La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Sono abbastanza convinto che alcune delle violenze che vengono commesse e poi filmate, vengono in realtà commesse solo per essere filmate (rinvio per questo all’articolo Delitti da display). Eppure i grandi scrittori riescono sempre a ricordarci come ciò che ci sembra nuovo e contingente sia in qualche modo o forma esistito in un passato lontano.
Mi è capitato così, nel rileggere alcune pagine de “La lentezza” di Milan Kundera di trovare queste righe:
La forma epistolare delle “Relazioni pericolose” di Laclos ci dice che tutto quanto i personaggi hanno vissuto l’hanno vissuto solo per raccontarlo, trasmetterlo, confessarlo, comunicarlo, scriverlo. In un mondo come questo, dove tutto si racconta, l’arma di più facile uso, e insieme la più letale, è la divulgazione. Valmont scrive alla donna una lettera di rottura che le darà un colpo mortale, ma questa lettera gli è stata dettata parola per parola dalla sua amica, la marchesa di Merteuil. In seguito, per vendicarsi la stessa Mereteuil fa leggere una lettera confidenziale di Valmont a colui che ne è il rivale. Da ciò nascerà il duello nel quale Valmont soccomberà. Dopo la sua morte la corrispondenza intima tra lui e madame de Merteuil verrà divulgata e la marchesa, braccata e messa al bando, finirà la sua vita nel disprezzo generale. In questo romanzo niente rimane un segreto esclusivo tra due esseri. Tutti sembrano vivere all’interno di un’immensa conchiglia sonora in cui ogni parola, anche solo sussurrata, rimbomba amplificata, in molteplici e interminabili echi (…) E’ questo il settecento? O l’uomo vive da sempre in una conchiglia sonora?
Eppure Youtube non lo conosceva Laclos e all’epoca de “La lentezza” neppure Kundera!
Mercoledì 21 sarò a Pordenone per un incontro su questo tema. Il sottotitolo è “Ironica riflessione sul mondo contemporaneo alla ricerca di nuove regole condivise e sulla criminalità a partire da un giallo tragicomico”.
Assieme a me saranno il Prof. Gian Mario Villalta ed il sindaco della città Sergio Bolzonello. L’appuntamento è per le 18 al Palazzo Montereale Mantica (corso Vittorio Emanuele).
Nel decennale della morte di Fabrizio De Andrè, e nel pieno svolgimento della guerra nel territorio di Gaza, vale la pena di rileggere un impressionate passaggio tratto da “Il pianeta di Mr. Sammler” che Saul Bellow scrisse nel 1970. Un drammatico e spoglio incontro in una foresta polacca tra due combattenti di opposte fazioni. Mr. Sammler, che nel corso del romanzo è un anziano uomo divenuto molto saggio e profondamente morale, mette in scena senza infingimenti la sua ferinità in una situazione simile a quella che Fabrizio De Andrè cantò nella Guerra di Piero.
Là, a distanza ravvicinata aveva sparato su un uomo che aveva disarmato. Gli aveva ordinato di lanciare via la carabina. Da un lato. Un bel metro abbondante dentro la neve. Cadde dritta e affondò. Sammler disse all’uomo di togliersi il cappotto. Poi la giacca dell’uniforme. Il pullover, gli stivali. Dopodichè il soldato disse a Sammler con voce sommessa: “Nicht schiessen”. Chiedeva che gli fosse risparmiata la vita. I capelli rossi, un grosso mento ispido di bronzo, respirava appena. Era bianco. Violetto sotto gli occhi. Sammler vide già la terra sparsa su quella faccia. Vide la fossa rinchiusa sulla sua pelle. Il sudiciume del labbro, le grandi pieghe della pelle che gli scendevano giù dal naso rigato di sporco- quell’uomo per Sammler era già sottoterra. Non era più vestito per la vita, era segnato, perduto. Doveva andare. Era andato. “Non uccidermi. Prenditi la roba”. Sammler non gli rispose, ma rimase là in piedi, a debita distanza. “Ho figli”. Sammler premette il grilletto. Il corpo giacque sulla neve. Un secondo colpo gli traforò la testa e la fracassò. Le ossa esplosero. La materia fuoriuscì.
Sammler arraffò tutto quello che poteva- fucile, bossoli, roba da mangiare, stivali, guanti. Due colpi nell’aria d’inverno: la riverberazione si sarebbe sentita per miglia e miglia. I capelli rossi e il grosso naso poteva vederli dai cespugli. Purtroppo gli sarebbe stato impossibile prendere la camicia. Le calze di lana puzzolenti, quelle sì. Le aveva desiderate con tutta l’anima. Si sedette sotto gli alberi scricchiolanti dell’inverno e mangiò il pane del tedesco. Insieme al pane si portò alla bocca un po’ di neve per inghiottirlo, chè era difficile. Non aveva saliva. La faccenda indubbiamente si sarebbe svolta in maniera diversa per un altro uomo, un uomo che durante quel tempo avesse mangiato, bevuto, fumato e il cui sangue rigurgitasse di grassi, nicotina, alcool, secrezioni sessuali. Nel sangue di Sammler non c’era nulla di tutto ciò. Allora lui non era interamente umano. Stracci e carta, un involucro legato con lo spago, e tutti quegli oggetti sarebbero potuti volare dove volevano, se la cordicella si fosse spezzata. Non è che poi gliene sarebbe importato molto. A quel punto era ridotto. Ben poco per rispondere all’appello umano, alla supplica di una faccia distorta con i tendini che si aprivano a ventaglio nella gola.

Una raccolta differenziata delle utopie
Non si può negare che questa raccolta di piccoli saggi, realizzata da una cinquantina di intellettuali, sia un concentrato di intelligenze e un distillato di utili informazioni. Perché allora lascia addosso una punta di delusione? Perché il sottotitolo “Idee plurali per uscire dall’angolo” lasciava presagire qualcosa di più ardito della consueta onesta e fosca autocritica e dalle dietetiche ricette di buon senso. Salvo pochissime eccezioni, di solito più antagoniste che originali, le idee forti non decollano, e di utopie non si avverte l’odore nemmeno in una situazione in cui si tratterebbe di lanciare il sasso nello stagno, lasciando che sia la successiva mediazione politica a levigarne la scheggiante ruvidezza. Terrorizzata dal passato, che ha dato origine a un laboratorio frankensteiniano, la cultura di sinistra timbra oggigiorno il cartellino dentro un modesto ambulatorio di periferia, prestando una cura morbosa all’igiene. Le condizioni e precondizioni della società capitalistica in cui siamo immersi non vengono nella sostanza mai messe in discussione in nessuno dei loro aspetti fondanti, salvo stancamente ripetere la litania della non-esclusione dei soggetti marginali (s’intende, nei limiti del possibile). Sembra toccare alle idee di sinistra lo stesso destino che si vorrebbe riservato ai rifiuti: inceneritori, smaltimento in discarica, economico ri-uso mediante cessione dell’utilizzazione a terzi (persino nella rivalutazione dello stato la sinistra in questo momento si sta facendo scavalcare), e raccolta differenziata, quale rischia di essere questa raccolta di testi che alla fine non rinnovano cicli di energia e non raggiungono una sintesi capace di creare e pungolare un nuovo militante. Il problema, come scrive Tomas Maldonado, è che la necessità di andare oltre la sinistra, caldeggiata dal post-modernismo politico, non è altro che un modo camuffato di andare a destra. O anche, come scrive Gianfranco Pasquino, che “democratico” non è affatto qualcosa di più di “democratico di sinistra”. E’ “semplicemente qualcosa di più vago, di meno caratterizzante, di poco impegnativo”. Le pagine più lucide sono quelle di Marco D’Eramo sulla voce (il libro è concepito come una piccola Encyclopédie) “Moderatismo”: “Nessuno è più estremista del vero moderato: perché non si è mai abbastanza moderati. C’è sempre qualcuno ancora più moderato del moderato che lo ricatterà di non essere abbastanza moderato (…) E’ curioso come in politica il termine “moderato” sia diventato positivo mentre in tutti gli altri ambiti della vita è negativo, soprattutto nella forma avverbiale: se una persone è moderatamente intelligente non vogliamo dire che è un genio. E se è moderatamente simpatica non ce ne stiamo innamorando. In politica no. Essere moderati è un’ideale di vita, un’aspirazione estetica, persino un’utopia (…)I leader del centro-sinistra devono avere subito traumi infantili o-appena nati- essere stati abbandonati sul sagrato di qualche chiesa: in effetti il leader moderato sente uno spasmodico bisogno di essere accettato: benedetto dal Vaticano, invitato nei salotti buoni, lodato dai banchieri di Francoforte (…) Karl Rove ha scoperto l’uovo di Colombo quando ha notato che in un sistema bipolare ci sono non due ma tre partiti. C’è la destra, c’è la sinistra, ma poi ci sono gli astensionisti che da noi costituiscono circa un terzo dell’elettorato. Secondo Rove è proprio questo partito a inficiare la teoria dell’inevitabile corsa al centro: in questa corsa, infatti, i poli perdono votanti perché molti elettori che voterebbero un partito nettamente di centro o nettamente di sinistra perdono le motivazioni e disertano le urne”. Ma qui siamo già dentro alla strategia. La questione è a monte: potrebbe anche essere concepibile annacquare il proprio programma in nome di una decisiva alleanza elettorale, quello che è inaccettabile è elaborarlo già annacquato, inglobando l’alleanza dentro le radici stesse del partito. E’ per questo che il signore della vignetta di Altan, che chiude il volume, può dire alla moglie: “Non c’è più la sinistra” e ascoltarne la saggia lamentela: “Oddio. Adesso mi resti tutto il giorno in casa a girare in ciabatte”.
Leggi il contributo di Gad Lerner, sulla questione Rom
Vai alla scheda del libro su lafeltrinelli.it
Francesco Durante, “Scuorno” (Mondadori) - A Napoli neppure le maleparole sono più quelle di una volta. L’idea di concentrarsi (anche) su quest’indicatore per riflettere sulla decadenza della città è contenuta nel colto e piacevole “Scuorno” di Francesco Durante, un saggio scritto con un andamento narrativo, edito da Mondadori. Durante scrive che pure la carica vitale e sboccata del dialetto è scivolata in “un’afasia che va verso l’adozione di un linguaggio minimale”. Ricordo che una parola come “cazzimma” veniva presa a modello nei corsi di linguistica, per quanto complesse sono le sue sfumature, che la rendono persino insuscettibile di traduzione letterale. Oggi “sfaccimma” o “bucchì” sono intercalari oppure tappabuchi per tutte le occasioni (come capita nella lingua laotiana, dove alcune parole assumono una quantità grottesca di possibili significati), suscettibili di indicare spregio o ammirazione per effetto di una minima variazione di tono. Viene forse a cadere l’ultimo già debole anello di contatto tra il proletariato e la borghesia napoletana, che sapeva usare la sconcezza verbale dandole il lustro di un vezzo aristocratico. Pure le maleparole ormai sono una chiavica. Oppure sono munnezza, epiteto piuttosto trendy. (Adottato persino da una pubblicità municipale a difesa della città. “Munnezza a chi?” c’era scritto. Il sociologo Mimmo De Masi mi raccontava che si era immediatamente dimesso da assessore per non sottoscrivere questa pubblicità. “Come munnezza a chi?- ripeteva con la sua trascinante teatralità- “A te! possono rispondere. Come uno cecato che dice: Cecato a chi?”).
In tributo della bella volgarità di una volta, si trascrive a seguire una poesia del Marchese di Caccavone (1798-1873).
Taniello ch’ave scrupole
Mò che se vo’ nzorà
Piglia e da Frà Liborio
Va pe’ se confessà
Patre- le dice- i’ roseco
E pe niente me ‘mpesto
Ma po’ dico o’ rosario
E chello va pe chesto
Patre, ‘ncuollo a le ffemmene
Campo e ‘ncopp a nù burdello
Me sento messe e prediche
E chesto va pe chello
Jastemmo, arrobbo…’O prossimo
Spoglio e le dongo o’ riesto
Ma po’ faccio a’ llemosina
E chesto va pe chello
E mo Patre, sentitela,
St’urtema cannonata:
la sora vostra Briggeta,
me l’aggio ‘nzaponata…
Se vota Fra Liborio:
Guagliò, tu sì Taniello?
I’ me ‘nzapono a mammeta
E chesto va pe chello!

In questa fase sabbatica di Giudizio Universale, c’era davvero bisogno di qualcuno che riempisse il vuoto creatosi nel mondo della critica. Ed eccolo qui infine:
Il Ministro per i beni e le attività culturali, Sen. Sandro Bondi, inaugura questa rubrica dedicata alla recensione di libri, soprattutto quelli editi dalle piccole case editrici, realtà preziose per la divulgazione della cultura nel nostro Paese. “Credo sia un dovere istituzionale promuovere e sostenere le piccole e medie case editrici e più in generale la divulgazione del libro”.
Si avvicina la fine per il monopolio culturale della sinistra?
Vai alla pagina del MIBAC contenente le recensioni di Sandro Bondi

Adriano Prosperi, “Giustizia bendata” (Einaudi) - Il problema della giustizia, da sempre, è il falso in bilancia. Il più classico degli strumenti di peso, infatti, si accompagna alla tradizionale iconografia della giustizia, a rivendicarne l’equilibrio. Ma ci sono state epoche e luoghi in cui per esplicitare la neutralità e saggezza del giudicare si è fatto ricorso a immagini diverse, e il dotto Adriano Prosperi ne dà puntuale conto nella “Giustizia bendata” (Einaudi). Tra questi simboli proprio la benda è il più sorprendente. In Italia non ha mai attecchito, però nella Germania riformata cominciarono nel Cinquecento a circolare quadri e incisioni che ritraevano la figura femminile della Giustizia con gli occhi coperti. Si trattava di una precisa congiuntura storica, poiché il diritto comune scritto stava sostituendo quello consuetudinario. Alcuni guardarono a questa fase come l’avvento del caos, e la benda era un modo satirico per sbeffeggiarla; ma, nello stesso periodo, prese piede un filone opposto, per il quale la forzata cecità era la migliore garanzia di terzietà. Non è da escludere che quest’ultima corrente sia stata un’abile e pronta appropriazione di quella antagonista, cronologicamente anteriore. Un po’ come quando Craxi cominciò a scrivere sull’Avanti gli editoriali col soprannome Ghino di Tacco che gli era stato spregiativamente affibbiato da Eugenio Scalfari.
I dipinti e disegni italiani, peraltro, ritraggono non di rado la giustizia con lo sguardo che oltrepassa gli osservati oppure rivolto verso il cielo, ad attendere l’indicazione divina, disinteressata allo scenario caotico che le si para davanti (peccato che tra le tante riproduzioni proposte dall’autore manchi l’Allegoria della giustizia di Luca Giordano, del 1570 e conservata a Budapest, che è forse la più complessa opera su questo aspetto del tema. E vi figura anche un putto bendato).
L’assenza dello sguardo sulle cose serve a conferire alla giustizia un volto sgombro dalla collera e dalla passione. Ma in questo modo si confonde tra giustizia e giudizio. Spesso si ritiene che la domanda alla base della giustizia sia: come deve essere il giudizio? E la risposta è: equilibrato e imparziale, alieno da emozioni. Senochè la giustizia nasce da una domanda logicamente precedente: perché si deve pronunciare un giudizio? Nella scelta di giudicare c’è proprio una volontà di schierarsi che è guidata dalla passione, dall’empatia, dalla rottura dell’equidistanza. A nulla di questo somiglia la giustizia dei giorni nostri, stanca e algida macchina amministrativa. Bendata, o forse con un paio di ray-ban.
Francesco Piccolo, “La separazione del maschio” (Einaudi) – In un periodo in cui tanti libri vengono scritti come sceneggiature, pensando già alla traduzione in film, è apprezzabile che uno sceneggiatore di valore come Francesco Piccolo (che lavora con Nanni Moretti) tenga fede alla sua estrazione di scrittore e realizzi un’opera narrativa intensamente letteraria. “La separazione del maschio” (Einaudi), ha una trama strutturalmente semplice, la storia di un uomo che si sente teneramente marito e padre, ma ossessionato dal sesso ed incapace di sensi di colpa si disperde in una serie innumerevole di rapporti erotici e a suo modo sentimentali. Piccolo, piuttosto, usa il cinema a pro della letteratura: e così non solo attribuisce al suo protagonista il lavoro di montatore, ma eleva il montaggio a inesauribile fonte metaforica. Il montaggio è un addestramento alla vita coniugale, perchè il confronto col regista fotogramma per fotogramma è un’esasperazione della vita quotidiana che spinge al reciproco rancore i suoi animatori, chiusi nella gabbia dei dettagli, ma costringe ad un certo punto a recuperare il filo della logica narrativa; il montaggio consente di spezzettare digressivamente il lavoro, in modo che alla fine la delusione per una scena sia compensata dalla soddisfazione per un’altra, come può avvenire per un uomo immerso in esperienze apparentemente contraddittorie ma dal suo punto di vista complementari; il montaggio produce una lenta modifica del film quale era stato girato, prendendo dai fatti “tutto ciò che serviva e cerca di fare meglio, tradendoli se è necessario”, e in questo senso è una quasi-verità: come l’oblio e la menzogna rimodellano, anche con un’unica omissione, i comportamenti inaccettabili. Lo stesso romanzo è una sequenza di fotogrammi, sempre filtrati dall’interpretazione del narratore. E’ un montaggio alla Ejzenstejn, sviluppato per conflitti, vista l’apparente difficoltà di comporre un quadro psicologico individualmente armonico.

