La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento

“Se cessiamo di essere una nazione” si intitolava un noto libro dello storico Gian Enrico Rusconi, pubblicato all’inizio degli anni Novanta. “Se cessiamo di essere una nazionale” potrebbe aver nome un volume dei giorni nostri a commento dei recenti esempi di disaffezione alla maglia sportiva della propria nazione. Disaffezione, si noti, che non è meramente egoistica ma ideologica e sbandierata. Hanno cominciato gli schermitori Montano e Tagliarol a ipotizzare tranquillamente che se la Federazione non li fa allenare dal loro trainer preferito si vanno a prendere un altro passaporto. Solo qualche anno fa, la minaccia tutt’al più sarebbe stata: se non mi accontentate mi ritiro. In queste ora Amauri ci annuncia, senza vergogna, che per lui l’importante è giocare in una nazionale, una qualsiasi: se lo chiama prima il Brasile ( che confessa preferirebbe) bene, se lo chiama prima l’Italia bene lo stesso. Ma l’hanno capito questi signori che le gare per nazionali si fanno per le nazionali e non per loro, e si fanno sul presupposto che i giocatori che compongono una nazionale abbiano un legame effettivo e infungibile con il paese che rappresentano? Che l’ambaradan pubblicitario delle Olimpiadi non è ancora un baraccone da fiera giusto perché i partecipanti non scelgono la squadra che offre di più ma con il loro gesto atletico dicono qualcosa che riguarda il paese in cui sono nati? Si obietterà che il fenomeno degli oriundi non esiste da ieri, e che uno (Camoranesi) gioca tuttora nell’Italia e ha contribuito a vincere i mondiali. Ma il più delle volte la nazionalizzazione dell’oriundo, o dell’immigrato (Fiona May, per esempio) è stata il frutto di un preventivo ed effettivo inquadramento nella comunità nazionale, al termine del quale l’atleta gareggiava per il paese che sentiva suo. Sarà pure stata ipocrisia, in qualche caso, ma c’è sempre un salto di qualità quando dal trucchetto ipocrita (che riconosce pur sempre, nel suo camuffarsi, la subordinazione alla regola) si passa all’aperta teorizzazione. Per quanto mi riguarda, se chiamasse il super-patriota Amauri, sarei curioso di vedere se Lippi avrebbe ancora la faccia di chiudere la porta a Totti perché, con il suo capriccio di non volersi spaccare le consunte ginocchia giocando anche le amichevoli, ha dimostrato poco sentimento per la nazionale. Per la cronaca, Totti non è solo uno che non è andato a chiedere il passaporto in Argentina (come il ciclista Rebellin), ma è l’unico calciatore italiano che non ha mai abbandonato il club della sua città, e che per questa scelta ha vinto la quarta parte di quanto avrebbe potuto.
Il blog Sport e dintorni cita una pagina del mio libro, in cui si parla delle teorie fallocentriche sul calcio:
Suggestiva è l’ipotesi che il legame tra i gruppi maschili in competizione per il gol sia di tipo libidico, e che il gol, nel suo infilare il pallone nella porta, si configuri come l’appropriazione sessuale della donna. Con le spiegazioni fallocentriche, tuttavia, talvolta si esagera: anche la rammendatrice infila l’ago nella cruna eppure nessuno ha mai sostenuto che ciò sottintenda alcunché. D’altronde, non osiamo immaginare cosa, coloro che con troppa semplicità parificano calcio e sesso, pensino della rincorsa nel salto con l’asta. Indubbiamente, ma ciò è cosa diversa, il calcio, essendo praticato da gruppi maschili giovani e in salute, ha accolto nel suo linguaggio certi lapsus viriloidi, come penetrare la difesa e violare la porta.
L’autore del post raffronta inoltre questo passo con il fallocentrismo di Gianni Brera, suscitando un vivace dibattito nei commenti. Dell’equiparazione fra sesso e calcio si parla anche qui e qui.
Non siamo fanatici nazionalisti, ma non si capisce che senso abbia l’emozione sul podio durante l’inno di Mameli quando uno si dice disposto, come si cambia velina, a cambiare passaporto alle prossime olimpiadi se la federazione non gli mette a disposizione il suo allenatore (francese) preferito. Ad Aldo Montano sarebbe giusto ritirare, se non la medaglia olimpica, tutte le onorificenze che sono state attribuite. e in attesa del cambio di passaporto, ritirargli il permesso di soggiorno (agli allenamenti della nazionale).
Leggi la notizia sull’esilio di Aldo Montano
A quanto pare, il ritorno dell’autorità nell’Italia attuale – di cui si parlava in questi giorni – non vale per tutti. Oggi Claudio Magris, sul Corriere della Sera, denuncia ad esempio la sostanziale impunità di cui godono i tifosi violenti. E propone:
E’ giusto, doveroso punire violenze di rapinatori e terroristi, ma occorre punire ancor più duramente chi delinque in nome di una squadra di calcio, con l’aggravante dei motivi futili e abbietti, perché accoltellare qualcuno in nome della Triestina o della Juventus è ancor più spregevole che farlo in nome di qualsiasi ideologia politica.
Leggi l’editoriale L’impunità calcistica, di Claudio Magris, dal Corriere della Sera di oggi
In questi giorni ci racconteranno i giochi di Pechino in tutti i modi, ma ce n’è uno particolarmente curioso che compare alle Olimpiadi per la prima volta: si tratta dei blog curati dagli stessi atleti in gara, che vengono aggregati qui.
C’è chi rischia la vita per vincere la corsetta ciclistica amatoriale alla sagra del prosciutto, siringandosi da sè. C’è chi riduce i propri testicoli a noccioline rinsecchite pur di gonfiarsi i bicipiti di un altro paio di centimetri [...]
Leggi l’inchiesta di Repubblica.it
La scherma si divide in tre specialità: fioretto, spada e sciabola. Diverse sono le armi e diverse sono le regole, che incidono anche sull’atteggiamento tattico.
Nel fioretto si colpisce validamente solo di punta, e il bersaglio per fare il punto è costituito dal tronco. La parte superiore, quindi, escluse braccia e testa. L’ideale è colpire senza essere colpiti. Ma cosa accade se gli schermitori si toccano entrambi? Se uno colpisce molto prima dell’altro il punto lo fa lui. Quanto prima è impossibile dirlo, non c’è un tempo prestabilito: è una cognizione che si acquisisce con la pratica, ma comunque stiamo parlando di frazioni di secondo. Se non c’è questo scarto temporale e gli schermitori si colpiscono entrambi, tendenzialmente il punto lo fa uno, quello che compie l’azione “giusta”. Qual è la logica dell’azione “giusta”? Per capirlo pensiamo al duello, dal quale la scherma mutua le sue regole. Se in duello il mio avversario mi si precipita addosso, io debbo preoccuparmi di deviare la sua lama con il mio ferro per impedirgli di colpirmi. Se, invece, mentre l’arma mi sta per trapassare mi limito a dirigere anch’io l’arma verso di lui compio un’azione suicida: magari muore anche lui però io muoio di sicuro. In funzione di questo ragionamento, la prima regola è che se due schermitori si colpiscono entrambi il punto lo fa quello che attacca, cioè si muove in avanti con le braccia e con le gambe. Se però quello che si difende sposta la lama dell’avversario con la sua e quindi “para”, il punto lo fa lui. Si dice, per la precisione, che si è trattato di una parata e risposta. In fondo, non è una situazione diversa da quella di due persone che contendono verbalmente. Se una persona mi rivolge delle accuse (mi attacca) non ha senso che gli parli addosso a mia volta ma è preferibile che “pari” le sue accuse e gli risponda per le rime. Un’ultima precisazione: immaginiamo che un fiorettista attacchi e colpisca la gamba e quello che si difende non riesce a parare ma colpisca comunque l’avversario in un punto valido, facciamo al cuore, tanto per inserire una nota melodrammatica (pochi sport, in realtà, sono fisicamente inoffensivi come la scherma).
Il libro pubblicato per Marsilio nel 1999 continua a far discutere anche dopo tutti questi anni. Il 29 febbraio 2008 compare un articolo di Renato Minore sul Corriere della Sera a proposito del rapporto fra Gabriele D’Annunzio e lo sport – argomento trattato appunto in Storia e storie dello sport in Italia. Riportiamo il passo in questione:
[D'Annunzio] restava attento allo sport in tutte le sue manifestazioni, con in testa la motonautica e il canottaggio che, dalle stanze del suo ritiro, intravedeva tra gli ulivi sul lago di Garda. Per Orio Vergani quella passione non era travestimento da personaggio, declamazione, esibizione intellettualisticamente perseguitata, recita da ribalta. Anche se gli aspetti della recita, della messa in scena del personaggio, dell’atleta-vate scivoloso sulla ribalta dei media erano assai forti e s’imponevano su altri. D’Annunzio fu un precursore dello sport praticato e viveva – ha ben osservato Remo Bassetti nella sua Storia e storie dello sport in Italia (Marsilio) – “in una continua contaminazione fra realtà e letteratura, fra esistenza e rappresentazione”. Aveva intuito che anche “lo sportivo, il campione impasta di sé questa duplicità: è se stesso e contemporaneamente è l’eroe rimodellato dalla fantasia, dai sentimenti di chi da spettatore lo vede gareggiare”.
Leggi l’articolo completo Il “piacere del corpo”. E di prendere a calci un pallone, di Renato Minore, dal Corriere della Sera del 29 febbraio 2008.
Antonio Franchini recensisce il libro su Il Diario della Settimana, 2 giugno 1999.
Al corpo-peccato della cultura cattolica di fine ottocento succede il corpo-lavoro dei movimenti socialisti si inizio secolo, ostentato in manifesti dove appaiono vigorosi torsi operai che battono su incudini o alzano al cielo le braccia che hanno spezzato le catene dell’oppressione. Più o meno in contemporanea si sviluppa l’idea del corpo-battaglia , che formerà l’educazione fisica fascista tra le due guerre. Alla fine si approda al corpo-piacere levigato, balestrato, superficialmente estraneo ai segni del tempo, con l’edonistica aspirazione all’immunità da sofferenza e da vecchiaia. E ‘ il corpo dei nostri tempi, lo incrociamo su giornali, cartelloni pubblicitari, televisione.
Se ne apprendono di cose, leggendo questo saggio appassionante e appassionato, che fonde diverse angolazioni e tutti gli approcci possibili per architettare una storia in stile vivace e gustoso, il cui impasto ricorda la prosa di notevoli scrittori che scrivendo di sport seppero esaltarsi. Il gusto per l’aneddoto, passaggio epico, ritratto (valga per tutti questa splendida miniatura del lottatore Vincenzo “Pollicino” Maenza: “Perennemente affaticato dalla brutture dietetiche per mantenere il peso, testimoniate dall’affilamento di un viso nel quale le ossa sfidavano ogni regola di pudica discrezione, protese alla conquista dell’aria aperta come un detenuto nell’ora di ricreazione”) si traduce in un repertorio stilistico che si appropria di guizzi, ironia, colta, osservazione antropologica che sono topoi classici della scrittura sportiva alta, da Gianni Brera a Emanuela Audisio. Orami il piacere di raccontare le grandi imprese dell’uomo o i suoi più patetici fallimenti si è concentrato soprattutto nel giornalismo sportivo: è più facile leggere un articolo commovente su una partita di calcio, o su un match di pugilato, che su una guerra.


