La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

Prima che per la nazionalità del fallito attentatore di Detroit, ultimamente si era parlato della Nigeria per una polemica apparentemente frivola: il divieto alla distribuzione di District 9, il film del regista sudafricano Neill Blomkamp accusato di “denigrare l’immagine del paese” (ne parlava la settimana scorsa Internazionale, n.826).
Per quanto ben accolta dalla critica cinematografica in Europa e Usa, la pellicola non è in effetti un manifesto di politically correctness. Accanto agli alieni “gamberoni” recintati nel Distretto 9 (metafora dell’apartheid) si muovono bande di “nigeriani” raffigurati come un’orda di criminali, cannibali, trafficanti di cibo ed armi, prostitute che fanno sesso con gli extraterrestri, insomma la feccia dell’umanità. Inoltre il loro potente e spietatissimo boss si chiama Obasenjo, nome che allude evidentemente all’ex presidente della Nigeria Olesegun Obasanjo.
In Sudafrica, gli immigrati nigeriani sono da tempo oggetto di stereotipi razzisti – che vanno di pari passo con gli atti di violenza nei loro confronti – e fra i quali, temo, andrà ora ad aggiungersi quello di “terroristi”. Più che razzista, in questo senso, District 9 sembra essere un film tristemente profetico.

Che la criminalità organizzata sia anche – e in modo non secondario – una questione linguistica, l’ha dimostrato Roberto Saviano nella sua recente lezione televisiva a Che Tempo Che Fa: nella quale analizzava i titoli dei quotidiani locali, parola per parola, evidenziandone i punti di contatto con la “cultura” mafiosa.
Questo mese, l’Unità ha compiuto un’operazione per certi versi simile pubblicando un “dizionario della mafia” a puntate: ogni volta si è preso un termine dal lessico, diciamo così, del settore, e lo si è ricostruito storicamente e socialmente. Scopriamo così che nessun mafioso veniva chiamato “Padrino” (vedi il pezzo di Saverio Lodato del 22 dicembre) prima del celebre romanzo di Mario Puzo – e dell’ancor più celebre film di Coppola – nel quale stava a designare il boss supremo, il “capo dei capi”. Da allora il vocabolo si è imposto con la potenza del successo mediatico, molto più fra chi parlava di mafia che tra i mafiosi stessi.
E’ possibile, anche se difficilmente dimostrabile, che negli ultimi 40 anni il “padrino” abbia finito per sedimentarsi nel lessico degli uomini d’onore. Non sarebbe del resto l’unica volta in cui, con tragica ironia, la criminalità attinge al patrimonio letterario e cinematografico (pensiamo ai casi di Scarface, o dell’impugnatura della pistola “alla Tarantino”).
Ma ciò che impressiona è come, per la mafia, l’utilizzo di questo termine per designare il numero 1 fosse così poco necessario. Superfluo appunto, come doveva essere superfluo sottolineare chi fosse il capo: segno di ulteriore potenza per lui, e di un rapporto gerarchico così assodato ed immutabile che – letteralmente – mancavano le parole per definirlo.
Da un articolo di Sergio Zavoli pubblicato oggi sul Quotidiano Nazionale, scopro che c’è in Parlamento una proposta di legge per regolamentare i programmi televisivi rivolti ai minori: “un regolamento in base al quale possano accedere al palinsesto i programmi televisivi nati per i minori solo se rispondenti alla necessità di promuovere e salvaguardare scopi socio-educativi, conseguibili attraverso modalità linguistiche, espressive, concettuali certificate da una sorta di bollino che indichi un si trasmetta oculato e vincolante”.
Alla parola “bollino”, viene subito da storcere la bocca: messa così, la proposta non sembra in effetti delle più liberali e sarebbe forte la tentazione di liquidarla ideologicamente.
Ma d’altra parte qui non si parla di modelli morali, ma di salute: in particolare, la salute dei bambini. E in questo senso bisogna ammettere che si va a toccare un tasto dolente della nostra società, nella quale proprio certi messaggi televisivi – la pubblicità dei fast food, per esempio – sembrano avere un nesso diretto con l’obesità infantile: che può sembrare magari una cosa da poco (almeno a confronto con il miliardo di persone che muore perché di cibo non ne ha abbastanza) ma più probabilmente sono due facce dello stesso problema.
Dove finisce allora la libertà dell’azienda di fare affari (anche tramite la pubblicità), e dove comincia quella del bambino a non subire condizionamenti dannosi per la propria salute? Un dilemma non facile, anche perché i dati concreti sulla situazione attuale fanno impressione:
[...] un bambino italiano che mediamente consumi 3 ore al giorno di televisione, nell’arco di un anno riceve 32.850 messaggi alimentari: 1 ogni 5 minuti, contro 1 ogni 10 nel resto d’Europa. Il rapporto tra questa specifica comunicazione e i comportamenti dei minori è stato sottoposto ad analisi da 24 reti televisive in 11 Paesi Europei, e la situazione italiana è risultata la peggiore.
Forse non è un caso che sia proprio l’Italia il paese europeo con il maggiore tasso di obesità infantile: quello dove l’universo del superfluo colpisce l’immaginario dei piccoli con la maggiore potenza di fuoco.
Certo si può discutere sull’efficacia della soluzione proposta, come più in generale pare utopistico (se non orwelliano) pretendere che la tv sia una buona maestra di vita ed offra alle giovani generazioni modelli positivi (ed in questo caso, salutisti). Ma almeno le si può chiedere di non offrirne di pessimi, questo sì.
Il bel film romeno “Racconti dell’età dell’oro” è dedicato agli anni della dittatura di Ceausescu. Uno degli episodi è centrato sulle correzioni cui venivano sottoposte le fotografie ufficiali, con una piccola equipe che lavorava a uno di questi casi. A volte si trattava di eliminare alcune persone dall’immagine, specialità nella quale avevano già raggiunto punte d’eccellenza gli specialisti staliniani. Nel film, si trattava di mandare in stampa la foto di un incontro tra il capo dello Stato e il presidente francese Giscard d’Estaing. Ci sono diverse cose che non vanno. Il francese è troppo più alto: E va bene, facciamo più alto anche Ceausescu. Ma…cambiano tutte le proporzioni, eccepisce uno dei fotografi. Non si discute!
Okay, dopo l’altezza rimane un dettaglio che infastidisce. Giscard ha il cappello ben calato sulla testa, Ceausescu ha invece il capo scoperto, e il capello nella mano sinistra che scende di lato. I rappresentanti del partito dicono che così proprio non va: e come se il leader comunista, quasi in segno di sottomissione, si togliesse il cappello davanti a un esponente del sistema capitalistico. Sul piano simbolico è inaccettabile! E così via a calzargli il cappello in testa. Peccato che la fretta giochi un brutto tiro, e nella rettifica i fotografi dimentichino di levarglielo dalla mano, così Ceausescu, nella versione taroccata, ha due cappelli, uno sul capo e l’altro in mano, come un saltimbanco colto in una pausa del suo esercizio. Bisogna ben meditare su questi fatti, e sul giusto discredito che gettano sul totalitarismo comunista.
Solo con il comunismo sarebbero possibili questi o episodi simili, tipo che qualcuno ritocchi le rughe o i capelli del capo del governo per farlo apparire più giovane e dignitoso. O peggio, potrebbe saltare in testa al capo del governo di rendere inutile la correzione fotografica, rettificandosi egli stesso e facendo comparire una bella chioma dove prima c’era una dignitosa calvizie. E’ anche ricordando eventi così apparentemente minimi che dobbiamo tenere desta l’attenzione contro gli epigoni del comunismo e delle sue falsificazioni. Non vogliamo più sentire frasi come quella sprezzante che Ceasescu era solito pronunciare ai comizi: Alla democrazia ghe pensi mi.
Negli ultimi tempi la Rai gode di cattiva fama: da più parti la si accusa d’essere faziosa, altri lamentano invece il suo calo qualitativo.
Eppure, senza grandi clamori, la nostra tv di Stato sta concedendo sempre più spazio alla cultura. Anche in prima serata: giovedì scorso, per puro caso, ho scoperto ad esempio che su Raidue stava andando in onda (addirittura in diretta!) uno spettacolo teatrale d’avanguardia.
C’erano due attori che improvvisavano con una complessa tecnica di sovrapposizione vocale – presumibilmente mutuata dall’opera lirica, in particolare i duetti comici di Rossini – e sfoggiavano un’eccezionale abilità nel parlarsi sopra l’uno sull’altro, creando una trama linguistica incomprensibile.
Sul ruolo di un terzo personaggio, che resta in mezzo tra i due antagonisti assistendo compiaciuto alla loro performance, si potrebbero invece formulare svariate ipotesi: straniamento brechtiano? Metafora dell’ipertrofia comunicativa che ci circonda?
Nel video qui sotto si può comunque assistere ad un frammento dello spettacolo, intitolato significativamente “Anno Zero”:
Che il reality non sia vita vera, adesso, lo ha stabilito anche la giurisprudenza. La Cassazione, rilevando che scopo delle trasmissioni è esattamente quello di aizzare i contendenti e condurli alla rissa, ha deciso che l’insulto tra i partecipanti (nel caso specifico l’epiteto era il non lievissimo “pedofilo”) non costituisce ingiuria.
Per chi, come me, non ama questo tipo di esibizioni, una sentenza così è uno spasso. Essa certifica il grado di mortificazione della dignità cui si sottopongono volontariamente i partecipanti, il loro status di giullari della gleba, e apre la strada a interessanti evoluzioni (non si potrebbe giurare a questo punto che le stesse lesioni giustifichino l’intervento del giudice penale).
C’era a Roma una volta (forse c’è ancora) un ristorante chiamato “La parolaccia”, nel quale la specialità della casa era quella di insultare pesantemente il cliente (tipica per esempio era una formula di accoglienza come: “chi è ‘sta baldracca che te porti appresso?”), e il fatto che il gioco fosse annunciato funzionava da esimente penale. Pare si mangiasse malissimo, ma il gusto era appunto nella masochistica trasgressione di farsi coprire di contumelie.
Con il tempo, non c’è stato bisogno di pagare apposta, perché una certa carenza di urbanità è diventata condimento abituale anche di pietanze più ordinarie e salotti tirati a lucido, per non menzionare ovviamente il Parlamento, che ha ormai oscurato la concittadina trattoria. Sarebbe anzi il caso di riflettere se la felice deduzione relativa al reality non calzi al nostro ambiente politico, e se non vada anche lì depenalizzato l’insulto. Forse l’unico problema sarebbe la confusione dato che a quel punto, tra reality e vita politica, cadrebbe anche l’ultima distinzione formale.
Fra i tanti casi da prima pagina che in questi giorni stanno scuotendo la libertà di stampa, ce n’è uno che resta infilato in questo articolo su l’Espresso (dove si riferisce di una “Gabanelli azzoppata” per volontà del governo). E ne scrive anche Aldo Grasso sul Corriere:
Non è un mistero che una trasmissione come quella di Milena Gabanelli sia a rischio. Non solo per compatibilità con la nuova dirigenza ma anche perché il dg Masi le ha tolto lo scudo dell’assistenza legale nonostante non abbia mai perso una causa (ogni autore dei servizi sarà responsabile in proprio di eventuali azioni legali, un sistema per togliere coraggio anche ai più coraggiosi).
La notizia dunque è che il direttore generale della Rai, Mauro Masi, ha revocato la copertura legale a Report: un programma che – non per la smania di lanciare scoop falsi, come va di moda oggi – ma per l’abitudine a scoperchiare scandali impuniti, inevitabilmente attira querele intimidatorie: fino ad oggi peraltro, tutte regolarmente respinte.
L’attenzione pubblica è inevitabilmente concentrata sugli episodi plateali, le querele, i killeraggi. Ma non è forse ancora più subdola una così silenziosa eutanasia? E’ possibile che Report venga punito per avere detto la verità?
La scorsa settimana è finito il ciclo di “Striscia la notizia”. Per quanto mi riguarda, è la prima volta che l’ho seguita, e ciò è accaduto perché è diventato il programma preferito di mio figlio di nove anni. Un po’ il suo “Carosello” prima di andare a dormire. Che un bambino possa essere così accanitamente fan del programma dice già qualcosa sul lavoro subliminale svolto dall’equipe di Striscia: tutta una serie di trovate ritmico-musicali e iconografiche, o quel pupazzone del Gabibbo (che però ormai appare solo nella sigla), sono certamente espedienti per colpire il pubblico infantile, oppure per far leva sulla parte infantile degli adulti. Da principio mi sono posto davanti allo schermo giusto per solidarietà genitoriale, pronto ad approfittare dei tempi morti o della distrazione di mio figlio per mettermi a leggere il giornale, nonostante l’indiscutibile bravura dei conduttori Ficarra e Picone.
Ospite di “Uomini in fuga” il 14 maggio 2009 a Radio3, Goffredo Fofi parla di come è cambiato nel tempo il rapporto fra ciclismo e media. Si parte da “Totò al Giro d’Italia”, e dal fatto che chi presta la voce al radiocronista era il grande Mario Ferretti – che in quanto repubblichino era stato epurato dalla Rai; e girò prima “Totò al Giro d’Italia” prestando la sua voce alla radiocronaca, e poi l’anno dopo sarebbe tornato a fare le radiocronache del Giro:
Ferretti era un grandissimo radiocronista. Anche qui, la radio ingigantiva le cose, mentre la televisione a mio parere un po’ le sminuisce. Gli toglie una dimensione epica. Li vedi, e già il fatto che li vedi e non puoi immaginarteli, no? Noi immaginiamo Ulisse, se vediamo Ulisse ci farebbe molta meno impressione se vedessimo in diretta l’Odissea, no? (more…)
Brevemente: per qualche ora questo sito sarà in una sorta di limbo, perché stiamo lavorando a mettere online la nuova impostazione grafica.
Gli eventuali disagi saranno spero ripagati da domani mattina, quando il rinnovo sarà completo.

