La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010








Contro il target,
Bollati boringhieri 2008



Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008




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Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento





Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003




Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento





Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999




Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento



Il Fermacarte
December 3rd, 2009


Cinque proposte per riformare la Casta, ispirate dal libro di Michele Ainis:

1) Vietare la partecipazione alle elezioni politiche a quei partiti che non rispettano adeguate regole di democrazia interna. Quindi di quelli che non eleggono in qualche modo i propri rappresentanti o non ricorrono ad alcuna collegialità per le scelte essenziali. Non è idoneo a governare una democrazia chi la disprezza in casa propria.

2) Prevedere un handicap di partenza per coloro che intendono seguire la carriera paterna (o materna). Un handicap riequilibratore di una disuguaglianza di partenza, ma non assolutamente un divieto. Non dimentichiamo che a volte proprio la continuità familiare è una garanzia di competenza e affidabilità.

3) Eliminare la possibilità per i controllati di nominare i propri controllori. Un esempio lampante e nocivo è quello dei membri della Corte dei Conti, ad oggi nominati per un quarto dal governo.

4) Variare il numero di parlamentari eletti in funzione dell’effettiva partecipazione dei cittadini alle elezioni politiche. Quindi, una situazione di astensionismo del trenta per cento determinerebbe la riduzione di un terzo degli eletti, motivando in questo modo sia gli elettori che gli eleggibili a considerare l’astensionismo un fenomeno fisiologico.

5) Limitare, per ogni carica elettiva, il numero di mandati a due.

(da giudiziouniversale.it)

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Giudizio Universale (estratti)
November 20th, 2009


Ecco l’editoriale di apertura per il nuovo Giudiziouniversale.it

E’ ormai indelebile nella memoria collettiva la maniera in cui Bettino Craxi fu espulso dal proscenio politico: sotto un lancio di monetine davanti all’Hotel Raphael. Caduto nell’oblio, invece, è uno dei modi principali con cui la scena politica cercò di guadagnarla. Un bel giorno se ne uscì dicendo una cosa del tipo: “Noi socialisti non ci riconosciamo nella tradizione marxista. E’ venuto il momento, piuttosto, di rivalutare Proudhon”. Forse chi fosse il filosofo lo sapevano in pochi, ma di sicuro erano il quadruplo, specialmente nell’ambito parlamentare, di quelli che lo sanno oggi. Eppure Craxi ritenne quel riferimento una mossa politica adeguata e spiazzante. Come si vede, dunque, egli non fu solo quel dubbio precorritore della modernizzazione, come oggi viene ricordato da coloro che intendono riabilitarne la figura, ma fu ancora e a pieno titolo un uomo appartenente a una fase culturale del nostro paese che sembra oggi lontana anni luce. Una fase nella quale il background della nostra classe politica era ancora informato a un’educazione umanistica e ai suoi codici. E’ evidente a tutti che oggi, per ignoranza non meno che per calcolo, nessuno si sognerebbe di citare Proudhon per prendere voti, avendo a disposizione argomenti e forme retoriche più spicce, volgari e didascaliche.

Ma a questo scarto, che potrebbe persino apparire un’evoluzione positiva, in senso democratico e anti-elitario, è direttamente collegata una conseguenza importante: ipocrita o meno che fosse il suo volare su temi elevati, Craxi dovette abbandonare il paese a fronte di alcuni scandali; oggi, scandali non meno impressionanti suscitano fastidio verso colui che li denuncia, e la reazione di una buona parte della popolazione si sostanzia in un: “E allora?”. Così, all’indifferenza di quella parte di popolazione ci si può appoggiare per rimanere al potere, giocando a semplificare la coincidenza tra consenso popolare e democrazia.

(more…)



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Il Fermacarte
November 18th, 2009


Il Corriere della Sera ha pubblicato ieri un approfondimento sul tema “carceri e stupefacenti”: e visto lo stato delle cose, la congiunzione si potrebbe anche omettere.

Nelle stupefacenti carceri italiane, infatti, il 25% dei reclusi è (per sua stessa dichiarazione) tossicodipendente.
Ma se si considerano tutti gli arrestati per violazione della legge sugli stupefacenti, secondo quanto riportato nell’articolo, otteniamo la cifra surreale del 60%: sei detenuti su dieci sono dentro per droga, laddove “droga” può significare qualsiasi cosa dallo spaccio di eroina al piccolo consumo di marijuana. L’attuale legge – che oltre a Giovanardi fu firmata dal noto liberale Gianfranco Fini – non fa nessuna distinzione, e per un grammo si possono prendere anche tre-quattro anni di galera (come dire, la modica sanzione di un anno per ogni 250 milligrammi).

L’autore dell’inchiesta, Andrea Garibaldi, è peraltro molto critico sull’idea stessa che i tossicodipendenti debbano stare in carcere:
“… perché sono allo stesso tempo vittime e autori dei reati che compiono, non sono in grado di autodeterminarsi, hanno bisogno di un aiuto per venirne fuori, non della violenza legata ad un luogo di reclusione. Entrano di solito per piccoli e medi reati legati alla ricerca di droga, possono uscire criminali”.

Il tossicodipendente non può che vivere in maniera drammatica la sua doppia condizione di detenuto e di malato, e ciò lo rende ancora più vulnerabile. Oltre ovviamente a non guarire dalla droga, inoltre, rischia spesso la vita: basti pensare alla detenuta che recentemente è morta a Lecce per avere inalato il gas del fornelletto che si usa per cucinare (essendo il gas l’unico “stupefacente” a sua disposizione in quella cella). Lo fanno in tanti, ma basta inalarne troppo perché entri nel naso il liquido e geli i polmoni, non lasciando scampo.

E’ dunque un grosso problema la crisi delle misure alternative al carcere. Ad esempio il programma “Dap Prima” che è stato in vigore fra il 2004 e il 2007, anno in cui sono terminati i fondi europei stanziati per il progetto (che avrebbe tra l’altro evitato la tragedia di Stefano Cucchi, e favorito il reinserimento sociale di tanti casi simili).

Ma la smobilitazione riguarda anche arresti domiciliari, sospensioni di pena, affidamenti in prova presso le comunità (oggi a beneficiare di queste misure sono un terzo dei detenuti rispetto al 2006): e qui i fondi europei non c’entrano, ma sembra esserci piuttosto un preciso disegno politico in atto.
Altro disastro, il trasferimento delle competenze sanitarie in carcere dalla Giustizia alla Sanità: le competenze sono state trasferite infatti, ma i soldi no, e quindi da più di un anno lo Stato non paga i rimborsi alle comunità.

E a questa situazione, già atroce, si aggiungono casi come il “reparto TD” di Rebibbia: che l’articolo di Andrea Garibaldi descrive come una sorta di Abu Ghraib italiana.
Tutto questo naturalmente, nel paese dove i giornali urlano titoloni ogni volta più indignati contro le persecuzioni giudiziarie delle toghe nei confronti di questo o quel politico.



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Il Fermacarte
November 16th, 2009


Da un articolo di Sergio Zavoli pubblicato oggi sul Quotidiano Nazionale, scopro che c’è in Parlamento una proposta di legge per regolamentare i programmi televisivi rivolti ai minori: “un regolamento in base al quale possano accedere al palinsesto i programmi televisivi nati per i minori solo se rispondenti alla necessità di promuovere e salvaguardare scopi socio-educativi, conseguibili attraverso modalità linguistiche, espressive, concettuali certificate da una sorta di bollino che indichi un si trasmetta oculato e vincolante”.

Alla parola “bollino”, viene subito da storcere la bocca: messa così, la proposta non sembra in effetti delle più liberali e sarebbe forte la tentazione di liquidarla ideologicamente.

Ma d’altra parte qui non si parla di modelli morali, ma di salute: in particolare, la salute dei bambini. E in questo senso bisogna ammettere che si va a toccare un tasto dolente della nostra società, nella quale proprio certi messaggi televisivi – la pubblicità dei fast food, per esempio – sembrano avere un nesso diretto con l’obesità infantile: che può sembrare magari una cosa da poco (almeno a confronto con il miliardo di persone che muore perché di cibo non ne ha abbastanza) ma più probabilmente sono due facce dello stesso problema.

Dove finisce allora la libertà dell’azienda di fare affari (anche tramite la pubblicità), e dove comincia quella del bambino a non subire condizionamenti dannosi per la propria salute? Un dilemma non facile, anche perché i dati concreti sulla situazione attuale fanno impressione:

[...] un bambino italiano che mediamente consumi 3 ore al giorno di televisione, nell’arco di un anno riceve 32.850 messaggi alimentari: 1 ogni 5 minuti, contro 1 ogni 10 nel resto d’Europa. Il rapporto tra questa specifica comunicazione e i comportamenti dei minori è stato sottoposto ad analisi da 24 reti televisive in 11 Paesi Europei, e la situazione italiana è risultata la peggiore.

Forse non è un caso che sia proprio l’Italia il paese europeo con il maggiore tasso di obesità infantile: quello dove l’universo del superfluo colpisce l’immaginario dei piccoli con la maggiore potenza di fuoco.

Certo si può discutere sull’efficacia della soluzione proposta, come più in generale pare utopistico (se non orwelliano) pretendere che la tv sia una buona maestra di vita ed offra alle giovani generazioni modelli positivi (ed in questo caso, salutisti). Ma almeno le si può chiedere di non offrirne di pessimi, questo sì.



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Il Fermacarte
November 13th, 2009


A questo punto, penso che il cattivo pensiero sia venuto un po’ a tutti: in Italia la “giustizia rapida” (anzi rapidissima) esiste già, anche se non viene applicata – come si usa nelle ormai antiquate democrazie occidentali – indiscriminatamente, ma in modi sempre più mirati e selettivi.
Le prime pagine dei giornali in questi giorni lo dimostrano, ma ci sono episodi – diciamo minori – che rappresentano forse ancora meglio la giungla in cui ci troviamo.
Il concorso truffa in Sicilia che portò nel 2007 a nominare oltre 300 dirigenti scolastici dovrebbe ora essere annullato a causa dei clamorosi strafalcioni contenuti nelle prove scritte di alcuni vincitori (che si distinsero per licenze poetiche come “… ciò induce ha ricercare accordi…”, o “leaderschip”).
Dovrebbe, appunto, trionfare almeno la certezza dell’ortografia su quella di ritrovarsi decine o centinaia di scuole governate da presidi analfabeti.
Dovrebbe, con il condizionale, perché i nostri parlamentari sono previdenti: e hanno già fatto approvare alla Camera un emendamento di legge che salva il concorso truffa dall’annullamento, lasciando i vincitori dove stanno.

Una grande prova di “leaderschip” da parte della nostra classe dirigente eletta (si fa per dire) dal popolo: l’ortografia, come la giustizia, la decidono i rappresentanti del popolo.

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Il Fermacarte
November 9th, 2009


muro-berlino

A dimostrazione di come il concetto di carcere e di limitazione dello spazio possa essere relativo non si può che citare Berlino, nel giorno dell’anniversario della caduta del Muro. In alcuni casi la claustrofobia non può essere evitata nemmeno percorrendo chilometri di strade. Tra le varie iniziative commemorative, la mostra alla Sala Bolaffi di Torino ha esposto fotografie che ritraggono momenti di vita del Muro. Non solo metaforicamente, il Muro è sempre protagonista: palcoscenico, ingombro, spessore, materia, simbolo, appoggio, postazione, feticcio. La foto più bella, un intero romanzo, quello di una ragazza che nel suo fresco abito da sposa si fa issare sulla sommità del Muro e saluta i parenti che sono dall’altra parte. E’ straziante pensare a quei destini inscatolati. E però c’è la festa finale, la demolizione, la catarsi, la partecipazione e l’abbraccio dei giovani occidentali.

Nulla, è evidente, può giustificare la vita circolare dei tedeschi dell’est, e rimpiangere la sua normalizzazione. Ma il fatto che al di là dal Muro ci fosse un’ideologia distorta faceva sì che al di qua del muro ci fossero giovani idealisti che provassero a raddrizzarla, ed elevassero questo a uno degli scopi della vita. Non saprei più immaginare tanti ragazzi in piazza a piangere di commozione per delle vite altrui. Sempre più numerose, semmai, sono le file per i saldi, e non basta per mitigarne la tristezza considerare che sono pur sempre meglio di quelle per il pane.

Magari le prossime generazioni sapranno ritrovare un antidoto a questo annegamento nell’apatia. Mio figlio Vittorio di quasi dieci anni, che era con me alla mostra, a un certo punto ha preso il pennarello e cominciato a scrivere su uno dei finti muri ricreati nello spazio espositivo. Pensavo infilasse il suo nome o una frase sul calcio. “Anche se era duro è caduto il muro” ha scritto invece. Non so come abbia ricavato uno spazio vergine su una superficie ormai cosparsa di slogan, commenti e graffiti. La sua ispirazione e il bianco che si è allargato ad accoglierla mi hanno restituito una speranza per il futuro.



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Il Fermacarte
October 29th, 2009


L’onorevole Guido Mazzarini era il personaggio più ricco, e più odiato, di Costanova. Era riuscito a farsi eleggere grazie ad un suffragio ben pagato in alcuni collegi, ma i suoi compaesani non accettavano questo risultato.

C’era pure chi invocava pubblicamente il suo omicidio. Fra i più chiassosi v’era Leopoldo Paroni, presidente del locale Circolo Repubblicano. Paroni pensava che ad ammazzarlo dovesse pensarci qualche malato terminale, che non avesse nulla da perdere. “Quando uno non sa più che farsi della propria vita, perdio, se non fa così è un imbecille!”.

E “imbecille!” era andato urlando quella sera, fra una ventina d’altri energumeni che affollavano il caffè, alla memoria di Lulù Pulino: un pover’uomo che aveva osato uccidersi senza prima ammazzare il Mazzarini. “Sì, sì, lo dico e lo sostengo: imbecille! Gliel’avrei pagato io il viaggio!”, continuava ad argomentare furioso.

Fra i presenti c’era un altro malato terminale, che stava pure lui per mettere fine alla propria vita.
Prima però voleva compiere un’ultima azione. Seguì Paroni sulla strada di casa, lo aspettò davanti alla porta, entrò insieme a lui. Aveva una rivoltella nel pastrano, e la tirò fuori. “Ho visto Mazzarini, a Roma” disse truce. “Mi ha detto: non fare l’imbecille. Prima di ucciderti, corri a Costanova e ammazzami Leopoldo Paroni”.

Paroni tentò d’insorgere: “Ma c’è differenza, perdio! Io non sono Mazzarini!”. Ma che differenza poteva fare agli occhi di un malato terminale, cui ormai non importava di nulla e di nessuno? “Quando uno non sa più che farsi della propria vita…” l’aveva detto lui, no?

imbecille

Questa la trama del perfido racconto “L’imbecille” di Luigi Pirandello (pubblicato nel 1912) dove la tentazione di uccidere il politico di turno viene rivolta contro chi la predicava.
E alla fine restiamo a chiederci: chi è il vero imbecille, in questo gioco al massacro?
Il racconto si può leggere per intero qui.

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Il Fermacarte
October 21st, 2009


Era già da un po’ di tempo che il popolo aveva la sensazione di trovarsi in un brutto sogno. Tutti stavano ormai cambiando atteggiamento nei confronti del governo, e perfino la Chiesa cattolica – il cui sostegno era stato fino ad allora totale – si mostrava sempre più perplessa.
Ma questo, di per sé, non sarebbe certo bastato a far vacillare il dittatore; e in effetti, non v’era nulla in assoluto che potesse farlo vacillare: a parte lui stesso, e la sua età. Avanti con gli anni, sapeva che era giunto il momento di nominare un successore. Un uomo fidato, che potesse perpetuare il suo regime anche dopo la morte ed impedisse alla sinistra di arrivare al potere.
Così, esattamente 40 anni fa, il generale Francisco Franco scelse Juan Carlos di Borbone come proprio delfino:

JuanCarlos

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Il Fermacarte
October 16th, 2009


Il bel film romeno “Racconti dell’età dell’oro” è dedicato agli anni della dittatura di Ceausescu. Uno degli episodi è centrato sulle correzioni cui venivano sottoposte le fotografie ufficiali, con una piccola equipe che lavorava a uno di questi casi. A volte si trattava di eliminare alcune persone dall’immagine, specialità nella quale avevano già raggiunto punte d’eccellenza gli specialisti staliniani. Nel film, si trattava di mandare in stampa la foto di un incontro tra il capo dello Stato e il presidente francese Giscard d’Estaing. Ci sono diverse cose che non vanno. Il francese è troppo più alto: E va bene, facciamo più alto anche Ceausescu. Ma…cambiano tutte le proporzioni, eccepisce uno dei fotografi. Non si discute!

Okay, dopo l’altezza rimane un dettaglio che infastidisce. Giscard ha il cappello ben calato sulla testa, Ceausescu ha invece il capo scoperto, e il capello nella mano sinistra che scende di lato. I rappresentanti del partito dicono che così proprio non va: e come se il leader comunista, quasi in segno di sottomissione, si togliesse il cappello davanti a un esponente del sistema capitalistico. Sul piano simbolico è inaccettabile! E così via a calzargli il cappello in testa. Peccato che la fretta giochi un brutto tiro, e nella rettifica i fotografi dimentichino di levarglielo dalla mano, così Ceausescu, nella versione taroccata, ha due cappelli, uno sul capo e l’altro in mano, come un saltimbanco colto in una pausa del suo esercizio. Bisogna ben meditare su questi fatti, e sul giusto discredito che gettano sul totalitarismo comunista.

Solo con il comunismo sarebbero possibili questi o episodi simili, tipo che qualcuno ritocchi le rughe o i capelli del capo del governo per farlo apparire più giovane e dignitoso. O peggio, potrebbe saltare in testa al capo del governo di rendere inutile la correzione fotografica, rettificandosi egli stesso e facendo comparire una bella chioma dove prima c’era una dignitosa calvizie. E’ anche ricordando eventi così apparentemente minimi che dobbiamo tenere desta l’attenzione contro gli epigoni del comunismo e delle sue falsificazioni. Non vogliamo più sentire frasi come quella sprezzante che Ceasescu era solito pronunciare ai comizi: Alla democrazia ghe pensi mi.

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Il Fermacarte
October 15th, 2009


Negli ultimi tempi la Rai gode di cattiva  fama: da più parti la si accusa d’essere faziosa, altri lamentano invece il suo calo qualitativo.
Eppure, senza grandi clamori, la nostra tv di Stato sta concedendo sempre più spazio alla cultura. Anche in prima serata: giovedì scorso, per puro caso, ho scoperto ad esempio che su Raidue stava andando in onda (addirittura in diretta!) uno spettacolo teatrale d’avanguardia.
C’erano due attori che improvvisavano con una complessa tecnica di sovrapposizione vocale – presumibilmente mutuata dall’opera lirica, in particolare i duetti comici di Rossini – e sfoggiavano un’eccezionale abilità nel parlarsi sopra l’uno sull’altro, creando una trama linguistica incomprensibile.
Sul ruolo di un terzo personaggio, che resta in mezzo tra i due antagonisti assistendo compiaciuto alla loro performance, si potrebbero invece formulare svariate ipotesi: straniamento brechtiano? Metafora dell’ipertrofia comunicativa che ci circonda?

Nel video qui sotto si può comunque assistere ad un frammento dello spettacolo, intitolato significativamente “Anno Zero”:

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Quando non è un refolo di vento, è il sovrapporsi di un impegno o un difetto di prontezza o un vuoto di memoria: quella carta che volevamo leggere o rileggere ci è stata ormai portata via. Un gran dispiacere, quasi come quello di chi ha visto la nave staccarsi dal porto e una cara persona partire. In tutte le sezioni del "Fermacarte" propongo articoli scovati da qualche parte, specialmente inerenti ai temi di cui si sono occupati i miei libri (carcere, sport, sociologia dei consumi, notariato), con l’obiettivo di rendere su tali argomenti il sito uno strumento di consultazione che si rinnova e segue l’attualità. Qualche volta invece di notizie o articoli letti altrove possono essere pensieri o appunti personali, pure quelli perennemente a rischio di essere travolti e dimenticati. Ma tra le carte svolazzanti e imprigionate magari si troveranno anche altre cose, di argomenti svariati, perché è proprio da ciò che è più casuale o trasversale che nascono spesso le riflessioni più intense e produttive...

(disegno originale di Guido Scarabottolo)