La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
In questi giorni il dibattito sui blog è dominato da Michele Serra, che dalla sua Amaca ha sparato a zero su youtube e la rete tutta. Prevedibili e quasi unanimi le critiche: fra gli altri di Luca Sofri, Falso Idillio, Scorfano e Squonk.

[Giulia Stok è redattrice di Giudizio Universale, collabora con La Stampa e I Viaggi di Repubblica, dirige il mensile locale Nuova Voce. E' appena tornata da un viaggio a Kogalim, in Siberia, e ce ne racconta qui un aspetto di vita quotidiana]
Tornano in aula Amanda Knox e Raffaele Sollecito, e subito telegiornali e ahimè autorevoli quotidiani nazionali si precipitano a contare i maglioncini pastello di lei e i capelli caduti a lui. Tutto questo senza che la tv possa entrare in aula.
Altrove, si è un passo più avanti. Su uno dei principali canali della televisione russa, all’ora di pranzo, va forte un programma che trasmette processi, anche penali, in diretta, con tanto di pubblico ministero in divisa blu, imputati dietro le sbarre, lacrime e condanne in diretta. Altro che Forum. Il pezzo forte è la presentazione delle prove in aula: nello specifico, un filmato di una telecamera di sicurezza in cui l’imputata, una donna di mezza età dall’aria mite, entra in un agenzia di lavoro e spara a tre persone. Due muoiono, la terza, colpita alla schiena e rimasta paralizzata, è in aula come testimone. La storia è terribile: la figlia della donna era stata spedita con l’inganno dall’agenzia in un giro di prostituzione, ed è morta cercando di ribellarsi ai carcerieri. La madre, conosciuta la storia grazie a un’altra ragazza che era riuscita a scappare, aveva interpellato avvocati e televisioni per far sì che l’agenzia fosse perseguita. Non ottenendo risultati ha deciso di farsi giustizia da sé. E la giuria popolare, di cui viene anche mandato in onda un assaggio di discussione, emette una sentenza per così dire clemente: dieci anni di carcere, con possibilità di ricorrere in appello.

Il programma è condito da musichette da suspense, zoom biografici su tutti i coinvolti come se fossero personaggi e non persone vere, primi piani su occhi stravolti e mani tremanti. Nessun rispetto della privacy e del dolore, inorridisce lo spettatore italiano. I russi, invece, con una forchetta sollevata e un bicchierino di vodka, discutono della correttezza della pena e di come sia assurdo che nessuno abbia dato retta prima alle richieste di giustizia dell’imputata. Attenzione, non di quanto fosse bella la ragazza, della gonna della madre o del rossetto dei testimoni. Tv pessima, reazione sorprendentemente genuina. Come dalla mediatizzazione spinta di un caso di cronaca possa nascere tra gli spettatori una discussione seria, benché ingenua, sul funzionamento della giustizia, è un processo incomprensibile per noi italiani. Qui neppure la tv pessima riesce a suscitare reazioni.

Nello straordinario film di Laurent Cantet, “La classe”, c’è una sequenza che vale come cento documentari sociali e cinquanta saggi di filosofia. La classe in questione è quella di una scuola media parigina di periferia, frequentata da quindicenni quasi tutti immigrati di seconda generazione. Il più irrequieto tra loro, dopo una reazione violenta, viene portato dinanzi al consiglio di disciplina che deve giudicare sulla sua espulsione. Lo accompagna la mamma del Mali che non capisce praticamente una parola di francese, salvo dire buongiorno signore e signori. Il ragazzo si rifiuta di giustificarsi o di interloquire con la commissione, e allora la mamma si fa tradurre da lui quello che dicono, e poi fa la sua perorazione, che costringe il figlio a fare da traduttore, ma in un certo senso da mediatore culturale, tra lei e i giudici. Le cose che la donna dice sono semplici e probabilmente vere: il figlio è un bravo ragazzo, a casa aiuta i genitori e lava i piatti. Dice anche che studia, e questo magari non è vero, ma lei lo crede perché lo vede chiudersi nella sua stanza. Il preside eccepisce che non è in discussione che Soulamayn (così si chiama) sia un buon figlio, bensì il fatto che in classe non è disciplinato, e anzi ostacola l’apprendimento degli altri studenti. La donna rimane con lo sguardo impassibile: è uno sguardo fiero, per nulla sottomesso, irritato dalla certezza che lo svolgimento dei rapporti sociali miri a penalizzare per classismo e razzismo lei e la sua famiglia. Dopo di che riparte con la sua arringa. “Cosa dice?” chiede il preside a Soulamayn. “Lo stesso “ replica lui. E’ una rappresentazione esemplare di un’incomunicabilità disperatamente necessaria, all’interno della quale alla donna rimarranno incomprensibili e pregiudizialmente ostili le ragioni dell’espulsione: è una situazione in cui è assurdo a priori pensare, come tradizionalmente si pensava, che la scuola e la famiglia possano essere due percorsi educativi in qualche modo convergenti.
Articolo pubblicato su La Stampa.

Anche se manca ancora oltre un terzo, possiamo facilmente pronosticare che il 2007 verrà ricordato come l’anno delle spie. Dalle intercettazioni telefoniche continuano a fiorire le crisi politiche. Il principale scandalo sportivo, doping a parte, è lo spionaggio della Mc Laren e il più squallido in assoluto i pedinamenti fotografici dei vip da parte di Corona, il quale, consapevole di essere portatore dello Zeitgeist, pensa di fondare un partito. Il film più apprezzato dalla critica è stato Le vite degli altri, dove si racconta della Stasi, e le si attribuisce un cuore, o almeno un’arteria periferica. Per l’Isola dei Famosi, templio della sbirciata voyeurista, tra poco metteranno una linea di aliscafi. L’intelligence che milita nelle file del nemico militare lo utilizzava già Ramsete per sconfiggere gli Ittiti, ma l’arte dello spionaggio domestico è non meno antica: una vecchia leggenda napoletana vuole che in Comune sia a disposizione un milione per chi si fa i cazzi suoi, e nessuno sia ancora andato a ritirarlo.

