La Storia In Dieci Processi,
Nutrimenti Edizioni 2010
Contro il target,
Bollati boringhieri 2008
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Stanno uccidendo i notai,
Cairo editore 2008
Estratti dal romanzo
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
Derelitti e delle pene,
Editori Riuniti 2003
Estratti dal libro
Gli interventi sull'argomento
Storia e Storie dello Sport in Italia,
Marsilio 1999
Estratti dal libro
Rassegna Stampa
Gli interventi sull'argomento
La necessità di prendere decisioni che travalichino gli interessi delle persone viventi, quali sono le scelte in tema di surriscaldamento del pianeta, mette a nudo un limite intrinseco alla democrazia: quello di andare oltre gli interessi contingenti. I governi democratici hanno sempre avuto difficoltà a pensare a lungo termine, poiché sensibili alle scadenze elettorali, e alle pressioni, promesse e contentini vari che quelle seguono e precedono. In un bell’articolo su “Le Monde” di due giorni fa lo storico Pierre Rosanvallon parla di “miopia dei democratici”. Egli stesso ricorda come la democrazia, in verità, sia stata criticata anche per il problema contrario: il decisionista Carl Schmitt pensava che l’essenza della politica consistesse nel governare l’emergenza, la quale non può stare a perdere tempo con le lungaggini procedurali delle delibere democratiche. Ma se tale questione ha trovato varie forme di correttivi (alcuni dei quali hanno anche finito per “declassare” la qualità delle democrazie), l’altra è rimasta irrisolta, e costituisce un rovescio della medaglia della “meno imperfetta tra le forme di governo che conosciamo”. Una delle spinte al bicameralismo, nella storia delle costituzioni, è venuta anche dal desiderio di affiancare “rappresentazione del presente” e “rappresentazione dell’avvenire”, come auspicava Alfred Fouillée, uno dei filosofi fondatori della terza repubblica francese. Da lui si poteva leggere che “una nazione è una persona vivente e perpetua, che ha un corpo organizzato da sviluppare e conservare, delle tradizioni da salvaguardare, dei diritti e doveri secolari, delle ricchezze morali e materiali da difendere contro le passioni o l’interesse del momento, contro la volontà stessa della maggioranza presente”.
Il guaio è che rimane sempre velleitario immaginare un dualismo effettivo tra corpi elettorali, e quindi tra rappresentanze. In sostanza, se la maggioranza del momento ha abbastanza consenso o capacità manipolatoria per vincere le elezioni dell’assemblea “passional-contingente” li userà anche per guidare la composizione e le scelte della camera “ragionevole-organica”, quella dell’avvenire. Con un occhio puntato sul tema del momento, le scelte di Copenaghen, Rosanvallon in funzione di contenimento del “court-termisme” propone di: introdurre dei principi ecologici nell’ordine costituzionale; rinforzare e difendere la definizione patrimoniale dello Stato; mettere in piazza una grande “Accademia del futuro”, composta di intellettuali; istituire forum pubblici per mobilitare l’attenzione e la partecipazione dei cittadini. In tutto questo discorso, mi pare, si cela una questione assai spinosa, e molto interessante da sviluppare: quanto focalizzarsi esclusivamente sul momento elettorale, e sulla libertà formale dello stesso, ossigeni effettivamente le democrazie o non contribuisca, invece, a raffreddarle (o surriscaldarle).
Nel 1856, il Granducato di Toscana stava procedendo con grande rapidità ad avviare la rete ferroviaria della regione. E per lanciare la nuova linea Firenze-Livorno, venne commissionata una guida da viaggio all’allora semisconosciuto Carlo Lorenzini – che già da un po’ di tempo aveva iniziato a firmarsi “Collodi”. Ne venne fuori un ibrido, un po’ informativo e un po’ romanzesco, intitolato appunto “Un Romanzo In Vapore – da Firenze a Livorno”:

Ed oltre a farci pensare che le ferrovie dell’Ottocento gestissero la comunicazione (e forse non solo quella) assai meglio delle attuali, questo libricino di 200 pagine offre spunti di ogni tipo: il pretesto del viaggio viene infatti utilizzato dall’autore per tratteggiare una galleria di tipi umani, arci-italiani, e diciamo pure vere e proprie macchiette, che potrebbero – con poche varianti – essere validissimi anche oggi. I vagoni del treno sono lo sfondo alle chiacchiere di questi personaggi, trattati senza pietà da Collodi a beneficio del nostro divertimento: e tramite le loro chiacchiere, il lettore viene anche introdotto alle varie specificità dei paesi che si incontrano lungo il viaggio.
L’ironia ha anche altri bersagli: per esempio quella contro il capitalismo, e la filosofia moderna de “il tempo è denaro”, compare a piene mani fin dalle prime pagine del libro. Ma molto più raffinata, e metaletteraria, è la presa in giro dei generi letterari in voga all’epoca – come il romanzo sociale, e quello d’appendice – dai quali l’autore prende in prestito i medesimi elementi costruttivi ed artifici, rendendoli espliciti e mettendoli dunque in ridicolo.
In questo senso, il “Romanzo in Vapore” si inserisce perfettamente sulla scia del Collodi giornalista polemico e smascheratore di stereotipi; e al tempo stesso costituisce l’esordio narrativo del futuro autore di Pinocchio.E’ dunque nello stesso tempo guida “turistica”, con le descrizioni, la storia, gli aneddoti riguardanti i luoghi toscani; una documentazione di come funzionavano i trasporti nell’Italia pre-unitaria; ed un esempio di brillante satira sociale e intellettuale.
La lettura impiega circa tre ore: all’epoca, era esattamente il tempo che occorreva da Firenze a Livorno. Invece i pendolari che volessero utilizzarlo oggi per accompagnare il medesimo tragitto, dovrebbero esaurirlo nel giro di un’andata e ritorno: se lo finite prima significa che avete letto troppo in fretta. O più probabilmente, che il treno è in ritardo.

Nell’Ottocento, l’omogeneizzazione sociale dei bambini avveniva attraverso il libro scolastico. Si puntava a formare un cittadino patriottico, bombardandolo di modelli morali virtuosi da imitare. E se un libro cercava di prendere le distanze dalla retorica dei buoni sentimenti, dal paternalismo dominante, dal do-don’t-ask gerarchico, era automaticamente condannato all’insuccesso.
Ma il bambino pensante e “reale” è ancor oggi un pericolo, nonostante il netto salto di valori verso l’imposizione dei modelli attuali: che ora coincide con l’imitazione diretta del mondo adulto. Non si tratta nemmeno di prendersela con la tv, o con le inquietanti sfilate di moda bimbo, che sono solo scenari come altri per rinnovare il sacrificio dell’infanzia. Ieri sull’altare della morale borghese, oggi su quello di una industria postideologica assai poco fantasiosa.
Che il reality non sia vita vera, adesso, lo ha stabilito anche la giurisprudenza. La Cassazione, rilevando che scopo delle trasmissioni è esattamente quello di aizzare i contendenti e condurli alla rissa, ha deciso che l’insulto tra i partecipanti (nel caso specifico l’epiteto era il non lievissimo “pedofilo”) non costituisce ingiuria.
Per chi, come me, non ama questo tipo di esibizioni, una sentenza così è uno spasso. Essa certifica il grado di mortificazione della dignità cui si sottopongono volontariamente i partecipanti, il loro status di giullari della gleba, e apre la strada a interessanti evoluzioni (non si potrebbe giurare a questo punto che le stesse lesioni giustifichino l’intervento del giudice penale).
C’era a Roma una volta (forse c’è ancora) un ristorante chiamato “La parolaccia”, nel quale la specialità della casa era quella di insultare pesantemente il cliente (tipica per esempio era una formula di accoglienza come: “chi è ‘sta baldracca che te porti appresso?”), e il fatto che il gioco fosse annunciato funzionava da esimente penale. Pare si mangiasse malissimo, ma il gusto era appunto nella masochistica trasgressione di farsi coprire di contumelie.
Con il tempo, non c’è stato bisogno di pagare apposta, perché una certa carenza di urbanità è diventata condimento abituale anche di pietanze più ordinarie e salotti tirati a lucido, per non menzionare ovviamente il Parlamento, che ha ormai oscurato la concittadina trattoria. Sarebbe anzi il caso di riflettere se la felice deduzione relativa al reality non calzi al nostro ambiente politico, e se non vada anche lì depenalizzato l’insulto. Forse l’unico problema sarebbe la confusione dato che a quel punto, tra reality e vita politica, cadrebbe anche l’ultima distinzione formale.
La prima pagina del nuovo quotidiano di Padellaro oggi lancia la notizia di un’indagine su Gianni Letta, il brillante pezzo di Travaglio su De Villepin e l’editoriale del direttore che indica nella nostra Costituzione repubblicana (nessuno aveva dubbi in proposito, peraltro) la linea politica del giornale.
Ad una prima occhiata, sembra tutto esattamente come lo si aspettava (forse anche troppo): grande spazio alle inchieste giudiziarie, alle battaglie per la libertà di informazione, un po’ meno a laicità e ambiente, critiche sferzanti al Pd nella prospettiva di un partito più berlingueriano e meno timido.
L’ironia viene usata a piene mani per evitare un taglio troppo serioso, e Luca Telese può fare da par suo la simpatica canaglia con Ignazio Marino (l’intervista si apre con dettagli sulla sua dieta a base di pomodori e succo di mirtillo).
Ma la cosa più interessante è alla terzultima pagina, dove si proclama lo “statuto” del giornale: “SENZA PADRONI – Nessun contributo pubblico, nessun azionista di controllo. Saremo sottoposti solo al giudizio dei nostri lettori”.
Come qualcuno ricorderà, ci aveva provato anche il vecchio Montanelli senza molta fortuna: e infatti (con sprezzo della superstizione) a pagina 18 viene citato il suo editoriale del 22 marzo 1994 su La Voce: “Mai più un padrone” appunto. A parte, è sottointeso, il pubblico.
E in questo senso, i rischi di questo nuovo giornale sembrano almeno due. Il primo, ovviamente, è che il pubblico non segua i coraggiosi avventurieri (ma la rabbia antiberlusconiana è talmente diffusa che, almeno in questa fase, i lettori non dovrebbero mancare). Il secondo, più sottile, è che il Fatto si riveli un prodotto iper-targhettizzato: che cioè si limiti a dare al pubblico quello che il pubblico vuole, confermando quello che già sa, ed evitando accuratamente di provocarlo nelle sue certezze acquisite.
Rispetto alle vecchie chat room, che avevano persino gettato un’ombra di sospetto sulla sicurezza dei rapporti su Internet (cosa ne sai di com’è realmente la persona che si trova dall’altra parte?), Facebook si presta a un uso più conservatore nell’ambito delle relazioni personali. Se infatti si pensava alla Rete come un modo per allargare la propria cerchia di conoscenze, aggregandosi per categorie di interessi, con Facebook è frequente che obiettivo della ricerca siano i vecchi amici persi, ma ancor di più la fidanzatina di scuola o il fuggevole flirt.
Il fenomeno è stato etichettato come “Retrosexual”. Potrebbe sembrare che sia un modo di forzare la mano al caso, che crudelmente divide strade che potevano non disgiungersi. In realtà, se con qualcuno si rimane in contatto e con altri no c’è sempre qualche buona ragione, e la mia impressione è che chi troppo si attacca ai volti del passato non sia uno che ne è rimasto segnato, ma semplicemente uno che è molto frustrato della vita che è venuta dopo.
Ma poi quest’inseguimento è davvero tanto romantico? Prima di Facebook, non è che proprio ci si dovesse rivolgere a un’agenzia di investigazioni per cercare i vecchi amori persi. A volte poteva bastare persino un elenco telefonico. E poi attaccarsi al citofono, per fare una sorpresa. Con tutti i rischi del caso, certo. Ma se no il cuore cosa accelera a fare?

In media, nel mondo, si impiegano 30 minuti per andare al lavoro. E altrettanti, evidentemente, per tornare a casa. Ciò significa che in media passiamo un’ora al giorno in questo tragitto di passaggio fra la dimensione domestica e quella professionale: quasi un non-tempo, in cui non siamo del tutto parte né della nostra famiglia né del nostro gruppo di lavoro.
Che cosa siamo allora, in questa fase? Siamo pendolari. Una condizione che può anche non essere particolarmente significativa, se questo pendolarismo è solitario (in bicicletta, in moto, a piedi, in automobile); ma lo diventa invece quando lo spostamento avviene coi mezzi pubblici. Questa è la condizione del pendolare vero e proprio: ogni giorno sullo stesso treno, o lo stesso autobus, o la stessa metropolitana. Il mezzo di trasporto come ambiente di vita.
Per chi abita nell’hinterland di una metropoli, o in un piccolo centro, fare il pendolare vuol dire essere cittadino al 50%. Questo è il tipo di lavoratore che, nella percezione collettiva, occupa un gradino della scala sociale appena sopra a quello dei migranti che sbarcano a Lampedusa: lo si dice con un misto di pietà e disprezzo, “i pendolari”, come se fossero un male necessario di cui in qualche modo la collettività deve farsi carico. Una categoria di persone ormai assuefatte alla loro condizione di grave disagio, che si svegliano troppo presto e non si fermano mai per l’aperitivo serale.

In un certo senso è poi anche vero, il pendolare nostrano è la moderna incarnazione degli italiani come “popolo di migranti”; anche se al cammino della speranza si è sostituita la transumanza diurna, la migrazione in miniatura e part time. E “il treno dei pendolari”, spesso sporco e ritardatario, è il luogo in cui avviene ogni giorno questa piccola estenuante odissea, con il conseguente stress che si aggiunge a quello lavorativo. C’è un bel brano di Maria Corti in proposito (citato nel libro di Giampaolo Nuvolati “Popolazioni in movimento, città in trasformazione”) che fissa perfettamente la fase storica intermedia fra i migranti di ieri e i transeunti di oggi:
“Accadeva nella pianura lombarda a certe ore: quando nel crepuscolo ondate di nebbia facevano sparire e ricomparire la campagna, una cosa nera fuori dal comune entrava e usciva dalla nebbia. Così alle cinque del mattino invernale, nell’immensità vuota della campagna coperta dalla neve, la cosa riappariva come un enorme scorzone [specie di serpe, N.d.R.] nero proteso nella corsa. Questa cosa fuori dal comune che andava e veniva come una pendula a ritmo ondulatorio, tramonto e alba, Milano di qua e Brescia di là, era nel 1946 una fila di fragorosi carri bestiame. Questi però non rispondevano per niente a una normale concezione del carro bestiame: dentro, al posto di mucche e vitelli, c’era l’ultima generazione degli antichi Longobardi. Alti, larghi di spalle, coi polsi nodosi, la faccia segnata dalle rughe a ogni età per via delle fatiche muscolari.
In alto nel cielo la luce del giorno cedeva al buio della notte o il buio cedeva alla luce dell’alba, e sotto sulla terra la lunga fila dei carri sferragliava, mentre nella locomotiva a vapore salivano fumo e scintille: Treviglio, Morengo, Vidalengo, Romano, Calcio, Chiari e viceversa, oltre a robinie, gelsi, platani, pioppi, questi ultimi detti ‘le albere’. Però sui carri, non essendoci finestrini a cui affacciarsi, non si vedeva niente di quello che fa la bellezza del mondo. Solo al centro del carro si intravvedevano alberi e case scorrere in senso contrario, come se tornassero indietro alla stazione di partenza”.
Naturalmente oggi non è più così, anche se – a giudicare da certi commenti dei viaggiatori – siamo ancora parecchio lontani dal poterci considerare un paese avanzato. Ma il pendolarismo non si limita a questo, non è riassumibile nei disagi che pure è costretto a sopportare. Durante questo non-tempo che passa nella transizione tra l’ambiente domestico e quello lavorativo, i pendolari danno vita infatti ad un microcosmo dal quale il viaggiatore occasionale è completamente escluso. Perché tra il leggere un libro, lo sfogliare il giornale e l’ascoltare musica, i pendolari non possono fare a meno di confrontarsi fra loro. Con quelle facce che vedono tutti i giorni, con quelle persone che magari non hanno nulla in comune a parte l’orario e il luogo di partenza e destinazione: eppure si trovano a condividere mezz’ora, un’ora o anche più al giorno della loro vita. Forse più di quanto riescono a passare con i figli o con gli amici.
Ogni “treno per pendolari” finisce così per avere i propri personaggi, i propri gruppi, i propri leader. Nella vicinanza fisica si rafforza anche la solidarietà reciproca: negli ultimi anni (anche in questo campo, il web ha offerto nuove possibilità) si sta rafforzando sempre più il loro associazionismo, la coscienza di essere tanti e avere un interesse in comune. Qualche tempo fa un ferroviere mi ha detto: “Se nascesse un partito dei pendolari, prenderebbe un sacco di voti”. Non so se è vero, e non so neanche se sarebbe necessariamente una bella cosa. Ma è certo che questo mondo, per sua natura eccezionalmente trasversale e frammentario, merita attenzione.
A questo punto, credo che ormai siate tutti tornati dalle vacanze; e fra i tutti, c’è anche la diffusissima categoria dei pendolari: quasi un popolo a parte, che cerca di resistere come può ai quotidiani disagi e ritardi di Trenitalia.
Sempre che, nel frattempo, qualcuno non abbia lavorato a idee brillanti per aggiungere ulteriori problemi. Per esempio a Lissone (hinterland milanese) l’amministrazione comunale ha deciso di mettere le strisce blu nel parcheggio davanti alla stazione: così oltre al prezzo dell’abbonamento ferroviario, per andare a lavorare bisognerà sborsare quello per lasciare l’auto. Su Il Giorno si riferiscono le reazioni di protesta:
VOLANTINI da appendere nei luoghi pubblici e lettere di dissenso da inviare o recapitare di persona al comando della Polizia Locale, per protestare contro la recente istituzione della sosta a pagamento nella zona della stazione. I pendolari lissonesi scendono sul piede di guerra contro le strisce blu vicino alla ferrovia. Un gruppo di residenti che utilizza i treni della linea Milano-Como-Chiasso, partendo dalla stazione cittadina, ha preparato un documento per far sentire al Comune la propria voce e quella degli altri pendolari: l’iniziativa prevede che il testo, che si apre con un esplicito «no ai parcheggi a pagamento in stazione», venga affisso sotto forma di volantino e spedito da ciascuno degli aderenti ai vigili, per inondarli di lamentele sul nuovo provvedimento. Le prime lettere ed e-mail stanno già partendo. I firmatari sottolineano il loro «totale disaccordo e forte malcontento – si legge nel volantino – per la folle decisione dell’amministrazione comunale di convertire il parcheggio di piazzale Padania, di fronte alla stazione ferroviaria, e le zone limitrofe in area di sosta a pagamento per oltre 200 posti auto» (…) Viene invece bollato come «assolutamente ingiusto costringere i cittadini che utilizzano i mezzi pubblici per lavoro o per studio ad accollarsi ulteriori spese per poter usufruire di spazi pubblici che un’amministrazione seria e responsabile dovrebbe garantire in forma gratuita». L’installazione dei parcometri, insomma, non va proprio giù ai pendolari lissonesi, che si autodefiniscono «cittadini delusi e scontenti», e che stigmatizzano le strisce blu in prossimità della ferrovia come «una scelta politica che di fatto disincentiva l’uso dei mezzi pubblici». «L’attuazione del nuovo Piano Parcheggi, in particolare intorno alla stazione – concludono -, si dimostra una decisione miope e vessatoria».
Almeno su un punto, il settimanale americano Time e il presidente del consiglio italiano sono d’accordo: il giudizio sui quotidiani di casa nostra. “Inaffidabili” scrive infatti Stephan Faris nel numero datato 7 settembre:
Ogni discussione su ciò che non va nella politica italiana conduce alla domanda su ciò che non va nei media del paese. In una nazione dove il primo ministro controlla le frequenze, solo una persona su dieci compra un quotidiano, a fronte di 1 su 5 negli Usa e 3 su 5 in Giappone, stando ai dati della World Association Of Newspapers. Gli italiani, a quanto pare, non sono interessati a leggere le notizie.
Ma se la colpa non fosse nei gusti degli italiani? Se il problema fosse il menu? Ad un festival letterario in Sardegna il mese scorso, ho avuto occasione di saggiare l’insoddisfazione della gente per ciò che viene offerto. Durante una conferenza sui media, quando ho osservato che i quotidiani italiani sembrano soprattutto scrivere l’uno per l’altro, per i politici, per il piacere di leggere la propria stessa prosa, è scattato un applauso. Per buona parte dell’ora successiva, sono arrivate domande dal pubblico sul perché le notizie non fossero scritte per loro. Essi meritano una risposta.
Altri stralci dell’articolo si trovano sul sito del Sole 24 Ore.
Su Repubblica di ieri c’era un bell’articolo di Marino Niola sulle ripercussioni antropologiche dell’influenza A:
Siamo decisamente influenzati. Ma per il momento più dalla paura che dalla suina. La temuta pandemia per fortuna non è ancora arrivata. E non è detto che sia nera come la dipingono alcuni. E tuttavia sono già iniziate le prove generali dell’emergenza. Un po’ per scaramanzia e un po’ per prudenza, giorno dopo giorno i nostri comportamenti cambiano. Causando una progressiva infreddatura della nostra socialità. Che diventa sempre più distante, incorporea. Niente baci se non a persone sicure, abbracci pochi e sbrigativi, carezze col contagocce, niente ascensori affollati, se non in apnea. Insomma la nostra prossemica si fa sempre più innaturale. Soprattutto per un popolo espansivo come il nostro. Per amore o per forza, per demografia e per ideologia, per tradizione e per convenzione il nostro modo di stare in mezzo agli altri somiglia a un corpo a corpo estremamente ravvicinato.
[...] Eppure popoli altrettanto calienti, come gli Argentini, hanno già raggiunto un livello di panico che li ha resi gelidi come gli Scandinavi. Mascherine onnipresenti, farmacie saccheggiate, aggiotaggio di disinfettanti, luoghi pubblici disertati. E sui set cinematografici gli attori si rifiutano di girare scene erotiche per evitare baci patogeni.
[...] In realtà questo insieme di paure presenti e future, fondate e infondate è la cifra di quella contaminazione generalizzata che caratterizza l’habitat globale in cui viviamo. E’ la grande e in parte insanabile contraddizione di una civiltà come la nostra che, per poter funzionare a pieno regime, rende endemici quegli stessi mali da cui tenta di rendersi immune. Se il contagio è la causa del nostro malessere, il contatto è la ragione del nostro benessere. Inseparabili come due gemelli siamesi, contatto e contagio, circolazione e infezione sono le due anime del sistema mondo.

