La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Oggi il romanzo Stanno uccidendo i notai viene segnalato dal blog AgenzieImmobiliari.it:
Devo riconoscere che anch’io, vittima dei pregiudizi e degli stereotipi, tanta fantasia non me l’aspettavo in un notaio.
Un altro bel commento viene inserito da Skizotonic su Anobii.
Leggi il post su AgenzieImmobiliari.it
Vai alla scheda di Stanno uccidendo i notai, su Anobii
Il testamento olografo è quello scritto di pugno dal testatore, senza intermediazioni del notaio nè di altri. Il libro Essendo capace di intendere e di volere (Sellerio 1992), di Salvatore De Matteis, ne raccoglie alcuni risalenti alla prima metà del Novecento; opere che rivelano in poche righe situazioni spesso paradossali e umorismo nero a piene mani: dal malato che si augura ancora di sopravvivere alla consorte (”Ma lei si è sempre curata bene e schiatta di salute alla faccia mia che non ce speranza”), a quello che chiede di essere seppellito con lo “iochitochi” nel caso si risvegli e possa così chiamare l’erede per essere tirato fuori (”Se mi sveglio e lo chiamo e lui non risponde gli mando l’anatema e nessuno potra’ per questo condannarmi, nemmeno San Giuseppe. E se poi esco vivo dalla bara gli tolgo l’eredita’ a lui e a San Giuseppe, cosi’ avranno piu’ tempo per distrarsi”).
Leggi l’antologia dei testamenti olografi, dal sito notaio.org
(fonte: Sorciccio)
Al telegiornale delle 20, ieri sera. Il primo argomento di cui si parla è la notizia principale della giornata, ovvero le nuove misure per la sicurezza che portano l’esercito a pattugliare le strade. Come in altre recenti questioni italiane, il problema chiave è la mancanza di autorevolezza: che si cerca, invano, di risolvere con il ripristino dell’autorità.
E la mancanza di autorevolezza, con la scomparsa delle norme condivise, è anche uno dei temi più importanti in Stanno uccidendo i notai. In un mondo dove tutte le regole vanno allo sfascio, figurarsi infatti cosa può succedere tra i criminali propriamente detti: che possono perfino ritrovarsi ad avere bisogno di un notaio…
Infine un altro dei casi del giorno, ovvero la squalifica di Andrea Baldini dalle Olimpiadi. E’ la prima volta fra l’altro che si parla di doping nella scherma, anche perché in questo sport occorrerebbe “doparsi il cervello” per migliorare le prestazioni. Ecco il terzo e ultimo estratto dal telegiornale di ieri:
Clamorosa iniziativa dei Notai di Verona: ad un prezzo simbolico è ora possibile lasciare le proprie volontà per evitare, in caso di situazioni estreme, l’accanimento terapeurico. Il Collegio Triveneto si inserisce così nell’attuale vuoto legislativo, destinato probabilmente a durare a lungo.
Leggi la notizia su Il Mattino di Padova
Su Repubblica (ed.Torino) di ieri, due pagine intere dedicate a Remo Bassetti: “intellettuale tra la sciabola e la penna”. Di Gian Luca Favetto.
Da ragazzo aveva il sogno di scrivere. A trent’anni è diventato notaio. Adesso che ne ha quarantasei un libro sui notai l’ha scritto, diviso in articoli invece che in capitoli: un notaio come protagonista e molti colleghi come vittime di un misterioso serial killer. Un romanzo ambientato a Torino, dai toni surreali, grotteschi. L’ha pubblicato a fine maggio Cairo Editore, s’intitola Stanno uccidendo i notai. E due mesi prima ha dato alle stampe un altro libro, un saggio, edito da Bollati Boringhieri, quasi un pamphlet: Contro il target. Un libro come una stoccata feroce e divertita.
E tutto da una stoccata comincia. Da una sciabola. Da un’arma bianca impiegata come una penna. Perché Remo Bassetti questo faceva: lo schermitore. A Napoli, dove è nato nell’ottobre del 1961 ed è vissuto fino al ‘91. Ha cominciato con il fioretto a sette anni, poi è passato alla sciabola. Il papà era maestro di scherma e proprio sciabola insegnava. E quando hai tirato di scherma, e hai tirato bene, questo rimani per tutta la vita: nel suo caso, sciabolatore. Così dovrebbe presentarsi, seduto dietro la scrivania nel suo studio affacciato su piazza Lagrange: sciabolatore, giornalista, scrittore, editore e notaio.
Quattro notizie lampo che dicono la persona Remo Bassetti, e la sua personalità: non ha cellulare; è dotato di un’ironica partenopea vanità; ha una forte etica che si traduce in leggerezza nell’affrontare la vita; la curiosità in lui è dote e non vizio. A mò di introduzione, osserva: “Credo si possa scrivere più serenamente, se dallo scrivere non dipende la tua esistenza quotidiana. Così ho cercato un mestiere che mi piacesse e mi permettesse di organizzare il tempo per fare anche altro”.
L’altro che ha fatto per primo è la scherma. “Per me è stata la cosa più importante fino ai trent’anni. Mio padre Vittorio è stato uno dei grandi maestri italiani di sciabola. A dodici anni, appena sono passato alla sua arma, ho vinto i campionati italiani giovanissimi. Per prepararmi alla gara, l’ultima lezione l’ho fatta nel salone di casa, dove papà mi ha insegnato la covazione in tempo”. Nel 1980 vince gli assoluti a squadre con il Cus Napoli. Nell’86 diventa maestro e comincia a insegnare. L’ultima gara la vince nel ‘90 a Rotterdam, il campionato mondiale maestri. E intanto studia, si laurea in legge, scrive per un paio di giornali, una rivista di scherma e il Roma di Napoli, prova il concorso da notaio e passa. Nel ‘91 gli tocca scegliere la sede. Non ci sono posti a Napoli e neanche in Toscana. Finisce a Torino. Cambia città e non tocca più una sciabola, chiude una fase della sua vita. Così gli sembra.
“Sono arrivato ai primi di gennaio del 1992 e pensavo di andarmene dopo qualche anno – racconta – Una grande tristezza al mattino. Mi alzavo alle otto meno venti e mi sembravano le quattro di notte. Credevo di non resistere. Abitavo in corso Dante e venivo in studio in autobus. Era deprimente. Poi invece mi sono trovato bene. Torino è ricettiva. Se uno lavora, è una magnifica città dove vivere. Però, come dice un mio amico, è come se qui ogni giorno si dovesse rinegoziare l’intimità”.
A Torino da quindici anni, come notaio, fa atti di società, di famiglia, immobiliari, successori. E poi fa correre idee, produce pensiero, offre spunti di riflessione. Al figlio ancora piccolo, il suo mestiere l’ha spiegato così: “Le persone vengono da me a farsi delle promesse e io faccio in modo, scrivendo, che poi siano costretti a mantenerle”. E aggiunge: “Il lavoro del notaio è una forma di magistratura preventiva”. Il resto che fa non è da spiegare, è da raccontare e da leggere.
Per due anni, dal 1993, organizza serate culturali. Nel suo studio, a discutere e presentare libri, passano Gad Lerner, Furio Colombo, Gianni Vattimo, Curzio Maltese. “Il consiglio notarile ha avviato un procedimento disciplinare – ricorda – Diceva che mi facevo pubblicità. Hanno chiesto la mia sospensione. Poi sembrava dovessi pagare 40 lire, questa era l’ammenda stabilita. Infine ho avuto una censura, che per me è una medaglia”. E finalmente, oltre a scrivere atti, comincia a scrivere libri. “L’uomo di oggi, specializzato negli interessi, nei consumi, nelle professioni, è una involuzione antropologica – nota – Se ragioni solo sulla tua materia finisce che non capisci niente nemmeno di quella”. Remo Bassetti spazia. Ha per modello l’intellettuale settecentesco: curiosità e istinto.
Il primo libro esce nel 1999 edito da Marsilio: Storia e storie dello sport in Italia. Dall’Unità a oggi. Il secondo è Derelitti e delle pene. Carcere e giustizia da Kant all’indultino, pubblicato dagli Editori Riuniti nel 2003. Gli ultimi due quest’anno, a due mesi di distanza l’uno dall’altro, il romanzo sui notai e il pamphlet che considera il target una rovina per l’umanità. In mezzo, nell’aprile 2005 s’inventa editore, direttore e titolista di un mensile come non ne esistevano, uno spazio per le idee, una rivista di giudizi: Giudizio Universale si chiama. Una sorta di catalogo del mondo dove si recensisce tutto, libri, musiche, film, spettacoli, oggetti, slogan pubblicitari, opinioni, uffici, processi e anche persone. E’ il suo specchio, il suo ritratto in forma di pagine. Se fosse una rivista, Remo Bassetti sarebbe proprio Giudizio Universale. Non la copertina, il contenuto.
Uno degli interventi più importanti su Stanno uccidendo i notai è apparso il 2 luglio, su Repubblica (edizione di Napoli). A scriverlo è Giampaolo Rugarli, e lo riportiamo integralmente. Ma attenzione: il pezzo contiene uno spoiler fondamentale, ovvero rivela il nome dell’assassino.
Remo Bassetti, napoletano, residente a Torino, notaio, è noto come intelligente operatore culturale. Dirige la rivista mensile “Il giudizio universale”, che certo non pecca di conformismo e meriterebbe di essere meglio conosciuta. Adesso Bassetti si propone come narratore, e pubblica presso Cairo il suo primo romanzo che ha un titolo di buon auspicio: “Stanno uccidendo i notai” (Milano, maggio 2008, pagine 336, euro 16). La storia raccontata – un killer seriale che imperversa contro chi ha la funzione di dare certezze – è un pretesto.
Un paradosso. E infatti il libro ha un andamento folle che ricorda “Helzapoppin” (”Il cabaret dell’inferno”), un film del 1942, che fu la bibbia di Mel Brooks, di Woody Allen e di John Belushi. Bassetti dunque va controcorrente, e, in un tempo che sembra non conoscere altro all’infuori della cronaca nera, ha il coraggio di essere inverosimile e ironico. Non è un piccolo merito.
Vediamo le cose più da vicino. Il notaio Lorenzo Capasso si muove su tre fronti: da una parte la “routine” professionale, da un’altra parte la messa a verbale delle attività di un giro di malavitosi (puttanesimo, droga, messe nere eccetera), infine il dissidio con la moglie Amalia, in attesa di una separazione con tutti i crismi di legalità. La moglie Amalia è forse il personaggio più riuscito del romanzo. Partenopea Doc, si esprime in un suo italo-napoletano con la visceralità e con la violenza di una vaiassa dei Quartieri (vaiassa, parrebbe, è la corruzione di bagascia): Amalia evoca schiattamuort, zoccole, strunz eccetera, e terrorizza il marito minacciando una separazione litigiosa, in luogo di un accordo amichevole. “A’ giudiziale facimm a’ giudiziale!” è il suo grido di battaglia.
Il povero Capasso finisce sempre per inciampare nel cadavere di un collega: ne conta cinque, e le efferatezze del misterioso assassino si moltiplicano, tra spoglie tagliate a pezzi o dissolte nell’acido o evirate o appese a testa in giù. Capasso vaga per una Torino notturna, e elegante, pacata, silenziosa: una città che custodisce un proprio arcano, un modello di perfezione, e che, in quanto tale, ha latebre consacrate all’occulto, alla memoria della medium Eusapia Palladino e alla Pazzia di Nietzsche (se non forse a Satana in persona). Se il romanzo di Bassetti fosse un giallo, come ne girano tanti, non direi chi è l’assassino, ma questa convenzione omertosa nel caso di specie è insensata, e lo scioglimento del dramma un po’ poco mi tocca: l’omicida è Cravero, il direttore di banca, e anch’io per alcuni anni sono stato direttore di banca, però non ho mai ucciso.
Non mi risulta che vi sia ruggine tra dirigenti bancari e notai, semmai vi è una sorte di implicita complicità, gli uni e gli altri chiamati ad essere testimoni, sia pure in ruoli distinti, di fortune talvolta figlie di vergogna.
Cravero, l’assassino immaginato da Bassetti, è in guerra contro la vita, il mondo e, di riflesso, contro chi attesta l’esistenza: il suo sentire è quello di un paranoico solo che (attenzione) le esplosioni demenziali che punteggiano il romanzo sono altrettante spie dei punti di crisi, di collasso della realtà intorno a noi. Consegue che il racconto di Bassetti, assurdo e demenziale per quanto concerne la vicenda, diventa di un realismo allarmante quante volte balena lo sfondo, l’habitat che, ahimè, non rassicura. L’autore non ha inteso narrare una storia di follia: semmai ha messo a rogito il contesto di viltà, di indecenza e di idiozia che ci assedia. Ha scritto un libro importante: si è ricordato di Campanile ma più ancora di Voltaire.
Viene puntualmente rievocata la disputa che appassiona il notariato, cioè il dilemma che oppone certificazionisti e sostanzialisti. Le funzioni del notaio devono limitarsi a dare il crisma della verità ai fatti accertati o devono spingersi oltre e, in qualche misura, la verità forgiarla o almeno aiutare a forgiarla? A ben guardare, l’interrogativo concerne tutti noi, chiamati a scegliere tra essere agiti ed agire: purtroppo delle due eventualità trova meno favore la seconda, e, al dunque, tutto o quasi tutto sembra andare alla deriva. Tant’è che il peccato più grave della politica, tra i mille che le vengono imputati, è non scegliere, non sapere e non voler scegliere (detto tra parentesi: fare ammoina non è decidere, i tricchetracche non vanno confusi con i colpi delle armi da fuoco).
Il romanzo di Bassetti ha anche il merito di non arretrare di fronte alle divagazioni: non vuole che il lettore sia divorato dall’ansia di andare alla pagina successiva, come nella letteratura attuale, ma al contrario suggerisce di indugiare e di pensare prima di passare avanti. E’ magistrale un capitolo che accompagna a un amplesso un sorta di radiocronaca, recitata dal protagonista maschile, cioè da Capasso: la genialità della trovata sta negli accenti del cronista che, anziché propiziare un’atmosfera di abbandono di sensualità e, perché no?, di peccato, descrivono quanto accade come in un trattato di fisiologia.
Bassetti ha inteso satireggiare (e non solo in questo capitolo) uno dei tic contemporanei ossia la pretesa di ragguagliare a scienza anche ciò che si sottrae, che deve sottrarsi al metodo sperimentale. Gli studiosi della psiche riflettano.
Bassetti non si fa mai sorprendere con la lacrima sul ciglio – un atteggiamento che approvo e condivido, perché un certo giornalismo e una certa narrativa, che si nutrono di umane sciagura e che speculano sconciamente sull’altrui dolore, alla lunga suscitano solo disgusto. Nondimeno azzardo il dubbio che il nevrotico Rachmaninov e il suo Secondo concerto per piano tocchino il cuore del nostro imperturbabile romanziere: e inoltre si avvertono trasalimenti nelle pagine che interessano Valentina, una figuretta femminile incantevole. Valentina finisce sbranata da un cane, e anche questa orribile morte tradisce la pervicace volontà di scansare ogni coinvolgimento emotivo.
Bassetti non vuole ammettere di essere innamorato di Valentina: mi scuserà se ne sono innamorato io.
Di ogni assassinio viene fornito un processo verbale, un rogito che, stilato con le clausole rituali, comprova l’avvenuta nefandezza, e immancabilmente conclude con la formula: Ego complevi et absolvi. E’ una vecchia formula, dove ciò che conta è l’”Ego sum”, attestazione dell’esistenza di chi ha operato, di chi ha voluto lasciare la sua impronta di sterminio alla faccia di tutti gli altri. Non per dare consigli, ma forse non guasterebbe un aggiornamento: meglio scrivere Berlusconi et Veltroni sunt, mentre le vittime sono gli italiani.
Su TorinoSette del 30 maggio, uno dei primissimi contributi sul romanzo in occasione della sua presentazione a Torino. Il pezzo è siglato G.Car., e lo riportiamo integralmente:
Per mestiere certificano le vite degli altri. Ma delle loro si sa poco o nulla. Caso raro tra le professioni, i notai hanno raramente guadagnato un ruolo da protagonisti in arte e letteratura. Ci voleva a sua volta un notaio, sui generis però (anche giornalista e scrittore), per renderli tali. Lui è Remo Bassetti, napoletano trapiantato a Torino, anche direttore della rivista “Giudizio Universale”; il libro, pubblicato per Cairo Editore, s’intitola “Stanno uccidendo i notai”, giallo grottesco che innesta sulla trama lineare nel noir di genere diversioni artistico letterarie e una più ampia riflessione sulla società attuale. L’autore lo presenta giovedì 5 giugno, alle 18, alla Feltrinelli di piazza Cln 251, insieme a Giuseppe Berta, Stefania Bertola, Bruno Gambarotta e Paolo Giordano. Ambientato a Torino, il romanzo segue le avventure di Lorenzo Capasso, notaio che stipula atti di accordi criminosi, a sua volta indagato per strani omicidi di stimati colleghi. “Ho voluto prendere in giro con ironica allegria stereotipi (veri e falsi) sulla mia categoria ma anche riflettere sulla società di oggi in cui le regole contano sempre meno” dice l’autore. Regole che invece la professione notarile concorre a fissare. “E non è vero che siamo tutti certificatori da firme inutili – sottolinea Bassetti -, come in ogni professione c’è chi lavora sulla sostanza e chi invece si ferma alla carta”.
Dal sito di Federnotai, riportiamo la relazione tenuta il 19 novembre 1999, in qualità di Segretario Nazionale della Giunta Federnotai (l’associazione sindacale di categoria).
L’espressione qualità, nell’accezione originaria, è ciò che attiene a qualcosa, come suo elemento essenziale. Con il tempo la parola, se non preceduta da ulteriore aggettivo, ha assunto una connotazione esclusivamente positiva: qualità sta per buono, utile, efficace. La frequenza, ossessiva e leggermente trendy con la quale si chiama in causa la qualità, è legata all’ascesa della figura che viene definita come consumatore e alla sua aspirazione di scegliere i migliori tra i servizi e i prodotti offerti sul mercato.
L’epoca della qualità appartiene al benessere, sottintende uno sviluppo economico compiuto, tale che le persone abbiano risolto i problemi inerenti alla quantità dei beni loro indispensabili per vivere e siano messi di fronte a una pluralità di alternative; oppure, quando si tratta di beni offerti dallo Stato in condizioni di monopolio, tale che essi abbiano diritto di esigere degli standard minimi.
Tuttavia la nozione è ormai suscettibile di estendersi al di là dei singoli beni, investendo l’intera esistenza individuale, cosicché è abituale sentire parlare di qualità della vita. E’ anzi accaduto che il termine, nato nell’osservazione del settore industriale, abbia cominciato a riflettere una ribellione contro la tecnologia, l’impresa, i ritmi della produttività, cosicché la qualità della vita viene misurata da altri indici: una dimensione dalla quale sia parzialmente assente lo stress, il recupero del contatto con la natura, un equilibrio psicofisico soddisfacente, una intensa relazionalità affettiva.
Articolo sui notai pubblicato da La Stampa.

La palma della più inattesa pubblicità dell’anno, per una volta, non spetta a Oliviero Toscani. La conquistano invece i notai. Per contrastare, al limite anche con suggestioni subliminali, la crescente acrimonia che essi incontrano presso il pubblico, l’Ordine professionale più austero d’Italia ha comprato intere pagine di giornali. Ma ciò non ha commosso gli estensori della “manovrina”, che ci annovera (anch’io sono notaio) tra gli Uomini Neri delle Rendite.
E’ da qualche anno che commentatori economici, leader politici, imprenditori e gente comune hanno maturato una certa ossessione negativa verso i notai. Eppure una persona normale li incontra non più di quattro o cinque volte nella vita, e tendenzialmente in occasione di eventi fausti. In più ci va (ci andava, ormai) per vendere la macchina, ma con un costo di trenta euro, e non cinquecento come dice Capezzone. Per le imprese sono un costo ridicolo. Risultano la prima categoria di contribuenti italiani. Non saltano mai fuori in uno scandalo.
Senza entrare qui nel merito della discussione sulla loro utilità sociale, il meno che si possa dire è che tanta attenzione critica pare quanto meno sproporzionata e svela, al di là di ogni argomentazione razionale, un fastidio quasi idiosincratico. C’è dunque qualcosa nei notai che urta contro lo Zeitgeist? E che cosa?

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