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	<title>Remo Bassetti &#187; La Scherma</title>
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	<description>"Creati una situazione di attesa"</description>
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		<title>Il ciclismo a orecchio</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 15:05:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sembra dunque  destinata alla sconfitta il tentativo dell’Uci, nel Tour de France  in corso, di vietare l’uso degli auricolari ai corridori, per il costante  contatto radio con i direttori sportivi situati sulle ammiraglie. La  questione, che i giornali e i blog si sono poco occupati di commentare,  è stata per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sembra dunque  destinata alla sconfitta il tentativo dell’Uci, nel Tour de France  in corso, di vietare l’uso degli auricolari ai corridori, per il costante  contatto radio con i direttori sportivi situati sulle ammiraglie. La  questione, che i giornali e i blog si sono poco occupati di commentare,  è stata per lo più ricondotta al rapporto tra sport e tecnologia.  Ma tutto sommato la posta in gioco mi pare un’altra, ed è l’iniziativa  dell’atleta e la sua autonomia rispetto alle linee tattiche concordate  dall’esterno.<br />
Ricordo, nella mia esperienza, un confronto duro nella  scherma, che all’epoca venne chiamata guerra delle transenne. A fronte  di una lunga tradizione, nella quale il maestro affiancava l’atleta  a bordo pedana così come avviene ad esempio per l’allenatore del  pugile sul ring, una parte della dirigenza di allora mirava a confinare  i tecnici lontano dagli atleti, dietro delle transenne, appunto, in  maniera da rendere difficoltosa, se non impossibile, la loro comunicazione,  ritenendo che essa potesse falsare le forze in campo. Per la squadra  in cui militavo era una batosta, poiché mio padre, che era un grande  maestro, era un attento studioso dei colpi istintivi dei nostri avversari,  che ci segnalava in diretta, suggerendoci di eseguire un’azione piuttosto  che un’altra. E tutti noi suoi allievi, quando eravamo impegnati a  nostra volta come accompagnatori, provavamo a praticare la medesima  vocazione, e anzi consideravamo inadeguati gli allenatori avversari  che rimanevamo muti vicino ai loro ragazzi, senza dare loro consigli  di sorta.<br />
Del resto, mi pare che susciti ammirazione più l’allenatore  di calcio che continuamente striglia i suoi prodi e li approvvigiona  continuamente di schemi che non quello che rimane con gli occhi fissi  nel vuoto sulla panchina. Insomma, dell’immaginario sportivo più  genuino fa parte storicamente anche il sodalizio cospirativo tra l’atleta  e l’allenatore, benché talvolta riduca apparentemente il secondo  a braccio (o gamba…) ed elevi l’altro alla mente. Gli auricolari,  dunque, spingono verso la tradizione. </p>
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		<title>Il morso del tamarro</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Nov 2008 19:09:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Non siamo fanatici nazionalisti, ma non si capisce  che senso abbia l&#8217;emozione sul podio durante l&#8217;inno di Mameli quando uno si  dice disposto, come si cambia velina, a cambiare passaporto alle prossime  olimpiadi se la federazione non gli mette a disposizione il suo allenatore  (francese) preferito. Ad Aldo Montano sarebbe giusto ritirare, se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.remobassetti.com/Blog/wp-content/uploads/2008/11/il-morso-del-tamarro-02.gif"><img class="alignnone size-medium wp-image-626" title="il-morso-del-tamarro-02" src="http://www.remobassetti.com/Blog/wp-content/uploads/2008/11/il-morso-del-tamarro-02-230x300.gif" alt="" width="230" height="300" /></a></p>
<p>Non siamo fanatici nazionalisti, ma non si capisce  che senso abbia l&#8217;emozione sul podio durante l&#8217;inno di Mameli quando uno si  dice disposto, come si cambia velina, a cambiare passaporto alle prossime  olimpiadi se la federazione non gli mette a disposizione il suo allenatore  (francese) preferito. Ad Aldo Montano sarebbe giusto ritirare, se non la  medaglia olimpica, tutte le onorificenze che sono state attribuite. e in attesa  del cambio di passaporto, ritirargli il permesso di soggiorno (agli allenamenti  della nazionale).</p>
<p><a href="http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/sport/scherma/montano-emigra/montano-emigra.html">Leggi</a> la notizia sull&#8217;esilio di Aldo Montano</p>
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		<title>Promemoria</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Aug 2008 15:45:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se state seguendo i giochi olimpici, può essere sempre utile conoscere le regole della scherma.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Se state seguendo i giochi olimpici, può essere sempre utile conoscere <a href="http://www.remobassetti.com/Blog/?p=241">le regole della scherma</a>.</p>
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		<title>I blogger olimpionici</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Aug 2008 20:34:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi giorni ci racconteranno i giochi di Pechino in tutti i modi, ma ce n&#8217;è uno particolarmente curioso che compare alle Olimpiadi per la prima volta: si tratta dei blog curati dagli stessi atleti in gara, che vengono aggregati qui.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni ci racconteranno i giochi di Pechino in tutti i modi, ma ce n&#8217;è uno particolarmente curioso che compare alle Olimpiadi per la prima volta: si tratta dei blog curati dagli stessi atleti in gara, che vengono aggregati <a href="http://summergames.lenovo.com/?language=it">qui</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le regole della scherma</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 17:39:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La scherma si divide in tre specialità: fioretto, spada e sciabola. Diverse sono le armi e diverse sono le regole, che incidono anche sull’atteggiamento tattico.
Nel fioretto si colpisce validamente solo di punta, e il bersaglio per fare il punto è costituito dal tronco. La parte superiore, quindi, escluse braccia e testa. L’ideale è colpire senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La scherma si divide in tre specialità: fioretto, spada e sciabola. Diverse sono le armi e diverse sono le regole, che incidono anche sull’atteggiamento tattico.<br />
Nel fioretto si colpisce validamente solo di punta, e il bersaglio per fare il punto è costituito dal tronco. La parte superiore, quindi, escluse braccia e testa. L’ideale è colpire senza essere colpiti. Ma cosa accade se gli schermitori si toccano entrambi? Se uno colpisce molto prima dell’altro il punto lo fa lui. Quanto prima è impossibile dirlo, non c’è un tempo prestabilito: è una cognizione che si acquisisce con la pratica, ma comunque stiamo parlando di frazioni di secondo. Se non c’è questo scarto temporale e gli schermitori si colpiscono entrambi, tendenzialmente il punto lo fa uno, quello che compie l’azione “giusta”. Qual è la logica dell’azione “giusta”? Per capirlo pensiamo al duello, dal quale la scherma mutua le sue regole. Se in duello il mio avversario mi si precipita addosso, io debbo preoccuparmi di deviare la sua lama con il mio ferro per impedirgli di colpirmi. Se, invece, mentre l’arma mi sta per trapassare mi limito a dirigere anch’io l’arma verso di lui compio un’azione suicida: magari muore anche lui però io muoio di sicuro. In funzione di questo ragionamento, la prima regola è che se due schermitori si colpiscono entrambi il punto lo fa quello che attacca, cioè si muove in avanti con le braccia e con le gambe. Se però quello che si difende sposta la lama dell’avversario con la sua e quindi “para”, il punto lo fa lui. Si dice, per la precisione, che si è trattato di una parata e risposta. In fondo, non è una situazione diversa da quella di due persone che contendono verbalmente. Se una persona mi rivolge delle accuse (mi attacca) non ha senso che gli parli addosso a mia volta ma è preferibile che “pari” le sue accuse e gli risponda per le rime. Un&#8217;ultima precisazione: immaginiamo che un fiorettista attacchi e colpisca la gamba e quello che si difende non riesce a parare ma colpisca comunque l’avversario in un punto valido, facciamo al cuore, tanto per inserire una nota melodrammatica (pochi sport, in realtà, sono fisicamente inoffensivi come la scherma).</p>
<p><span id="more-241"></span></p>
<p>Il punto in questo caso non viene assegnato, perchè quello che attaccava ha colpito sì ma fuori bersaglio e quello che si difendeva, diciamo così, non l’ha meritato perché sul piano dell’azione è stato superato dal rivale. Allo stesso modo, nel caso che i due fiorettisti si attaccassero nello stesso identico momento, e quindi compissero l’identico gesto, il punteggio non cambia. L’incontro dura sino a quindici, chi mette prima quindici stoccate (cioè fa quindici punti) elimina l’avversario e prosegue nel tabellone di eliminazione diretta.<br />
Nella sciabola il regolamento è sostanzialmente uguale. Anche qui per fare il punto bisogna attaccare, oppure parare e rispondere, oppure anticipare la stoccata dell’avversario con un tempo apprezzabile. C’è una piccola differenza nel bersaglio (valgono anche la testa, coperta da una maschera e le braccia) e una grandissima differenza: il colpo si può anche vibrare col taglio. Per essere più esplicativi, a costo di far storcere la bocca ai puristi, diciamo che nel fioretto si colpisce come si usa il cacciavite, nella sciabola anche come si adopera il martello (ma non con quella forza! Il movimento largo è controproducente). Questa diversità produce un atteggiamento tattico totalmente diverso. La sciabola è più dinamica e irruenta, il fioretto più tecnico ed elegante. Le azioni nel fioretto sono spesso precedute da lunghe fasi di studio e scandaglio, nella sciabola ogni azione si risolve per lo più in una manciata di secondi.<br />
Infine la spada. Qui ritorniamo al colpo valido solo con la punta, come nel fioretto. Ma il bersaglio valido è tutto il corpo, dalla punta della maschera all’alluce. E c’è un’altra differenza abissale, sia rispetto al fioretto che alla sciabola: se gli schermitori si colpiscono entrambi il punto viene assegnato a tutti e due, indipendentemente da chi attacca o da quale azione difensiva sia stata effettuata. Va da sé che la prima preoccupazione dello spadista sia quella di non scoprirsi, e questo rende la spada molto più fondata sull’attendismo che non il fioretto e la sciabola. I ragionamenti tattici, pur presenti, sono meno sopraffini, o almeno di tipo diverso, poiché centrale è la questione pura e semplice di colpire e non il modo in cui lo si fa. Alcune qualità fisiche, come l’altezza, rivestono maggior valore. Per uno schermitore dall’occhio allenato un incontro di spada può risultare meno spettacolare, ma indubbiamente per un profano la comprensibilità è assoluta, persino elementare.<br />
Gli schermitori combattono sopra una pedana e non debbono oltrepassarla all’indietro, altrimenti subiscono il punto. Punti di penalità sono previsti anche nel caso del reiterarsi di azioni scorrette, come provocare un corpo a corpo.<br />
Se passa un certo tempo senza che l’incontro sia finito, vince lo schermitore che in quel momento si trova avanti nel punteggio.<br />
Le gare a squadre si svolgono a staffetta, sino ad arrivare a 45 punti. Ognuno dei tre componenti la squadra deve tirare contro i tre della squadra avversaria. Se, per esempi, il primo incontro si conclude 5 a 2 per A contro B, C, compagno di squadra di A partirà da 5 e D, compagno di squadra di B, partirà da 2.</p>
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		<title>Il filo? Un fastidio la scherma? E cos&#8217;è?</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jun 2008 20:37:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I nostri lettori più  affezionati ricorderanno quest’ inchiesta già fatta tre anni fa.  Abbiamo ritenuto, tuttavia, che ripeterla non costituisce un doppione,  perché in questo lasso temporale le vittorie italiane si sono moltiplicate  e si poteva pensare che la gente si fosse più appassionata alla scherma,  memorizzando anche i nomi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I nostri lettori più  affezionati ricorderanno quest’ inchiesta già fatta tre anni fa.  Abbiamo ritenuto, tuttavia, che ripeterla non costituisce un doppione,  perché in questo lasso temporale le vittorie italiane si sono moltiplicate  e si poteva pensare che la gente si fosse più appassionata alla scherma,  memorizzando anche i nomi dei maggiori campioni. Il risultato in realtà  è deludente, proprio perché molto simile a quello precedente. Ciò  che sconforta non è tanto la prevalenza dei no sui si, alla domanda  “le piace la scherma?”, ma piuttosto la totale disinformazione che  nella maggior parte dei casi ha accompagnato l’una e l’altra risposta.  A vedere come solo il 35% degli intervistati sia a conoscenza della  regola più elementare, il significato del filo dietro gli schermitori,  cadono le braccia e viene da domandarsi se non sarebbe stato il caso,  nel corso di qualche trasmissione sportiva, di spiegare il funzionamento,  a livello elementare, del nostro sport,  per spogliarlo della sua  apparente occultezza congenita. Se non si riesce ad interessare il pubblico  ora che la scherma ha almeno il pregio di regalare all’Italia medaglie  a palate, davvero non si capisce cosa succederà quanto finiranno i  tempi delle vacche grasse.<br />
<span id="more-169"></span> Andando nei particolari  delle risposte, abbiamo già espresso l’opinione che il “non mi  piace la scherma”, faccia parte di una posizione di principio, come  del resto l’opposta affermazione. I più l’avevano vista nel corso  di sporadici filmati televisivi, obbiettivamente poco idonei, anche  per come sono abitualmente realizzati, a esaltare le virtù.<br />
Gli schermitori sono  considerati non violenti e intelligenti (da notare che chi ha indicato  la pazienza come dote imprescindibile, aveva precedentemente risposto  “no” alla prima domanda). Il fioretto è arma sufficientemente conosciuta,  e la spada e la sciabola sono state indicate, tutt’al più, in aggiunta,  mai da sole. Sul senso del filo dietro gli atleti, la fantasia degli  intervistati si è librata verso mete inattese (cosa aveva in testa  chi ha risposto: “è un orologio”, oppure “è atletico”?).<br />
Quanto ai campioni  conosciuti il solito Michele Maffei ha ottenuto un successo personale,  e non è un caso: è l’unico che sa propagandarsi da solo (a prescindere  dai suoi indiscussi meriti agonistici). Considerato che le nostre vittorie  nei Mondiali e in Coppa del Mondo sono continue, e pur sempre riportate  sui giornali, può sorprendere che così pochi nomi siano stati indicati.  Ma è chiaro che la gente leggerà pure di Cerioni che vince qua, la  Zalaffi che vince là: dopo due mesi, però, chi se li ricorda più?  I nomi, per usare un linguaggio da marketing, non vengono “imposti”  al pubblico. Appare esiguo il 18% di Dorina Vaccaroni: ma è più di  quello che può sembrare. L’intervista viene condotta su un campione  vario di persone, incluse massaie, disinteressate allo sport un tale  che è riuscito addirittura a domandarsi “e cos’è la scherma?”.  Sappiamo che i calciatori sono plurifamosi, eppure sono convinto che  se uno girasse per strada domandando “Sa chi è Dossena?” (e ho  preso uno dei migliori) risponderebbe si non più dell’80%. Facciamo  le proporzioni considerando comparse sul giornale e discorsi ascoltati  dagli altri, e vedere che anche 18% non è poco. Certo si obietterà  che svolgendo l’inchiesta a Venezia, per esempio, i risultati sarebbero  stati molto diversi. Ma ritengo che quelli sarebbero stati dati fuorvianti.  A Mestre tutti sapranno tutto della scherma, ma a  Ustica non conosceranno  manco cos’è. Napoli, invece, può fungere da centro medio, proprio  perché assomma persone di estrazione profondamente differente, ma dei  buoni schermitori, ma nessuno se ne frega, perché si pensa al calcio  ma inevitabilmente (se non altro perché è grande) diverse opportunità  di intraprendere discipline sportive, e quindi di sport si è portati  anche ad interessarsi. Insomma è un campione sufficientemente indicativo.<br />
Quanto ai cento intervistati,  sono stati divisi per quartieri principali, per ottenere un quadro il  più possibile realistico. Aldo Cuomo ed io abbiamo storicamente raccolto  i dati, agevolati, in verità, da una generale disponibilità. Certi  l’umanità è bella perché varia, e gli scortesi non mancano mai,  e nemmeno gli eccentrici.<br />
Tra i dinieghi almeno  uno merita di essere citato. Quello di una signora che, alla nostra  richiesta di fornirci rapide risposte per una indagine di carattere  sportivo, frettolosamente replicava: “Non lo so, non sono di qui”.</p>
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		<title>Ritratto di mio padre</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jun 2008 20:28:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vittorio Bassetti, mio padre, arrivò tardi, più che ventenne, alla scherma.
A diciassette anni aveva saltato 1.75 in alto, miglior prestazione stagionale di uno juniores. Aveva praticato la corsa a ostacoli, il canottaggio, giocato a tennis nella napoletana Villa Comunale (era nato a Roma nel 1925, ma a sette anni si trasferì all’ombra del Vesuvio) con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="content">Vittorio Bassetti, mio padre, arrivò tardi, più che ventenne, alla scherma.<br />
A diciassette anni aveva saltato 1.75 in alto, miglior prestazione stagionale di uno juniores. Aveva praticato la corsa a ostacoli, il canottaggio, giocato a tennis nella napoletana Villa Comunale (era nato a Roma nel 1925, ma a sette anni si trasferì all’ombra del Vesuvio) con il campione d’Italia Sirola&#8230;</span></p>
<p><img src="http://www.schermaonline.com/scherma/images/vbassetti70.JPG" alt="" /></p>
<p>Nella scherma, allora assai statica, aveva tratto beneficio dal consistente background atletico. In pochi anni si era classificato tra i primi dodici sciabolatori d’Italia.</p>
<p>Nel corso degli assoluti si era trovato opposto al nazionale Aldo Masciotta e dalla familiarità che questi aveva manifestato con la giuria comprese che doveva ridurre a nulla o quasi le possibilità di giudizio sulle stoccate. Riuscì a tenere a distanza l’avversario, andando avanti e indietro, e a imporre lunghi tempi morti all’incontro. Si arrivò così allo scadere del tempo sullo zero a zero (poteva capitare allora, e anche nella sciabola). <em>“Oh, adesso possiamo stare qui anche due giorni”</em> commentò ad alta voce. Dopo di che, sull’<em>a voi</em>, infilò lo scatto più veloce della sua vita e vibrò un plateale e decisivo traversone all’avversario, ancora immobile.</p>
<p>Le modeste risorse finanziarie lo costringevano a frequentare le gare in economia, e ove possibile cercava d’imbucarsi.<br />
Durante una gara internazionale, si sedette al ristorante degli atleti al tavolo del maestro livornese <strong>Bini</strong>. Quando arrivò il cameriere, si accodò con ampi gesti e muti assensi alle ordinazioni del commensale. Terminato il dolce se la squagliò, autorizzato da un cenno d’intesa di Bini. “Cameriere, mi porta il conto?” disse Bini. “Va bene signore, per due?” “Pe ddue?” obiettò sbigottito Bini. “ Ma il signore…” “So ‘na sega io chi era il signore, sarà stato un polacco, un russo, non parlava mai!”.</p>
<p>Mentre calcava le pedane lavorò come giornalista a &#8220;Il Tempo&#8221;, affiancandosi a colleghi forse meno dotati di lui ma più pazienti: sarebbero tutti più o meno diventati direttori di giornali o agenzie stampa, mentre lui abbandonò la partita.<br />
Frequentava con grande competenza le corse dei cani. I cavalli lo appassionavano meno ma animò per qualche tempo una sala corse, descrivendo in finta diretta radiofonica le corse agli scommettitori. In realtà le corse erano già finite, e lui badava a infilare il nome del vincitore solo sul traguardo dopo avere descritto con passione cavalcate sfibranti e sorpassi mai accaduti.</p>
<p><span id="more-163"></span></p>
<p>Il mestiere di maestro di scherma gli parve sufficientemente <em>bohemien</em> per il suo temperamento. Cominciò allenando i compagni di sala più giovani e gli universitari napoletani, poi cominciò a crescersi dei bambini. Rivelò una sorprendente vocazione pedagogica: il segreto per risultare credibile agli occhi dei rampolli era che non li ammaestrava da uno scranno cattedratico ma li conquistava dimostrandogli che sapeva fare più casino di tutti loro messi insieme. Trasmetteva poi la qualità fondamentale della sdrammatizzazione: la gara andava preparata con serietà ma se le cose andavano male non era una ragione sufficiente per guastarsi il buon umore.<br />
Con gli allievi si prestava alle gag più incredibili, e possedeva un repertorio continuamente rinnovato di scherzi. Una volta rallentò di un paio d’ore un campionato italiano per la circolazione di una presunta bomba da consegnare a un ufficio postale. Un’altra, soggiornando in albergo prima della gara, lasciò che gli atleti militari dell’Aereonautica scattassero puntualmente al suo passare sull’attenti, perché con la complicità di un capitano si era fatto passare per maggiore. E quando il receptionist gli citofonò in malo modo perché con gli amici faceva chiasso in stanza, scese nella hall immediatamente salutato dall’attenti dei militari che pregò di rimanere “comodi”, mentre il direttore, scoperto con raccapriccio che la camera incriminata era quella del maggiore, si scusava mortificato per il “dannatissimo equivoco”.<br />
Quando negli anni ’70 venne fuori il film “Amici miei” furono in molti a pensare che ne avesse scritto lui la sceneggiatura, tanto le celie di Tognazzi e compagni parevano prese di sana pianta dalla sua biografia. Il gruppo napoletano, raccolto attorno al suo maestro come fosse un santone, destava simpatia e qualche volta invidia. Un paio di volte alla settimana passava la serata con loro in trattoria.<br />
Alcuni allievi ammisero che gli sarebbe piaciuto che il loro padre fosse stato il maestro Bassetti. Inevitabilmente, proprio tale immedesimazione filiale, col passare degli anni, scatenò rivalse edipiche ed emancipatorie, ed uscì dalla cappa deamicisiana. Ciò provocò diversi dispiaceri al maestro Bassetti, che ai ragazzi aveva offerto tutto se stesso, il che significa anche i suoi non pochi difetti. Però aveva sinceramente promosso e vissuto le loro vittorie con una passione e un affetto che ampiamente travalicavano lo stretto tornaconto narcisistico.<br />
Al suo funerale nel 1996 schermitori di diverse generazioni riapparvero, commossi. Mi fa specie, tuttavia, che nei dieci anni successivi, nessuno di loro mi abbia mai chiesto l’ubicazione della sua tomba.</p>
<p>Non si vorrebbe, peraltro, suscitare l’impressione che Vittorio Bassetti fosse nulla più che un buontempone.<br />
Fu maestro nelle tre armi: nella <strong>spada</strong> ebbe un prima categoria in <strong>Giancarlo Toran</strong>, suo ideale continuatore nella tutela sindacale dei maestri (si veda più avanti); nel <strong>fioretto femminile</strong> tirò su un’onesta squadretta che per due anni si piazzò tra le prime quattro d’Italia. Ma il suo pane fu la <strong>sciabola</strong> dove vinse con i suoi allievi oltre <strong>cinquanta titoli italiani</strong>. La squadra del <strong>Cus Napoli</strong> vinse ripetutamente gli assoluti e partecipò alla Coppa Europa. In campo internazionale vanno almeno ricordate le <strong>medaglie olimpiche Marco Romano</strong> e <strong>Dino Meglio</strong>, ma furono tantissimi quelli valorizzati e non pochi quelli miracolati.<br />
Dal punto di vista tecnico portò in voga la linea in un’epoca in cui la sciabola non la considerava; per poi rinnegarla quando divenne esageratamente di moda. Non aveva però una ricetta specifica perché era convinto di doversi adattare lui alle caratteristiche dell’allievo. La sua maggiore forza era la tattica e in effetti i risultati erano frutto, più che della continuità delle lezioni, della capacità di far ragionare gli schermitori in pedana. A complemento, poi, si piazzava a bordo pedana e impartiva indicazioni al limite della teleguida. Dopo avere guardato uno sciabolatore per un assalto aveva perfettamente capito quali fossero i suoi riflessi condizionati e quindi previsto le sue azioni, quasi come un veggente. Tutti i suoi atleti, così, risultarono efficaci nei controtempi e nelle seconde intenzioni.</p>
<p>Altro suo primario campo di attività fu la tutela sindacale dei maestri di scherma. Riuscì persino a ottenere la presentazione di un disegno di legge relativo a un albo professionale della categoria, per proteggerla dall’abusivismo. Ma soprattutto fu protagonista di epiche battaglie che ruotavano attorno all’Associazione Italiana dei Maestri di Scherma, l’Aims. Fu <strong>vice presidente</strong> (ma sostanzialmente presidente, essendo a lungo dimissionario il presidente) <strong>dell’Aims </strong> in contrasto con la Fis, che, dopo varie fasi del conflitto, considerò decaduto quel consiglio direttivo e ne fece eleggere un altro. Ma quello di Bassetti, che contestava in primo luogo il principio per il quale un’associazione di maestri dovesse essere “organo interno della Fis”, non si dimise e convisse animatamente con l’altro.<br />
Quando il leggendario presidente della Fis, Nostini, fece ritirare registri e incartamenti del Consiglio osteggiato, Bassetti lo denunciò per appropriazione indebita. Era un periodo nel quale quasi tutti, dirigenti inclusi, s’inchinavano supinamente all’autoritarismo di Nostini e al suo scintillante carisma, e nessuno osò contrapporvisi con la decisione del maestro Bassetti, che di fascino del resto ne aveva del suo e di Nostini rappresentò per molti anni la vera opposizione.<br />
I due si combatterono ma anche stimarono: in ogni caso la sovraesposizione costò al maestro Bassetti lunghi anni di ostracismo dalle convocazioni federali per trasferte e allenamenti. Né egli poteva sopperire al deficit economico che ne conseguiva con la paga da fame che gli corrispondeva il Cus Napoli, con il quale pure ingaggiò un lungo contenzioso giudiziario.</p>
<p>I maestri di scherma in quel periodo erano anche privi della pur minima tutela sindacale, e in generale tenuti ai margini di ogni leva decisionale. Che uno di loro, un giorno, potesse diventare presidente della Federazione è ipotesi che avrebbe fatto inorridire i dirigenti di quell’epoca, che piuttosto avrebbero fatto campagna elettorale per <em>il boia di Treblinka</em>.<br />
Il maestro Bassetti, tuttavia, costituzionalmente inadatto a vivere una qualche forma di sudditanza, si tenne al centro delle varie elezioni dirigenziali, spostando pacchetti di voti o spingendo, non sempre con successo, suoi candidati. Nel corso degli anni si tirò addosso qualche critica per via dei frequenti spostamenti di alleanze.<br />
Le sue battaglie io le seguii tutte, anche perché me le raccontava in diretta da quando avevo sei anni, e posso giurare che mai una volta egli girò la faccia a qualcuno per sua convenienza o elaborò piani segreti alle spalle di chicchessia.<br />
Va tuttavia riconosciuto che, non essendo rancoroso, le inimicizie alla lunga gli venivano a noia e che il suo approccio verso il prossimo era dettato dalla polarità simpatia/antipatia, categorie che per effetto di una certa creativa propensione anarchica subivano frequenti rimescolamenti. Così, negli anni, si trovò talvolta a fianco di quelli che pure aveva avversato, e questo poté obiettivamente creare qualche disorientamento.</p>
<p>Un piccolo capolavoro lo compì a partire dal 1980, quando, tornando alla vecchia passione giornalistica che nel tempo aveva coltivato solo collaborando con “Il Mattino”, fondò “<strong>La Stoccata</strong>”, unica rivista specializzata di scherma, a parte il bollettino federale. Otto pagine in formato tabloid, teoricamente bimestrali ma in realtà cadenzate secondo gli estri del direttore.<br />
Dal punto di vista aziendale la conduzione del giornale era discutibile, e non soltanto secondo i criteri che insegnano alla Bocconi. Non di rado, <em>brevi manu</em> durante le gare, avvenivano sia la consegna delle copie agli abbonati sia la sottoscrizione degli abbonamenti stessi, che il nostro aveva l’abitudine di appuntare a penna dietro qualche foglio spiegazzato che estraeva dalle tasche. Ma chi prendesse oggi in mano quel giornale stenterebbe a credere, per la qualità sia delle idee che lo animavano sia dello stile grafico, che dietro di esso vi fossero sostanzialmente un’unica mente e un’unica mano. Le lampadine e il punteggio accesi dal lato di chi tocca e non di chi viene toccato, il ranking mondiale e nazionale, l’eliminazione diretta dal primo turno e molti altri aspetti regolamentari della scherma attuale trovarono sulla “Stoccata” la loro prima perorazione, quando ancora nessuno ne sosteneva la necessità. Ingessato da anni di stereotipati commenti alle gare da parte del bollettino federale, che voleva dal primo al quarantesimo di un torneo tutti efficaci nell’attacco come nella parata e risposta, l’ambiente venne salutarmente scosso dal registro, ora analiticamente tecnico ora ironico, del giornale: che non esitava neppure a bacchettare l’atleta di grido, il dirigente, il maestro, sollevandone la permalosità ma infine abituando tutti a non prendersi esageratamente sul serio.</p>
<p>Sotto il profilo stilistico “La Stoccata” conteneva spunti degni più di una rivista letteraria che di un giornale sportivo. Bassetti era irresistibile quando scriveva aneddoti storici, racconti di trasferte o distillava fulminanti sarcasmi in poche righe. La sua unica lacuna, a causa della volubilità nelle idee (che in politica lo portò a votare in vita per tutto l’arco costituzionale, dalla monarchia all’estrema sinistra), era la teorizzazione. Per questo l’editoriale era una vera sofferenza, che lo costringeva a estenuanti riscritture per intere giornate.<br />
Personalmente lo giudicavo quasi sempre insoddisfacente e nebuloso, e temperavo a un certo punto la mia perplessità più per solidarietà che per convinzione. Ma puntualmente accadeva il miracolo: tale era il carisma dell’uomo che i lettori, che per prima cosa si fiondavano sull’editoriale, vi scorgevano significati traversi e reconditi che mai l’autore si era sognato di sottintendere. Da lì si persuadeva egli stesso di averli partoriti, e quel senso finale circolava col suo avallo, come un’opera d’arte contemporanea accetta talora di essere ultimata dalla posizione concettuale dei suoi fruitori.<br />
In tipografia, per la composizione dei numeri, teneva da solo i ritmi di un’intera redazione.</p>
<p>Forse fu quel logorante impegno, unito all’accumulo di stress in una vita combattiva e certo non ripagata secondo i meriti dal punto di vista economico, a farlo precocemente ammalare di disturbi neurologici. Ebbe qualche episodio ischemico, che il suo medico tardò ad inquadrare. Nel giro di poco tempo la scioltezza del suo eloquio s’inceppò e lo sguardo diventò perso. Ci recammo da un neurologo famoso, che riceveva circa settanta pazienti per pomeriggio e che aveva sincronizzato e ottimizzato i tempi, arrivando a scrivere la ricetta mentre citofonava alla segretaria per far entrare il prossimo. Ci teneva, comunque, quel luminare a dimostrare che si ricordava bene di chi aveva in cura, ma non sempre ci prendeva. “Oh, il nostro aviatore” disse a mio padre quando entrò da lui la seconda volta. Eppure, nel giro di pochi mesi lo recuperò. Al settanta per cento, magari, che però per un soggetto sopra la media non era nemmeno poco.</p>
<p>Ma fu a quel punto che Vittorio Bassetti dimostrò, al massimo grado, il suo talento per vivere. Da mondano egocentrico che era stato si trasformò in un saggio misurato. Tirò fuori una grande e serena capacità di ascolto del prossimo, che pure non era mai stata la sua specialità. Lui, che quando un appuntamento era alle otto di mattina al lato opposto della città potevi stare certo che a quell’ora stava facendosi la barba, adesso arrivava mezzora prima dovunque. Si ritirò sostanzialmente dalla scherma (chiusa al tredicesimo anno “La Stoccata” e durata un anno la pregevole parentesi di un’agenda monografica sul suo sport), rifiutandosi di invecchiare pateticamente in pedana, e snobbò cerimonie e premiazioni.<br />
Gli allievi compiangevano la ridotta verve, i nemici erano certi che in realtà dietro ogni elezione del comitato regionale o della federazione ci fosse, segreta, l’azione subdola del Grande Burattinaio: era inaccettabile, per tutti costoro, che Vittorio Bassetti, fottendosene della scherma, passasse ore fuori al suo balcone a rileggere gli amati De Filippo, Di Giacomo e Pirandello o a godere, con grande commozione, di piccole gioie. E senza mai spendere una parola di nostalgia per il passato viveva nel suo presente, con la medesima soddisfazione che aveva provato quando il suo presente comprendeva la quotidianità con i figli, quel po’ di gloria, gli incontri galanti e l’amata buona tavola.<br />
Nel 1996 aveva 71 anni. Aveva un cuore bizzoso, sotto controllo. A fine ottobre un ictus sembrava dovesse portarlo via. Lottò. Il 6 novembre mi telefonò, con un bel tono di voce, che non interpretai subito come voler lasciare un bel ricordo. <em>&#8220;Ti volevo tranquillizzare&#8221;</em>, disse. <em>&#8220;Stamattina ho provato a uscire, fuori dal portone di casa. Mi voglio riprendere.&#8221;</em><br />
Il giorno dopo fu l’ultimo suo.</p>
<p><img src="http://www.schermaonline.com/vittoriobassetti.jpg" alt="" /></p>
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		<title>Confusioni</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 20:42:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vittorio Bassetti
In questi tempi  si fa un gran parlare di concentrazioni editoriali, di rapporti fra  proprietà e stampa. Può un giornale mantenere l’obiettività se  perde la propria indipendenza economica? Il tema che, nelle sue applicazioni  più significative, investe addirittura la sostanza della libertà di  pensiero e dissenso in Italia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Vittorio Bassetti</em></p>
<p>In questi tempi  si fa un gran parlare di concentrazioni editoriali, di rapporti fra  proprietà e stampa. Può un giornale mantenere l’obiettività se  perde la propria indipendenza economica? Il tema che, nelle sue applicazioni  più significative, investe addirittura la sostanza della libertà di  pensiero e dissenso in Italia non manca di riproporsi, in minuscola  scala e conseguenze ben meno devastanti, anche in ambienti ridotti.<br />
E’ il caso  del nostro giornale. Nel quale non c’è alcun azionariato da conquistare.  Fondata sul volontariato e priva di pubblicità, “La Stoccata” si  regge sui suoi abbonati. E dato che la potenziale clientela non è granché  estesa (e non sempre risponde debitamente) conta anche su un contributo  della F.I.S.<br />
La Federazione  cioè, su richiesta de “La Stoccata” attualmente, e da qualche anno,  sottoscrive un certo numero di abbonamenti.<br />
Qualcuno magari  penserà che un siffatto legame possa influenzare la linea del giornale  e annacquarne lo spirito critico. Qualcun altro va oltre e pensa che  ciò non “potrebbe” ma “dovrebbe” avvenire. Tale teorizzatore  è il segreto della FIS Aldo Stefanini che ha, molto chiaramente, esternato  il suo pensiero al maestro Antonio Lo Mele, nel numero precedente, ha  scritto un articolo nel quale, peraltro con garbo e senza acrimonia,  faceva considerazioni, anche critiche su alcuno nostri massimi dirigenti.<br />
Stefanini ha  detto all’articolista che ciò che lo sconcertava era che il giornale  avesse pubblicato quel testo in prima pagina e senza dissociarsi “Sai,  noi gli diamo i soldi!”. “Si, ma anche noi glieli diamo” era la  pronta risposta di Lo Mele (dove il noi stava per gli abbonati). E Stefanini  di rimando: “Si ma noi molti di più!”.<br />
In realtà  questo colloquio ci ha fatto molto piacere. In primo luogo perché ci  dà l’opportunità di annunciare una nostra filosofia, crediamo da  molti condivisa, per la quale qualsiasi stipendio o contributo in denaro  non può comprare il pensiero e la dignità umana fermo restando che  lasciamo libero chiunque, incluso il dottor Stefanini, di pensarla diversamente  e comportarsi di conseguenza.<br />
Secondo motivo  di conforto è che, se riesce ancora ad irritare, “La Stoccata”  evidentemente riesce ancora a mordere. Testimonianza più attendibile  non si poteva ricevere.<br />
Infine ci fa  piacere che, al di là dello zelo di un funzionario, il Consiglio Direttivo  (ossia “quelli che ci danno i soldi”) mostri in buona parte, di  capire ed apprezzare il taglio e la finalità del periodico. Ci risulta  che, anche di recente, il Presidente Nostini, che già altre volte aveva  condiviso apertamente la funzione di critica costruttiva del giornale,  ha aggiudicato positivo che sulla “Stoccata” ogni tanto si legge  che qualcosa non va, perché non è possibile che sia tutto giusto e  ogni cosa fili alla perfezione, né alla FIS né in alcun altro luogo.<br />
Ha capito,  lui come gli altri, che se si tratta solo di alimentare un veicolo propagandistico  esistono forme più semplice ed economiche. La verità è che se contribuisce  alla vita del giornale, la FIS in questo modo, ci rende suoi amici.  Con la precisazione che, in un’ottica intelligente, amico è colui  che consiglia e critica, forse pure sbagliando, e che non si limita  a fare sì con il capo. Anche perché appartenente a quest’ultima  tipologia in giro c’è n’è più d’uno e (qualche volta) non c’è  bisogno nemmeno di dargli stipendi o contributi. Il sì con la testa  lo farebbe anche gratis.</p>
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		<title>Fermate il folle</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 20:40:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La Scherma]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[di Enrico Campoli
Grazie ad una persona  che ama davvero la scherma, &#8211; intesa come categoria assoluta, &#8211; da cui  pur mi dividono numerose idee, sono venuto in possesso di un articolo,  pubblicato dalla rivista francese specializzata “Ecrime Magazine,”  (n. 10 – 1987, pag. 30 – 31), a firma del Presidente della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">di Enrico Campoli</p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Grazie ad una persona  che ama davvero la scherma, &#8211; intesa come categoria assoluta, &#8211; da cui  pur mi dividono numerose idee, sono venuto in possesso di un articolo,  pubblicato dalla rivista francese specializzata “Ecrime Magazine,”  (n. 10 – 1987, pag. 30 – 31), a firma del Presidente della Commissione  di Propaganda della F.I.E., nonché Tesoriere della stessa, tale Sig.  René Roch.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Già il titolo dello  stesso è un programma niente male: “1989, Evolution ou devolution”.  Ebbene le follie che vi sono contenute hanno dell’incredibile. Dico  follie ma dovrei, ad essere più sincero, parlare di vere e proprie  baggianate, e quando penso che si tratta del Presidente di una Commissione  Internazionale mi si accappona la pelle.  Questo dirigente è una  mina vagante che sarebbe assai opportuno qualcuno provvedesse a disinnescare  in tempo.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Per ovvie ragioni di  spazio non mi è possibile riportare tutto il contenuto, e comunque  – a chi ha una discreta conoscenza del francese – consiglio di procurarselo.  Il divertimento, ve lo assicuro, è garantito.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Nel leggere l’articolo  la prima cosa che s’apprende è che la genialità del signor Roch  è stata provocata dall’analisi degli arbitraggi svolta in occasione  dei campioni del mondo di Losanna dove, &#8211; ha suo dire &#8211; , “anche i  migliori non hanno potuto evitare qualche errore”. A prescindere dal  fatto che l’infallibilità non è degli uomini, e meno che mai degli  arbitri, viene da chiedersi: ma quali erano questi migliori? Forse il  giapponese, il coreano, o il cubano che sono stati designati per la  maggior parte delle finali in virtù del principio della neutralità  assoluta? </span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Ma veniamo, dunque,  alle geniali “modificazioni che io preconizzo”. (Mi astengo dall’usare  punti esclamativi e soprattutto dal commentare quell’io maiestatico  del tutto fuori luogo).</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Esse sono:</span></p>
<ol type="1">
<li><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">l’unificazione del tempo    d’esecuzione schermistico per fioretto e sciabola;</span></li>
<li><span style="font-size: small; font-family: Calibri;"> l’eliminazione del bersaglio    non valido nel fioretto;</span></li>
<li><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">l’uso di cellule fotoelettriche    sul limite del metro (e dei due metri per sciabola e spada) di modo    che lo schermitore abbia un certo terreno a disposizione da utilizzare    senza che l’arbitro debba segnalarli nulla più se non l’avvenuto    superamento del limite, che fa arrestare automaticamente l’apparecchio;</span></li>
<li><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">l’istituzione del colpo    doppio anche per la sciabola e il fioretto;</span></li>
<li><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">l’utilizzazione di cartoncini    per gli avvertimenti (come nel calcio cioè) ma per le modalità nessuna    parola;</span></li>
<li><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">le divise e le attrezzature    degli atleti in pedana multicolori;</span></li>
<li><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">la sostituzione della classica    pedana con un più moderno ring.</span></li>
</ol>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Non sto qui a controbattere  minuziosamente l’assurdità delle proposte anche perché alcune si  commentano da sole.</span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Quel che meraviglia  non è tanto l’astrusità (di cui ognuno si assume la responsabilità  della propria) quanto in certi casi l’erroneità di certe posizioni  di partenza.</span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Partiamo dal bersaglio  non valido nel fioretto. Il sig. Roch motiva questa innovazione sulla  scia – afferma – di quanto accadrà nella sciabola elettrica. Egli  dimentica, ma forse ignora, un particolare fondamentale e cioè che  nella sciabola elettrica il bersaglio non valido non è stato affatto  eliminato, tant’è che vi saranno due assessori preposti appositamente  alla segnalazione dello stesso. Più semplicemente, dunque, per la sciabola  elettrica non s’è trovato l’accorgimento tecnico per inserire nella  segnalazione elettrica anche il bersaglio non valido (o meglio ciò  avrebbe fatto lievitare ancor più i costi). Sul merito poi della c  osa è meglio lasciar perdere.</span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Quella dell’applicazione  delle cellule fotoelettriche ha un qualche fondamento ma anche qui esprimo  forti perplessità sul rapporto costo dell’operazione e reale beneficio.  Circa il colpo doppio anche nel fioretto e nella sciabola cosa volete  che dica: è uscito di senno. A suo avviso questo sarebbe un modo eliminare  i simultanei, in quanto statisticamente (!) nella spada ce ne sarebbero  di meno proprio perché conteggiati nel punteggio. Ma cosa centra questo?  Allora tanto vale eliminare qualsiasi concetto di convenzione.</span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">E poi viene da  chiedere: qual è utilità di mantenere tre armi distinte visto che  oltre al colpo doppio egli  vuole anche unificare il tempo schermistico  del fioretto e della sciabola? Cosa rimarrebbe come diversità: solo  il differente bersaglio? Sic. </span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Per quanto riguarda  i cartoncini per gli avvertimenti anche il G. S. A. italiano ci si è  provato. Si può anche fare ma è necessaria una preventiva opera di  assemblaggio e semplificazione dell’intera materia degli avvertimenti  in non più di 3 categorie. In caso contrario le idee e gli eventuali  spettatori gli e le confonderemo ancor più che adesso (dove capita  che non si accorgono di niente). Infine del ring – pur comprendendo  la provocazione – c’è da dire che meglio non si potevano sintetizzare  le stupidaggini precedenti. Si può dire che essa ne è la somma ideologica. </span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">La verità e che  la scherma non potrà mai essere uno sport popolare a mò del calcio,  della pallacanestro, della boxe perché mentre per tutti gli sport il  risultato è sempre più o meno facilmente comprensibile non altrettanto  può dirsi per la tecnica che porta ad esso. </span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Mi spiego meglio:  nel calcio la palla deve entrare in un determinato spazio e vince chi  riesce a farlo più volte; nella boxe vince chi dà più cazzotti; e  fin qui ci siamo perché nella scherma vince chi colpisce con un’arma  più volte l’altro. Ma la differenza sta nella tecnica. Da una parte  ci sono cose facili e visibili grossolanamente (che sò: la finta, il  dribbling, la parata, il tunnel), dall’altra cose difficili da vedere  (la cavazione in tempo, la circolata, il filo).</span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Allora cosa pensano  queste menti lucide? Semplifichiamo la tecnica, riduciamo il tutto ad  un gioco di due lampadine colorate. Questa è la strada più semplice  ma non sempre la semplicità và d’accordo con l’intelligenza.</span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Cosa voglio dire  con questo? Che la scherma sarà sempre uno sport per pochi, e che l’intelligenza  non sta nel renderlo uguale agli altri bensì nel renderlo intelligentemente  distante. E’ una scelta obbligata la nostra: non possiamo per andare  incontro alla popolarità depauperarlo tecnicamente, il successo, ammesso  che così si raggiunga, sarebbe un fuoco di paglia. Chi sogna un incontro  di scherma in un palazzetto da 20.000 deve rendersi conto che non c’è  bisogno di simili stravolgimenti che creerebbero addirittura un altro  sport.</span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">E’ necessario  invece cercare di divulgare il nostro sport e farne conoscere i contenuti:  pian piano, con certosina pazienza, fidando nell’intelligenza dell’interlocutore,  non perdendo nulla della nostra eredità che non sia desueto (e Dio  solo sa quanto in tal senso c’è già da eliminare).</span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">“Chi pretende  l’impossibile non ha voglia di ottenere nulla”; credo che quanto  uno studioso italiano diceva nel settecento a proposito di velleitari  rivoluzionari s’addica profondamente alle farneticazioni del “folle  francese”.</span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;">Che qualcun –  che può – provveda a fermarlo ed a toglierlo da quella sedia. </span></p>
</ul>
<ul>
<p align="justify"><span style="font-size: small; font-family: Calibri;"> </span></p>
</ul>
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