di decomposizione senza purulenza ma anzi incorniciato dall’ambiguo alibi della profumazione. Al mattino la ritualità eucaristica dei panni che nuovamente vengono ostentati sul loro altare di plastica (per chi arriva di buon ora e ha la fortuna di assistervi è una scena commovente) è anche, in equilibrio tra il carnale e il metafisico, l’allegorica rappresentazione dell’umana fatica di vivere, e delle scorie liquide (Dzaijc sembra avere meditato molto su Bauman) da cui ci si proverà a liberare durante il giorno, non senza pagare il dazio di una restrizione dei propri orizzonti e di un amaro prosciugamento dell’identità.

Il lavoro di Sergio Santarini, Call center, è un’installazione complessa che comprende un televisore sul quale vengono proiettate alcune facce di personaggi politici, con l’audio di un imitatore che, per il tempo in cui il volto sorridente permane sullo schermo, riproduce più volte di fila la frase: “Buongiorno sono Silvio, in che posso aiutarla…”, oppure “Buongiorno, sono Walter in che posso servirla?”, e così via a seconda del personaggio che è sullo schermo. Attorno al televisore, e in perfetto sincronismo con la cortese richiesta del centralinista di turno, pezzi di costruzioni Lego si staccano e rovinano al suolo, strumenti a compressione deflagrano spargendo vapori maleodoranti, l’altoparlante diffonde fragori di urla e sirene, schizzi di un liquido indefinito si rovesciano sui visitatori, pezzi di intonaco si scrostano violentemente dalle pareti. Un crescendo apocalittico che ovviamente rende particolarmente incongrua la gentile profferta dell’interlocutore e che suona quale rumorosa metafora dello scollamento tra la classe politica e le necessità della gente comune.

Il titolo Ufficina è un piccolo omaggio a Luigi Meneghello, che coniò questo neologismo nel romanzo Libera nos a malo, nel quale fra l’altro parlava delle botteghe-negozi come “estensioni delle case e delle famiglie”, nelle quali “per comprare si poteva sempre entrare per il cortile, scusandosi appena con la famiglia a cena in cucina”. Ancor più tra i contadini non vi era distinzione tra la casa e lo spazio del lavoro, cosicché “si lavorava praticamente sempre… senza interruzione e senza orario.” In Ufficina, Paul Madeley dimostra come questo incatenamento domestico al lavoro si sia trasferito dalle classi umili ai ceti professionali e imprenditoriali, e propone, quale installazione, una casa dallo spartano minimalismo (ma affiancata da una piscina ricoperta di alghe e un campo da tennis invaso dalle muffe) che, oltre alle varie e abituali stanze, ha una stalla in cui il computer sostituisce la mucca, un capanno agricolo dove al posto del torchio c’è un pannello per proiezioni sul quale scorrono slide con scritto “l’uomo moderno è sempre connesso”, mentre nella legnaia sono accatastati centinaia di blackberry, le cui suonerie si accavallano sgradevolmente.

Sono ormai frequenti le sculture di cioccolato che chiamano alla partecipazione lo spettatore, invitato a mangiarne un pezzetto. L’opera Forme oscure di Mario Martiradonna va oltre: gli spettatori, un’oretta dopo avere assaggiato le sculture in questione, sono pregati di accomodarsi a turno sopra due water posti nella stanza ed espellere quanto ingurgitato. Al di là delle citazioni di Duchamp e Piero Manzoni, vi è un sottile discorso sul difficile assorbimento interiore delle opere culturali. Il fatto che i water non possiedano lo scarico cumula gli escrementi come forme stratificate e compromesse del sapere, e l’olezzo che inevitabilmente si diffonde prende di petto il nodo della commercializzazione dell’arte, della sua crescente incapacità di favorire forme positive di sintesi e convivenza, e della sua regressione ludica allo stadio anale dell’infanzia. O forse ragiona sul fatto che la coscienza consapevole non può elevarsi senza che l’operatore culturale si metta in gioco, anche accettando di sporcarsi le mani (oltre lo scarico, manca accanto al water pure la carta igienica).

Entrando nello spazio che ospita White reality show, di Kazymir Deyna, ci si trova davanti a un enorme tela bianca (circa 9 x 7), di un bianco ancor più lattiginoso di quelli che segnano tante opere di Ryman. Seduta a fianco al quadro c’è una ragazza giovane e carina, apparentemente una hostess, o una vigilante. Invece è parte dell’opera, anzi è in sostanza l’opera stessa. Lo spettatore trascorre meditabondo attorno al quadro, investito e stordito da quel biancovedere, la ragazza osserva il vuoto e non muove un muscolo, come una guardia svizzera. Si comprende come l’assenza di eventi e l’espunzione emotiva contraddistinguano simmetricamente la tela e la donna, si può persino immaginare che lei abbia posato come modella (o forse, nel vortice non si sa bene se atarassico o nichilistico che trascina l’opera verso il nulla, non-ha posato, e così ha svolto egregiamente il suo compito). L’ironico riferimento del titolo al reality show sposta la critica verso la società del voyeurismo mediatico, suggerendo che la dimensione dello spettacolo in cui siamo immersi restituisca del nostro essere nulla più che una pallida immobilità. Già presentata con successo a Berlino, lo scorso anno, l’opera è stata, in un certo senso, più volte battuta all’asta: con dubbio gusto della provocazione, l’artista si è infatti infiltrato tra il pubblico in alcune aste di Sotheby’s e ha picchiato la ragazza davanti a tutti, facendone discendere serie contusioni a lei e una notte in prigione a lui. Il suo commento (”Voglio portare alla luce la violenza sottesa alla commercializzazione dell’arte”) non gli ha evitato le critiche.

Tra le pitture figurative ha suscitato polemiche la tela di Carlo Muraro, Incontro di civiltà. Vi è ritratto a olio, e con una pennellata fortemente realistica, un tizio in braghe corte e canottiera che, in prossimità di un lago presso il quale cerca di procurarsi la tintarella, insegue con la tipica paletta le moschee che lo accerchiano, provando a scacciarle. Sulle braccia porta qualche segno delle punture dei minareti, il volto è congestionato dal sudore, ed è evidentemente questo sforzo a restituirne un espressione bovina. Ai piedi del quadro, un supporto sonoro manda in onda una frettolosa masticazione verbale, che da lontano si potrebbe scambiare per il richiamo del muezzin, ma ad un ascolto più attento si rivela un dialetto, forse bergamasco, con voci sovrapposte, impastate da osteria, e un argomentare claudicante, irriconducibile a un pur embrionale pensiero sistematico. A parte alcuni difetti cromatici, un lavoro discutibile per quanto butta benzina sul fuoco di un tema già così rovente: la tintarella.

Legata all’attualità politica, e solo apparentemente aperta all’apporto attivo dei visitatori, è l’opera Intercettazioni dell’argentino Mario Kempes. Il pubblico è invitato a indossare un paio di cuffie attaccate al muro: esse sono collegate con una serie di microfoni installati negli angoli più vari dei padiglioni e consentono di origliare le conversazioni di chi vi transita vicino. Lo spettatore, premendo un tasto, può istantaneamente scegliere quali registrare, e secondo le indicazioni all’ingresso, tutte quelle raccolte dovrebbero costituire l’opera finale, che può dunque considerarsi un work in progress. L’iniziativa scade nel goliardismo da luna-park quando, nel pieno di una frase come: “Sono quintali di droga. E’ un affare pazzesco”, a lato dello spettatore-cavia saltano fuori malamente dei nastri di bobine, avvolti come pitoni su se stessi, chiaramente inutilizzabili. Se lo spettatore preme un altro tasto per scoprire a che punto è l’opera, e cosa è rimasto del suo contributo udirà solo la voce roca di una settantenne che dopo un sospiro aggiunge: “Pensare che oggi è già martedì”.

Infine, del tedesco Pierre Littbarski, l’installazione Campo nomadi, troppo triste per serbarla con sé nella memoria. Sopra un pavimento, sparpagliate come baracche, decine di radiografie di malati gravi. Per chi ha qualche cognizione medica è possibile insinuarsi nelle loro opacità e incappare nella macchia che ha impartito l’ordine di sgombero. Nell’anonimato di quel breve e decisivo tratto di destino siamo sommersi dalla pietà, quella che a volte ci scappa via quando un volto vivo e solcato mette in scena davanti a noi la propria miseria e la propria estraneità.

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Dalla recensione apparsa sullo scorso numero di Giudizio Universale:

1) Perché, se i voti sono da 1 a 10, gli insegnanti non danno mai né l’1 né il 10?
2) Perché dare tanta importanza all’interrogazione orale, che costringe gli studenti a trascorrere ore di noia ascoltando i due o tre sfortunati del giorno?
3) Perché si assegnano tanti compiti se questi poi non vengono sempre corretti, riconsegnati e spiegati?
4) Perché persino gli insegnanti di educazione fisica ci tengono a far passare la loro lezione come se fosse una disciplina accademica (esame con domande dettagliatissime sulle dimensione del campo di pallacanestro, sport che mia figlia detesta)?
5) Perché gli insegnanti sono quasi interamente donne, mentre tanti presidi sono uomini?
6) Perché non ci sono sanzioni serie per i cattivi comportamenti?
7) Perché le lezioni iniziano così presto la mattina, come se i ragazzi di oggi andassero ancora a dormire al calar del sole?
8 ) Perché all’università è consentito agli studenti rifiutare il voto dell’esame e riprovarci (una pratica sconosciuta nel mondo anglosassone), e perché hanno tante occasioni di rifare l’esame, talvolta fino a sette appelli all’anno?
9) Come mai in Italia si è riusciti a mantenere lo studio del latino e del greco classico come materie obbligatorie nei licei mentre il resto dell’Europa le ha (stupidamente) abbandonate?
10) Perché gli insegnanti sono pagati così poco? E perché, pagati così poco, ci sono ancora oggi tanti ottimi insegnanti nella scuola italiana?

Per quanto riguarda il punto 6, sembra che l’attuale ministero abbia dato nel frattempo la sua risposta ripristinando il voto di condotta: come già si diceva nell’intervista a La7 a proposito del decreto sicurezza, l’Italia di oggi cerca di riempire con l’autorità il vuoto di autorevolezza.

Nel frattempo, il blog Far Finta di Essere Sani dà queste risposte alle domande di Parks:

1) Forse una volta. Ora si danno. Io do sia gli 1 che i 10, ovviamente in casi rari (come è logico che sia, rispetto alla frequenza dei voti intermedi).

2) L’interrogazione orale è un esercizio importante. Parks ha ragione circa la poca economicità della gestione della cosa in relazione al monte ore della classe (e della disciplina).

3) Ma in che scuola manda le sue figlie Parks? Ogni compito viene corretto in classe, ci mancherebbe solo (e la tempistica deve essere rigorosa, come da prescrizioni del Collegio Docenti).

4) Su questa si dovrebbero aprire gli X Files.

5) Ora non più. Nel mio liceo ci sono parecchi insegnanti maschi, direi poco meno della metà. E tutte le presidi che ho avuto da quando sono di ruolo sono donne.

6) Credo la situazione vari molto da scuola a scuola. E poi c’è la cosa della misericordia cattolica di cui scrive lo stesso Parks.

7) Perché, checchè ne dica chicchessìa, se non si cominciasse la scuola alle 8 bisognerebbe continuare dopo pranzo, e non dico altro.

8 ) Su questa non sono competente a commentare.

9) Perché talvolta noi italiani facciamo le cose per bene.

10) Questa è la domanda da cento milioni di dollari. La risposta alla seconda parte è, credo, perché nella vita non contano solo i soldi. Contano anche, per dire, la soddisfazione di fare le cose a modo e il divertimento che si prova a fare ciò che si è capaci di fare bene. Sulla prima parte ho già dato altre volte. Riassumo: ci vorrebbe la metà degli insegnanti, pagata il doppio.



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Il numero più rilevante dell’anno, finora, è stato probabilmente quello di febbraio dedicato all’anniversario del Sessantotto: recensito però dai trentenni di oggi, ovvero da chi all’epoca non era ancora nato.

Leggi l’elzeviro di Sergio Garufi sull’argomento (da Liberazione del 19 febbraio 2008)

Leggi la recensione di Gianpalo Simi dedicata al Libretto Rosso di Mao (ripubblicata dal Riformista, 9 febbraio 2008)

Il mese successivo, si ricorda la doppia recensione della Ru-486: a favore Flamigni, contrario Alessandro Meluzzi.

Leggi il brano di Flamigni, ripubblicato da Liberazione il 6 marzo 2008.

Ad aprile abbiamo sperimentato la formula del what if, recensendo i candidati premier come se facessero un diverso mestiere.

Leggi il brano di Mimmo Calopresti, ripubblicato dal Riformista il 2 aprile 2008.

Leggi l’articolo di Luca Mastrantonio sull’argomento, e in particolare sul brano di Alajmo (dal Riformista, 5 aprile 2008).

Leggi l’articolo di Sergio Garufi sull’argomento (da Liberazione, 8 aprile 2008).

Affidata al gioco delle ipotesi anche l’apertura del numero di maggio, in cui si sono avanzate sei provocatorie proposte di legge per combattere la violenza sulle donne.

Leggi il brano di Manuela Dviri (ripubblicato da Vanity Fair, il 7 maggio 2008)

Se ne parla anche a Markette su La7:

Si fa strada nel frattempo l’idea che Giudizio Universale sia l’apripista di un nuovo modo di intendere la critica, che “ricalca la voglia di trasversalità e rinnovamento della società civile”:

Leggi l’articolo di Ida Bozzi sul Corriere Milano, 15 febbraio 2008.



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L’anno scorso ha segnato per Giudizio Universale il debutto delle rubriche, ma sempre in forma di recensione. Il numero da ricordare è senz’altro quello di luglio/agosto, in cui nove scrittori internazionali recensiscono altrettanti capolavori della letteratura.

Leggi l’articolo di Liberazione sull’argomento (18 luglio 2007)

Leggi il brano di Abraham Yehoshua sulla Metamorfosi di Kafka (ripubblicato dal Corriere della Sera, 6 luglio 2007)

Leggi il brano di Marc Augè su Madame Bovary di Flaubert (ripubblicato da La Stampa, 6 luglio 2007)

A novembre fa invece discutere il pezzo di Zygmunt Bauman sull’anoressia, che viene collegata alla politica di alcune dittature come quella birmana.

Leggi il brano di Zygmunt Bauman (ripubblicato dal Corriere della Sera, 2 novembre 2007)

Leggi l’articolo di Clausio Risé sull’argomento (da Tempi, l’inserto de Il Giornale, 15 novembre 2007)

Fra le recensioni pubblicate nel corso del 2007, quella sui gay di destra e quella sul paesino ligure dove venne fondata l’Internazionale Situazionista (entrambi i pezzi sono stati poi ripresi dal Riformista).

Leggi la recensione di Gaylib, di Gioia Gottini (dal Riformista del 12 maggio 2007).

Leggi la recensione di Cosio d’Arroscia, di Dario De Marco (dal Riformista del 25 luglio 2007).



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Per la rivista che recensisce tutto, il 2006 resterà sicuramente l’anno della polemica con Alessandro Baricco. Lo scrittore aveva infatti lamentato la pessima abitudine della stampa italiana di lanciare frecciatine contro qualcuno – in questo caso, lui – senza avere il coraggio di stroncarlo apertamente. Fra i colpevoli di questo malcostume c’era Giulio Ferroni, che su l’Unità aveva effettivamente attaccato l’autore dell’Iliade all’interno di un articolo su Vassalli. Peccato però che Ferroni avesse già osato stroncare Baricco, senza evidentemente che lui se ne accorgesse, dalle pagine del nostro giornale – vanificando preventivamente l’accusa dello scrittore.

Leggi l’articolo del Riformista sull’argomento (6 marzo 2006)

Due mesi dopo, Giudizio Universale organizzava alla Fiera del Libro l’incontro dal titolo Bentornata stroncatura.

Leggi l’articolo su La Stampa (4 maggio 2006)

Della polemica Ferroni-Baricco si continuerà comunque a parlare:

Leggi l’articolo sul Corriere della Sera (1 settembre 2006)



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Il 2005 è stato l’anno di nascita per Giudizio Universale, e in questo pdf sono raccolte ben 241 pagine sull’argomento:

Leggi la rassegna stampa del 2005.



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Articoli
July 1st, 2008


Dal n.35, pagina 3, luglio/agosto 2008

Se fossi un camorrista mi spiacerebbe vedere Gomorra? La sensazione è che una ferocia di quel tipo spinga ai confini dell’alterazione antropologica, e che nel vedere riconosciuta e rappresentata la propria potenza un casalese (inteso come affiliato al clan) possa persino insuperbirsi. Con il romanzo, la fonte di irritazione era che qualcuno nato in quelle terre andasse in giro a raccontare i fatti del paese, e in questo modo rischiasse di incrinare il muro di omertà. Qui questo problema non c’è e anche un camorrista si può rilassare. Indignarsi o agire compete ad altri, e il bellissimo film offre strumenti anche a costoro. Anche del film, invero, qualcuno ha detto che i panni sporchi si lavano in famiglia, ma erano Barbareschi e Afef e non i casalesi.

Più che domandarsi se sia antinazionale parlare male dell’Italia, è utile chiedersi se esista ancora, in qualche campo, un modello italiano. Dieci precari dell’Università di Pisa, che non assommano uno stipendio di mille euro a testa, riescono, lavorando a Cape Canaveral, a mandare nello spazio un telescopio. Si potrà dire che non tanto dissimile era la situazione di Galileo, pisano pure lui, che quando inventò l’uso del cannocchiale arrotondava il suo magro stipendio di professore di matematica dando lezioni private. E’ la vecchia storia della patria genialità, che tanto meglio si esprime nel disagio e nell’approssimazione. Eppure qualcosa è cambiato. Le più belle manifestazioni del talento italiano, dal catenaccio calcistico al miracolo economico, dal cinema neorealista all’economia del vicolo, sono nate temperando il rigore e la rigidità di qualche sistema (culturale, sociale, politico, sportivo) o di qualche norma, e sono state il frutto di quell’adattamento. Ma tutto ciò presupponeva un sistema e una norma, rispetto ai quali porsi come infrazione o eccezione. Oggi l’infrazione e la norma coincidono all’origine. Di questa incestuosa relazione sono paradigmi politici il controllo del territorio da parte delle mafie e le leggi ad personam. Il detto “Fatta la legge trovato l’inganno”, che non ha eguali in nessun paese, denota una pur perversa esuberanza di fantasia. Ma a farsi la legge da solo, senza più ingegnarsi su come fotterla, che sfizio c’è? Se non vogliamo contestarne la moralità, delle leggi ad personam, ammettiamo almeno che sono un simbolo di decadenza intellettuale.

Se il vecchio rapporto tra norma ed eccezione era anche un modo per gestire e utilizzare i conflitti, eravamo un grande popolo stando al pensiero di Miguel Benasayag e Angelique del Rey, che hanno scritto uno stimolante, ancorché non sempre condivisibile, Elogio del conflitto per Feltrinelli. La tesi è che la democrazia si dà delle arie perché è una forma di governo dei conflitti, ma in realtà li soffoca in nome della legittimazione del popolo: e quest’ultimo è un’entità astratta, all’interno della quale viene negato il valore del molteplice. Il conflitto invece sarebbe l’elemento vitale, dei processi organici come di quelli sociali, contenente meccanismi di autoregolazione, anche della violenza. Così, quando lo stato di guerra era considerato normale, non si pensava che l’avversario dovesse essere annientato e scomparire. Adesso, la guerra in nome della pace, nella sua pretesa di risolvere per sempre il conflitto, rubrica il nemico come non-umano e si apre a qualsiasi efferatezza. E la norma sarebbe lo strumento disciplinare per mettere al bando chi non è conforme. Quasi uno strumento tecnico di formattazione.

Il capitalismo, più di quanto non creda Benasayag, punta sui conflitti, dandogli magari nomi più eleganti, come quello di concorrenza. E la gente li cavalca, fino a quando non si vede soccombere, invocando in quel momento l’intervento dell’istituzione, che fino a un attimo prima aveva considerato un intralcio. Tra le categorie colpite dall’aumento del gasolio mai mi sarebbero venuti in mente i pescatori, la poesia che accompagna la loro lotta col mare me li faceva ingenuamente porre ai margini dei sussulti dei grandi mercati. Ora urlano in piazza, non per magnificare le spigole ma per reclamare sussidi dall’Europa. E se i tassi variabili fossero precipitati verso il basso, non se li sarebbero con goduria tenuti quelli che hanno chiesto il mutuo, e ora esigono di rinegoziare a costo zero? Personalmente sono favorevole al sostegno delle parti deboli, ma mi pareva di avere capito che, nel tripudio generale, avesse trionfato il liberismo.

Per alcuni gruppi sociali (Benasayang li chiama i “senza”) le correzioni possono sopraggiungere solo al ribasso. Per chi circola senza documenti sul nostro territorio si avvicina il reato di immigrazione clandestina. Quando saranno regolarizzate le badanti, ci accorgeremo che i pensionati che da loro sono assistiti non hanno i soldi per versare i contributi, e come il miracolo economico si fondava sul sommerso, e dunque sull’evasione, così il welfare si fonda sulla clandestinità. Gli immigrati che lavorano, oltre a evitare il carcere, otterranno di rimanere in Italia. Il lavoro svolgerà la stessa funzione che il peculium svolgeva nel diritto romano per ottenere l’affrancazione dello schiavo. Con l’ovvia differenza che lo schiavo emancipato non svolgeva più i compiti servili che, in questo caso, sono invece la condizione per essere affrancati.

Ma se sono entrati in Italia prima della legge, il reato non diviene in questo modo retroattivo, hanno chiesto a Roberto Maroni? No, ha spiegato il ministro, non viene punito l’ingresso di prima ma il fatto che il clandestino si trova sul territorio quando entra in vigore la legge. In sostanza se alla mezzanotte in cui parte la legge l’immigrato dorme, avremo il primo caso nella storia di un crimine commesso durante il sonno.

Pensando alla “clinica degli orrori” a Milano, mi si rafforza la convinzione che sia una grande stortura considerare alcuni beni come la salute (ma in generale quasi tutti quelli che vengono offerti a mezzo delle professioni intellettuali) solo in termini di concorrenza, utili dei privati e riduzioni di costi per i consumatori. Antonio Catricalà, garante dell’Antitrust, scrive ora al Governo e al Parlamento: “L’accesso alla professione deve essere libero, in linea di principio… E’ auspicabile l’istituzione di corsi scolastici e universitari che consentano di conseguire direttamente l’abilitazione. L’imposizione dell’Esame di Stato va valutata secondo le circostanze”. Via gli esami, insomma, e concorsi manco a parlarne. Si avvicina un’altra sanatoria, quella dell’ignoranza. In linea di principio.

Sul suo sito si definisce “unanimemente riconosciuto come eminente sociologo e autentico scrittore che ha prodotto un vero rinnovamento nella saggistica”, eppure l’unanimità deve essersi incrinata, viste le furiose contestazioni che ha sollevato la decisione del Consiglio Comunale di Trento di conferire l’onorificenza culturale cittadina del Municipium Tridentinum a Francesco Alberoni. Non so se davvero il suo lascito principale al Sessantotto nel breve passaggio per la famosa facoltà di sociologia di Trento sia consistito nel portare gli studenti a spasso sulla spider e nel discutere con loro i voti degli esami. I suoi libri sull’amore sono certamente salottieri ma il mistero che più mi affascina è quello degli articoli che, ogni lunedì, scrive sulla prima pagina del Corriere della Sera. Gli incipit sono tutto un programma: “Nel corso della storia ci sono sempre stati costruttori e distruttori”, “Gli uomini sopportano molto male l’incertezza”, “Noi non possiamo darci valore da soli. Ce lo danno fin da bambini gli altri, apprezzandoci, amandoci, dicendoci bravo”. “Mancare di senso della realtà vuol dire non percepire come si sta modificando la società in cui viviamo”. Lo sviluppo regge sempre bene le aspettative generate da un avvio così. Un articolo di marzo spiegava questo: noi viviamo dentro quattro cerchi concentrici, nel primo ci sono le persone che amiamo, nel secondo gli amici, nel terzo i colleghi e nel quarto gli sconosciuti, e se ci sentiamo più insicuri ci ripieghiamo verso l’interno, ma nei periodi di espansione ci apriamo alle sfere esterne. Se non ci siamo messi la canottiera probabilmente ci buschiamo un raffreddore, ma su questo risvolto Alberoni non ha voluto avventurarsi. Letto quell’articolo mi sono convinto di quanto sospettavo da tempo: tra il Corriere e il sociologo è in corso un gioco, una scommessa, una sfida, e nessuno vuole cedere. “Voglio proprio vedere se non mi cacciano nemmeno stavolta”, ghigna Alberoni mentre passa il nuovo pezzo. E dall’altra parte, imitando una celebre battuta di Totò: “Vediamo questo stupido dove vuole arrivare”. E’ per non incentivare questa perversione che bisognerebbe almeno astenersi dall’assegnargli premi e onorificenze. Perché poi si sa (e potrebbe essere un eccellente incipit per un suo articolo): fatto Trento, facciamo trentuno.

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Articoli
June 22nd, 2008


Dal n.34, pagina 3, giugno 2008

“Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie”. Così si apre e si chiude la Lettera a D. Storia di un amore, del filosofo André Gorz alla moglie Dorine, scritta nel 2006 e ripubblicata in Italia da Sellerio, qualche mese dopo il suicidio dei due ultraottantenni. Dorine si stava spegnendo per una lunghissima malattia degenerativa e Gorz non poteva lasciarla partire da sola poiché “la notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla tua cremazione, non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri”. Gorz si era da ventitré anni ritirato a vivere con la moglie in campagna, come immaginava dovessero ritirarsi il capitalismo dalla società e il lavoro dal tempo della vita. Alla moglie ha offerto il braccio per accompagnarla, come si fa verso l’altare, né poteva negarle quest’appartenenza e svicolare in un tributo diverso se davvero, come le ha scritto, lei ha “dovuto lavorare anni per farmi accettare la mia esistenza. E questo lavoro, credo proprio, non è mai stato finito”. Esistere e appartenersi, le due declinazioni dell’amore che non sfiorisce.

Spopola nelle vendite il romanzo Firmino di Sam Savage, il cui protagonista è un topo che per nutrirsi mangia i libri e in seguito impara a leggerli e ad apprezzarne gli insegnamenti. Diversi intellettuali lo hanno elogiato con implicito o esplicito compiacimento narcisistico: eh, tale e quale a me questo topo, li divora i libri, li divora. In realtà la metafora sulla letteratura è la cosa più didascalica e stucchevole dell’opera, che si giova piuttosto del contrasto tra l’atmosfera e lo stile dickensiani e la psicologia visionaria, e al tempo stesso crepuscolare, del roditore. Se c’è una parte che commuove è quando Firmino si illude di avere fatto breccia nel cuore di un umano (che si accinge invece ad avvelenarlo) e conclude che questa è la felicità poiché “adesso ero sicuro di non essere solo. Appartenevo a qualcuno”. Si possono pure leggere tutti i libri del mondo ma, come sempre Gorz ha scritto a Dorine: “Tu non avevi bisogno di scienze cognitive per sapere che senza intuizioni né affetti non c’è né intelligenza né significato”.

Alla Biblioteca Nazionale di Parigi, Sophie Calle replica la mostra Prenez soin de vous, nella quale parte, come sempre, da una propria esperienza intima, nel caso specifico la lettera, anzi la mail, di abbandono con la quale un non identificato X tronca la sua relazione sentimentale con lei. La Calle ha passato la lettera a 107 donne dalle più varie professioni, e chiesto loro di reinterpretarla, e in questo modo diversamente comprenderla. Vi sono dunque foto, installazioni, video e scritti, in cui la cantante la canta, l’attrice la recita, e così via sino al filtro della propria esperienza anche per la sordomuta, la psicanalista, l’insegnante di ikebana. Svanita l’illusione della reciproca appartenenza, l’amante deluso allestisce di buon ora una bancarella di rigattiere. Se l’amore perfetto reclama che ogni cosa si ripieghi infine in esso come in un buco nero, l’amore sconfitto si pacifica, all’inverso, quando rotola nudo nelle piazze.

L’ostentazione dell’intimità è la principale chiave dell’arte contemporanea, ed è la fuga inorridita dall’astrattismo. L’artista tedesco Gregor Schneider è addirittura a caccia di un morente disposto a esibire gli ultimi giorni di agonia in uno spazio pubblico, idea ripugnante ma pure coerente con il dogma di un’arte che cerca di smarcare il suo senso dalla riproduzione o costruzione della bellezza. Peraltro, conoscendo Schneider (e chi non lo conosce tenga presente che dal 29 maggio è in mostra a Roma e Venezia), è probabile che a lui non interessi, verso la morte, l’indifferenza del simile umano ma quella del cosmo. E’ stata appena smantellata, alla Maison Rouge di Parigi, un’installazione nella quale il visitatore entra, muovendosi in una casa spoglia, le cui stanze sono tutte connotate da un qualche eccesso, di luce, suono, dimensione, temperatura. E’ obbligatorio effettuare il percorso da soli, e nell’ultima stanza totalmente buia può affiorare il panico. Se non si trova l’uscita, si ricorderà davvero il guardiano che siamo ancora lì dentro? L’interrogativo, insomma, diventa metafisico: c’è davvero (lì fuori, lì in alto) qualcuno che sa della mia esistenza e la controlla? O sono solo, e senza appartenenza, come temeva Firmino?

E poi magari esci da quel tunnel buio, e non trovi né Dio né l’usciere ma, tanto per dire, Giulio Tremonti. A proposito, dato che, non senza un certo pregiudizio, partirei con lui da tre o quattro ombrelli, ma al tempo stesso giudico positiva e coraggiosa l’uscita sui sacrifici che ora toccano alle banche e alle rendite petrolifere, mi pare un buon punto di equilibrio un ombrello di attesa. Ciò non elimina una certa perplessità: vince la sinistra e chiede i sacrifici al sindacato, che se dovesse mandare giù gli stessi bocconi dalla destra indirebbe scioperi ininterrottamente; sale la destra usando la leva del federalismo fiscale, e tuttavia toglie l’Ici, e usando il sostegno dei grandi gruppi industriali, che però si accinge a scontentare con misure che, proposte dall’altra parte, sarebbero state subito tacciate di comunismo. Si potrebbe anche pensare che è senso di responsabilità, ma certo rende più insensato il furore con cui nella campagna elettorale si solleticano e sollecitano i legami di appartenenza, e avvalora l’idea, tutt’altro che esaltante, di una sostanziale intercambiabilità programmatica dei due blocchi.

Se uno comincia benino, il rivale conclude assai male. Che si possa pensare, come ha fatto Vincenzo Visco, di pubblicare la lista dei redditi on line tre giorni prima di lasciare il mandato, a sorpresa e senza accordarsi preventivamente con l’Authority della privacy, spiega in base a quali attitudini di strategia e provvedutezza il governo Prodi abbia perso venti punti di consenso in un anno. Criticato il metodo, tuttavia, davvero non si comprende come si possa discutere il principio. Leggiamolo così: non è rilevante che si conoscano i guadagni delle persone ma è fondamentale che si sappia quanto ognuno contribuisce, con le imposte, a finanziare lo Stato. E’ quasi un vincolo per rivendicare l’appartenenza alla comunità. Credo in effetti che le proteste, a parte Grillo, non siano venute tanto da quelli che dichiarano molto ma da quelli che dichiarano poco o nulla. E che magari al mattino tuonano contro i fannulloni degli uffici pubblici, finanziati dagli altri.

Il problema è che gli individui faticano sempre più a considerarsi sullo sfondo di relazioni più ampie che li comprendono e trascendono. D’altronde, le relazioni umane spariscono dagli ambienti quotidiani, in nome dell’automazione. Le Ferrovie dello Stato annunciano un piano di definitiva sostituzione degli sportelli con biglietterie automatiche in ventiquattro stazioni. Lo scopo della produzione sembra sempre più quello di estromettere l’uomo. Come sorprendersi se le stazioni diventano un abbandonato luogo di degrado? Il prossimo passaggio sarà quello di accogliere sui treni viaggiatori automatici.

Mettiamo pure che Pietro Maso sia stato un episodio. Facciamo che lo sia stato pure Furlan. Ma il giovanotto massacrato dai naziskin? Non ne capitano un po’ troppe a Verona? E’ ovvio che non si deve criminalizzare ogni singolo cittadino, ma perché additare Napoli come punto critico di un sistema e non Verona come punto critico di un diverso, e non meno tragico, sistema? Non si può pensare che siano una questione politica i rifiuti per strada e non lo siano le vie della città consegnate alla violenza e negate radicalmente a chi si segnala per una forma di diversità. Se da una parte preoccupa l’esplosione delle periferie e l’arcaismo tribale, dall’altra allarmano il disagio borghese e la modernità non meno tribale, saldate tra loro nel corto circuito di territori che non riescono più a creare appartenenza comune. Antitetiche e precarie, Verona e Napoli rendono eterno l’antico conflitto fra le loro tifoserie calcistiche, quando gli ultrà scaligeri esposero uno striscione con scritto “Forza Vesuvio” che gli altri, nella partita di ritorno, ricambiarono con un più signorile “Giulietta è una zoccola”. Bella, elegante, desiderabile, ma rimpicciolita di qualche secolo, Verona porta nel petto un vuoto che nessun calore del corpo riesce ancora a colmare.

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(disegno originale di Guido Scarabottolo)