La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Gianni Riotta inserisce Storia e storie dello Sport in Italia nella sua rubrica su Tuttolibri de La Stampa, 3 luglio 1999.
Le classifiche – vere, presunte, a metraggio che siano – ci parlano di libri più popolari. Ma quando entriamo in libreria e ci guardiamo smarriti, vorremmo sapere cosa c’è da salvare fra i titoli in corso. Questa rubrica indicherà quali volumi tenere in mente.
Cominciamo con Remo Bassetti “Storia e storie dello sport in Italia” (Marsilio). Vi pare che Del Piero sia troppo pagato? Leggendo la bella prosa di questo notaio capirete il come e il perché del pianeta sport.
I libri fanno capire, non dimenticatelo. Bastava leggere “Liberista? Liberale” (Donzelli) di Mario Deraglio per sapere che, prima o poi, il cambio economico in Italia avrebbe mutato il sindaco a Bologna. Cifre anziché chiacchiere.
Chiacchiere anziché cifre, il percorso inverso, nello stupendo saggio “Della certezza” di Ludwig Wittfgenstein, ripubblicato da Einaudi. Il primo Wittgenstein, autore del “Tractatus” era persuaso della rigida eleganza della matematica e della logica. L’incontro con il mitico economista italiano Sraffa lo convinse ad occuparsi del linguaggio comune.
Verità e linguaggio sono i temi del desiger Ettore Sottsass, padre della rossa Valentina macchina dal scrivere. Rizzoli ne raccogli i “Frammenti”: è il nostra presente, già così in fretta, passato.
La recensione di Edmondo Dietrich compare su Repubblica il 22 marzo 1999. Si spiega come il libro racconti l’Italia da una particolare angolatura.
Al di là delle Olimpiadi greche che il poeta Pindaro elogiava con i suoi epinici ben remunerati, lo sport – intendiamo quello moderno – nasce e rinasce in Inghilterra. Sono gli inglesi a inventare tutto o quasi (mica solo lo sport), gli altri imitano. Così dove sono gli inglesi – sorgono ippodromi, campi di calcio, tennis e altro.
Da noi si comincia a vedere qualcosa intorno alla metà dell’Ottocento. La Federazione Ginnastica Italiana nasce a Venezia nel 1869. Qualche anno prima Quintino Sella aveva fondato il Club Alpino (forse, sostengono alcuni, soltanto per aiutare il turismo di quei luoghi9 e nel ’70 alcuni snob, diciamo aristocratici, disputano la prima corsa ciclistica italiana, da Firenze a Pistoia. E’ a Milano, comunque, che viene fondato il Veloce Club, ma ad avere la bicicletta sono soltanto i borghesi: i poveri si battono ancora per mettere insieme pranzo e cena, quindi non hanno né tempo né forze per fare sport. Alcuni inglesi in vacanza, invece, fondano il primo club italiano di tennis a Bordighera nel 1878.
Ecco la recensione scritta da Gianni Vattimo su L’espresso, 20 maggio 1999.
Nonostante le risorse economiche che mobilita e le intense passioni che scatena, lo sport sembra ancora sempre un fenomeno culturalmente marginale: anche per chi non legge tanti libri prende sul serio il premio Nobel per la letteratura, mentre un’attenzione molto minore viene riservata, presso il pubblico “colto”, al “pallone d’oro” o ad altri simili riconoscimenti. Gli sport di massa, poi, hanno una cittadinanza culturalmente molto precaria: chi segue i campionati mondiali di calcio alla televisione lo confessa con una certa riluttanza, come se cedesse a un vizio innocuo ma in fondo deplorevole. Gli si obietta che lo sport andrebbe praticato e non guardato passivamente come uno spettacolo. Il tifo calcistico è confuso con la volgarità delle curve sud, il jogging è bollato come soggezione a mode clintoniane. Anche nel giornalismo sportivo non sono frequenti gli esempi di una considerazione dello sport come aspetto rilevante della nostra vita sociale.
Un buon avvio a una considerazione di questo genere lo offre il bel libro di Remo Bassetti, notaio in Torino ma niente affatto semplice dilettante in questa sua fatica storiografica. Pur riservando un’attenzione appassionata alle vicende di singoli sport e alle figure di tanti campioni che hanno affollato la scena sportiva nell’Italia unitaria,il lavoro di Bassetti si presenta come un quadro di autentico respiro storico. I fatti dello sport sono collocati entro il loro contesto sociale in una misura e con un’acutezza sconosciuta a tanti altri studi sul tema. Con il risultato di avvicinare una po’ di più lo sport agli aspetti “seri” dello nostra vita collettiva, e di costringerci a rivedere molti inveterati pregiudizi.
I nostri lettori più affezionati ricorderanno quest’ inchiesta già fatta tre anni fa. Abbiamo ritenuto, tuttavia, che ripeterla non costituisce un doppione, perché in questo lasso temporale le vittorie italiane si sono moltiplicate e si poteva pensare che la gente si fosse più appassionata alla scherma, memorizzando anche i nomi dei maggiori campioni. Il risultato in realtà è deludente, proprio perché molto simile a quello precedente. Ciò che sconforta non è tanto la prevalenza dei no sui si, alla domanda “le piace la scherma?”, ma piuttosto la totale disinformazione che nella maggior parte dei casi ha accompagnato l’una e l’altra risposta. A vedere come solo il 35% degli intervistati sia a conoscenza della regola più elementare, il significato del filo dietro gli schermitori, cadono le braccia e viene da domandarsi se non sarebbe stato il caso, nel corso di qualche trasmissione sportiva, di spiegare il funzionamento, a livello elementare, del nostro sport, per spogliarlo della sua apparente occultezza congenita. Se non si riesce ad interessare il pubblico ora che la scherma ha almeno il pregio di regalare all’Italia medaglie a palate, davvero non si capisce cosa succederà quanto finiranno i tempi delle vacche grasse.
(more…)
Vittorio Bassetti, mio padre, arrivò tardi, più che ventenne, alla scherma.
A diciassette anni aveva saltato 1.75 in alto, miglior prestazione stagionale di uno juniores. Aveva praticato la corsa a ostacoli, il canottaggio, giocato a tennis nella napoletana Villa Comunale (era nato a Roma nel 1925, ma a sette anni si trasferì all’ombra del Vesuvio) con il campione d’Italia Sirola…
Nella scherma, allora assai statica, aveva tratto beneficio dal consistente background atletico. In pochi anni si era classificato tra i primi dodici sciabolatori d’Italia.
Nel corso degli assoluti si era trovato opposto al nazionale Aldo Masciotta e dalla familiarità che questi aveva manifestato con la giuria comprese che doveva ridurre a nulla o quasi le possibilità di giudizio sulle stoccate. Riuscì a tenere a distanza l’avversario, andando avanti e indietro, e a imporre lunghi tempi morti all’incontro. Si arrivò così allo scadere del tempo sullo zero a zero (poteva capitare allora, e anche nella sciabola). “Oh, adesso possiamo stare qui anche due giorni” commentò ad alta voce. Dopo di che, sull’a voi, infilò lo scatto più veloce della sua vita e vibrò un plateale e decisivo traversone all’avversario, ancora immobile.
Le modeste risorse finanziarie lo costringevano a frequentare le gare in economia, e ove possibile cercava d’imbucarsi.
Durante una gara internazionale, si sedette al ristorante degli atleti al tavolo del maestro livornese Bini. Quando arrivò il cameriere, si accodò con ampi gesti e muti assensi alle ordinazioni del commensale. Terminato il dolce se la squagliò, autorizzato da un cenno d’intesa di Bini. “Cameriere, mi porta il conto?” disse Bini. “Va bene signore, per due?” “Pe ddue?” obiettò sbigottito Bini. “ Ma il signore…” “So ‘na sega io chi era il signore, sarà stato un polacco, un russo, non parlava mai!”.
Mentre calcava le pedane lavorò come giornalista a “Il Tempo”, affiancandosi a colleghi forse meno dotati di lui ma più pazienti: sarebbero tutti più o meno diventati direttori di giornali o agenzie stampa, mentre lui abbandonò la partita.
Frequentava con grande competenza le corse dei cani. I cavalli lo appassionavano meno ma animò per qualche tempo una sala corse, descrivendo in finta diretta radiofonica le corse agli scommettitori. In realtà le corse erano già finite, e lui badava a infilare il nome del vincitore solo sul traguardo dopo avere descritto con passione cavalcate sfibranti e sorpassi mai accaduti.
di Vittorio Bassetti
In questi tempi si fa un gran parlare di concentrazioni editoriali, di rapporti fra proprietà e stampa. Può un giornale mantenere l’obiettività se perde la propria indipendenza economica? Il tema che, nelle sue applicazioni più significative, investe addirittura la sostanza della libertà di pensiero e dissenso in Italia non manca di riproporsi, in minuscola scala e conseguenze ben meno devastanti, anche in ambienti ridotti.
E’ il caso del nostro giornale. Nel quale non c’è alcun azionariato da conquistare. Fondata sul volontariato e priva di pubblicità, “La Stoccata” si regge sui suoi abbonati. E dato che la potenziale clientela non è granché estesa (e non sempre risponde debitamente) conta anche su un contributo della F.I.S.
La Federazione cioè, su richiesta de “La Stoccata” attualmente, e da qualche anno, sottoscrive un certo numero di abbonamenti.
Qualcuno magari penserà che un siffatto legame possa influenzare la linea del giornale e annacquarne lo spirito critico. Qualcun altro va oltre e pensa che ciò non “potrebbe” ma “dovrebbe” avvenire. Tale teorizzatore è il segreto della FIS Aldo Stefanini che ha, molto chiaramente, esternato il suo pensiero al maestro Antonio Lo Mele, nel numero precedente, ha scritto un articolo nel quale, peraltro con garbo e senza acrimonia, faceva considerazioni, anche critiche su alcuno nostri massimi dirigenti.
Stefanini ha detto all’articolista che ciò che lo sconcertava era che il giornale avesse pubblicato quel testo in prima pagina e senza dissociarsi “Sai, noi gli diamo i soldi!”. “Si, ma anche noi glieli diamo” era la pronta risposta di Lo Mele (dove il noi stava per gli abbonati). E Stefanini di rimando: “Si ma noi molti di più!”.
In realtà questo colloquio ci ha fatto molto piacere. In primo luogo perché ci dà l’opportunità di annunciare una nostra filosofia, crediamo da molti condivisa, per la quale qualsiasi stipendio o contributo in denaro non può comprare il pensiero e la dignità umana fermo restando che lasciamo libero chiunque, incluso il dottor Stefanini, di pensarla diversamente e comportarsi di conseguenza.
Secondo motivo di conforto è che, se riesce ancora ad irritare, “La Stoccata” evidentemente riesce ancora a mordere. Testimonianza più attendibile non si poteva ricevere.
Infine ci fa piacere che, al di là dello zelo di un funzionario, il Consiglio Direttivo (ossia “quelli che ci danno i soldi”) mostri in buona parte, di capire ed apprezzare il taglio e la finalità del periodico. Ci risulta che, anche di recente, il Presidente Nostini, che già altre volte aveva condiviso apertamente la funzione di critica costruttiva del giornale, ha aggiudicato positivo che sulla “Stoccata” ogni tanto si legge che qualcosa non va, perché non è possibile che sia tutto giusto e ogni cosa fili alla perfezione, né alla FIS né in alcun altro luogo.
Ha capito, lui come gli altri, che se si tratta solo di alimentare un veicolo propagandistico esistono forme più semplice ed economiche. La verità è che se contribuisce alla vita del giornale, la FIS in questo modo, ci rende suoi amici. Con la precisazione che, in un’ottica intelligente, amico è colui che consiglia e critica, forse pure sbagliando, e che non si limita a fare sì con il capo. Anche perché appartenente a quest’ultima tipologia in giro c’è n’è più d’uno e (qualche volta) non c’è bisogno nemmeno di dargli stipendi o contributi. Il sì con la testa lo farebbe anche gratis.
di Enrico Campoli
Grazie ad una persona che ama davvero la scherma, – intesa come categoria assoluta, – da cui pur mi dividono numerose idee, sono venuto in possesso di un articolo, pubblicato dalla rivista francese specializzata “Ecrime Magazine,” (n. 10 – 1987, pag. 30 – 31), a firma del Presidente della Commissione di Propaganda della F.I.E., nonché Tesoriere della stessa, tale Sig. René Roch.
Già il titolo dello stesso è un programma niente male: “1989, Evolution ou devolution”. Ebbene le follie che vi sono contenute hanno dell’incredibile. Dico follie ma dovrei, ad essere più sincero, parlare di vere e proprie baggianate, e quando penso che si tratta del Presidente di una Commissione Internazionale mi si accappona la pelle. Questo dirigente è una mina vagante che sarebbe assai opportuno qualcuno provvedesse a disinnescare in tempo.
Per ovvie ragioni di spazio non mi è possibile riportare tutto il contenuto, e comunque – a chi ha una discreta conoscenza del francese – consiglio di procurarselo. Il divertimento, ve lo assicuro, è garantito.
Nel leggere l’articolo la prima cosa che s’apprende è che la genialità del signor Roch è stata provocata dall’analisi degli arbitraggi svolta in occasione dei campioni del mondo di Losanna dove, – ha suo dire – , “anche i migliori non hanno potuto evitare qualche errore”. A prescindere dal fatto che l’infallibilità non è degli uomini, e meno che mai degli arbitri, viene da chiedersi: ma quali erano questi migliori? Forse il giapponese, il coreano, o il cubano che sono stati designati per la maggior parte delle finali in virtù del principio della neutralità assoluta?
Ma veniamo, dunque, alle geniali “modificazioni che io preconizzo”. (Mi astengo dall’usare punti esclamativi e soprattutto dal commentare quell’io maiestatico del tutto fuori luogo).
Esse sono:
- l’unificazione del tempo d’esecuzione schermistico per fioretto e sciabola;
- l’eliminazione del bersaglio non valido nel fioretto;
- l’uso di cellule fotoelettriche sul limite del metro (e dei due metri per sciabola e spada) di modo che lo schermitore abbia un certo terreno a disposizione da utilizzare senza che l’arbitro debba segnalarli nulla più se non l’avvenuto superamento del limite, che fa arrestare automaticamente l’apparecchio;
- l’istituzione del colpo doppio anche per la sciabola e il fioretto;
- l’utilizzazione di cartoncini per gli avvertimenti (come nel calcio cioè) ma per le modalità nessuna parola;
- le divise e le attrezzature degli atleti in pedana multicolori;
- la sostituzione della classica pedana con un più moderno ring.
Non sto qui a controbattere minuziosamente l’assurdità delle proposte anche perché alcune si commentano da sole.
Quel che meraviglia non è tanto l’astrusità (di cui ognuno si assume la responsabilità della propria) quanto in certi casi l’erroneità di certe posizioni di partenza.
Partiamo dal bersaglio non valido nel fioretto. Il sig. Roch motiva questa innovazione sulla scia – afferma – di quanto accadrà nella sciabola elettrica. Egli dimentica, ma forse ignora, un particolare fondamentale e cioè che nella sciabola elettrica il bersaglio non valido non è stato affatto eliminato, tant’è che vi saranno due assessori preposti appositamente alla segnalazione dello stesso. Più semplicemente, dunque, per la sciabola elettrica non s’è trovato l’accorgimento tecnico per inserire nella segnalazione elettrica anche il bersaglio non valido (o meglio ciò avrebbe fatto lievitare ancor più i costi). Sul merito poi della c osa è meglio lasciar perdere.
Quella dell’applicazione delle cellule fotoelettriche ha un qualche fondamento ma anche qui esprimo forti perplessità sul rapporto costo dell’operazione e reale beneficio. Circa il colpo doppio anche nel fioretto e nella sciabola cosa volete che dica: è uscito di senno. A suo avviso questo sarebbe un modo eliminare i simultanei, in quanto statisticamente (!) nella spada ce ne sarebbero di meno proprio perché conteggiati nel punteggio. Ma cosa centra questo? Allora tanto vale eliminare qualsiasi concetto di convenzione.
E poi viene da chiedere: qual è utilità di mantenere tre armi distinte visto che oltre al colpo doppio egli vuole anche unificare il tempo schermistico del fioretto e della sciabola? Cosa rimarrebbe come diversità: solo il differente bersaglio? Sic.
Per quanto riguarda i cartoncini per gli avvertimenti anche il G. S. A. italiano ci si è provato. Si può anche fare ma è necessaria una preventiva opera di assemblaggio e semplificazione dell’intera materia degli avvertimenti in non più di 3 categorie. In caso contrario le idee e gli eventuali spettatori gli e le confonderemo ancor più che adesso (dove capita che non si accorgono di niente). Infine del ring – pur comprendendo la provocazione – c’è da dire che meglio non si potevano sintetizzare le stupidaggini precedenti. Si può dire che essa ne è la somma ideologica.
La verità e che la scherma non potrà mai essere uno sport popolare a mò del calcio, della pallacanestro, della boxe perché mentre per tutti gli sport il risultato è sempre più o meno facilmente comprensibile non altrettanto può dirsi per la tecnica che porta ad esso.
Mi spiego meglio: nel calcio la palla deve entrare in un determinato spazio e vince chi riesce a farlo più volte; nella boxe vince chi dà più cazzotti; e fin qui ci siamo perché nella scherma vince chi colpisce con un’arma più volte l’altro. Ma la differenza sta nella tecnica. Da una parte ci sono cose facili e visibili grossolanamente (che sò: la finta, il dribbling, la parata, il tunnel), dall’altra cose difficili da vedere (la cavazione in tempo, la circolata, il filo).
Allora cosa pensano queste menti lucide? Semplifichiamo la tecnica, riduciamo il tutto ad un gioco di due lampadine colorate. Questa è la strada più semplice ma non sempre la semplicità và d’accordo con l’intelligenza.
Cosa voglio dire con questo? Che la scherma sarà sempre uno sport per pochi, e che l’intelligenza non sta nel renderlo uguale agli altri bensì nel renderlo intelligentemente distante. E’ una scelta obbligata la nostra: non possiamo per andare incontro alla popolarità depauperarlo tecnicamente, il successo, ammesso che così si raggiunga, sarebbe un fuoco di paglia. Chi sogna un incontro di scherma in un palazzetto da 20.000 deve rendersi conto che non c’è bisogno di simili stravolgimenti che creerebbero addirittura un altro sport.
E’ necessario invece cercare di divulgare il nostro sport e farne conoscere i contenuti: pian piano, con certosina pazienza, fidando nell’intelligenza dell’interlocutore, non perdendo nulla della nostra eredità che non sia desueto (e Dio solo sa quanto in tal senso c’è già da eliminare).
“Chi pretende l’impossibile non ha voglia di ottenere nulla”; credo che quanto uno studioso italiano diceva nel settecento a proposito di velleitari rivoluzionari s’addica profondamente alle farneticazioni del “folle francese”.
Che qualcun – che può – provveda a fermarlo ed a toglierlo da quella sedia.
Al di là delle esigenze pratiche, tuttavia, l’attrazione per lo sport era connaturata ad alcuni temi centrali dell’ideologia fascista che non a caso in un’espressione para-atletica, la marcia su Roma, trovava un fatto saliente nonché il mito fondativo della presa di potere. E il militante originario del movimento, lo squadrista, veniva accomunato all’atleta. Lo squadrismo era “entusiasmo sportivo che aveva trovato un’idea” e, secondo il giornalista Adolfo Cotronei, “se pigliamo lo squadrista, lo liberiamo del suo manganello, lo riportiamo alla vita normale, troviamo in lui un tipo di atleta capace di battersi non più sulla strada, ma in un ring o in una palestra”. La dottrina fascista incontrava lo sport perlomeno su cinque punti essenziali, che tra loro si richiamavano ed assorbivano: l’azione, l’eroe, il corpo, la gioventù e l’ideale dell’uomo nuovo.
Di taglia bassa e 57 chili di peso, Nuvolari cominciò la carriera come motociclista segnalandosi, oltre che per le vittorie, per l’incosciente temerarietà. Era arrivato al punto di farsi imbottire la tuta di fiocchi di lana sotto i gomiti, per poter strisciare questi ultimi contro i muretti che delimitavano la strada nelle curve. Nel 1925 venne ricoverato in ospedale per un pauroso incidente, ma volle presentarsi egualmente alla partenza nel Gran Premio delle Nazioni, facendosi collocare strettamente le bende in posizioni che non lo ostacolassero sul sellino.
Durante la corsa urtò un muretto, rompendosi falangina e falangetta dell’indice della mano sinistra. Con l’osso sporgente dal guanto arrivò sino in fondo, vincendo la corsa.
I successi, tuttavia, non sarebbero stati possibili senza l’ingaggio del più forte calciatore del mondo, indubbiamente il migliore che abbia mai militato nel nostro torneo, l’argentino Diego Armando Maradona. L’acquisto avviene quasi per caso. Ad avviare la trattativa è il direttore generale del club, l’ex calciatore Juliano, che si muove solo per creare imbarazzo a Ferlaino, del quale è divenuto nemico. Egli prevede che il presidente porrà il veto per ragioni economiche, ciò che lo metterebbe in cattiva luce agli occhi dell’esigente tifoseria. Invece Ferlaino riesce ad ottenere il coinvolgimento del Banco di Napoli e definisce l’operazione. Il tripudio cittadino non coinvolge tutti gli intellettuali e cento di loro firmano un manifesto di protesta, ritenendo immorale l’esborso di miliardi in un posto che è carente delle strutture essenziali e delle fogne. Analogo cipiglio viene manifestato al nord dove si tuona contro la dissennatezza napoletana: i derelitti, è noto, sono simpatici solo finché accettano il ruolo istituzionale di pezzenti. Giuste le riflessioni sui vorticosi flussi finanziari che circolano nel calcio, improprio che tali riflessioni emergano solo quando i protagonisti non appartengono alla sfera dei potentati economici. Ferlaino è un comune imprenditore che attua un investimento. A Napoli, del resto, l’acquisto di Maradona crea un indotto tale da far impallidire qualsivoglia moltiplicatore Keynesiano. Le sole feste-scudetto realizzano un fatturato di sessanta miliardi e l’economia dei vicoli, su cui la città in parte si regge, viene parzialmente distolta da attività delinquenziali a favore di altre, patetiche talvolta ma penalmente corrette. Naturalmente molti sottolineano che la gente viene in tal modo deviata dai problemi reali. Sono immemori, costoro, della lezione impartita a un Astuto Intervistatore da un pastore sardo, colto dalla telecamera mentre festeggiava gioiosamente in un angolo di montagna lo scudetto del Cagliari. “Scusi, ma a lei che gliene viene che il Cagliari ha vinto lo scudetto?”. E quello: “Ma perché, se il Cagliari perdeva che me ne veniva, cosa cambiava di questa mia vita di merda?”.

